lunedì, 02 ottobre 2006

Non tutto il male vien per nuocere.

Premesso che dei reality attualmente imperversanti (e pure di quelli futuri) penso tutto il male possibile, devo registrare un imprevedibile effetto-Pupa-e-Secchione sulle giovani menti delle mie allieve più vivaci.
La levata di scudi contro il programma e in particolar modo contro le  sedicenti pupe è stata unanime, tanto da indurmi a vedere almeno la striscia serale per farmi un'idea. Ecco cosa credo sia successo: le mie ragazze si sono trovate di fronte ad una specie di specchio distorto in cui hanno avuto l'impressione di vedere quello che potrebbero diventare. Nessuna meraviglia che sia siano arrabbiate. 
Il passo successivo è stato cercare di correre ai ripari. Con la mia collega hanno preso l'impegno di vedere il telegiornale tutte le sere (non so quanto questo le renda davvero informate sulla realtà, ma insomma è una cosa). Quanto alle mie lezioni posso registrare un livello di attenzione mai sperimentato prima.
Non mi illudo che la cosa duri in questo modo molto a lungo, ma il cammino verso la consapevolezza di sè e del posto che si vuole occupare nel mondo, è lungo e pieno di insidie.

Oggi, parlando in un momento di pausa dell'atteggiamento schifato che le pupe mostrano a volte nei confronti dei secchioni, atteggiamento che loro disapprovano, hanno dovuto però convenire di essere più spesso attratte dai ragazzi rudi e ignoranti che da quelli colti e intelligenti. La cosa è per me inspiegabile.

A quindici anni io stavo con un secchione alto e magro come un chiodo la cui principale attrattiva dal punto di vista fisico erano un paio di occhi verdi. Però suonava la chitarra solista come un angelo rock, aveva una conversazione arguta e intelligente e senso dell'umorismo da vendere (cose tutte che, quando ancora non fai sesso, risultano essere essenziali). Mi piaceva che come me avesse degli ideali e un sano senso dell'onore e per quanto non fosse essenziale, mi piaceva che fosse un secchione!
Io fui il suo primo bacio, lui il mio secondo (ma il primo se non ci fosse stato sarebbe stato meglio). Restammo  insieme 4 anni con in mezzo un intervallo di un anno in cui lui andò a vivere in un'altra città. Nonostante lui volesse, non mi convinsi mai a fare l'amore con lui che rispettò la mia volontà. La verità è che non mi sentivo pronta a farlo o forse, dal momento che allora pensavo che  avrei fatto sesso unicamente con l'uomo giusto, (quello che avrei sposato, per intenderci) sentivo che semplicemente non sarebbe stato lui quell'uomo.
Quando ci lasciammo, diciamo per esaurimento della relazione lui si mise con una studentessa di medicina  e insieme decisero che avrebbero  fatto l'amore solo dopo il matrimonio. Si sposarono e ora sono felici genitori di due figli. Lui è diventato ingegnere elettronico e credo suoni ancora la chitarra di tanto in tanto. 
Quanto a me dopo aver tanto resistito io feci infine l'amore alla veneranda età di ventuno anni mentre ero negli Stati Uniti, con un ragazzo di origine iraniana dal fisico ragguardevole. Non era un secchione, ma nemmeno un idiota. Era però un discreto stronzo e la mai prima volta  fu assai deprimente  proprio perché il giovanotto non era precisamente un miracolo di sensibilità e attenzione.

Curiosamente io non  trovai subito l'uomo giusto  che vagheggiavo  e quindi ci furono per i miei gusti fin troppi tentativi , tra cui alcuni (leggi: molti) decisamente sbagliati che avrei potuto risparmiarmi, ma questa è un'altra storia.

Ancora oggi comunque non mi spiego come mai qui a scuola le ragazze più popolari ignorino sistematicamente i  ragazzi più interessanti non solo dal punto di vista della sensibilità e dell'intelligenza , ma anche dal punto di vista fisico se sono educati e gentili,  mentre si ostinino   a prediligere i caciaroni rudi e maleducati (magari anche se brutti) che sistematicamente prendono i loro cuoricini, li fanno in piccoli pezzi e ci ballerebbero sopra una giga scozzese se solo  sapessero cos'è.
Per fortuna esistono anche altre ragazze con occhi per vedere e sensibilità per accorgersi di chi non si fa notare. Peccato che a volte i timidi-intelligenti-sensibili muoiano invece dietro alle stronzette. Insomma è un serpente che si morde la coda.

Detto questo, lungi da me giustificare la presenza di programmi-spazzatura, ma se possiamo almeno portare a casa il risultato di un minimo di autoriflessione da parte delle ragazze e dei ragazzi più lungimiranti, accompagnata dal desiderio di farsi almeno una cultura di base beh, è meglio che niente.

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venerdì, 15 settembre 2006

Visto in tv

C'era un documentario qualche giorno fa, su Geo & Geo. Raccontava delle vite di alcuni uomini in un villaggio del Congo, che per portare le loro merci al mercato della città usano un bizzarro mezzo di trasporto: un monopattino di legno. Un grosso monopattino, per intenderci, in cui, a parte una molla di acciaio che funziona da ammortizzatore e una striscia di pneumatico appiccicata alla ruota, è fatto interamente di legno. Anche le ruote, appunto.
La telecamera seguiva il giovane protagonista del documentario mentre, caricate sul mezzo 400 chili di patate imballate in un paio di lunghi salami messi di traverso, si lanciava (è il caso di dirlo) lungo la strada in discesa verso la città. Unica possibilità di frenata: il suo piede premuto contro un pezzo di pneumatico posto contro la ruota.
Il giovane, il corpo proteso in avanti contro il carico, le braccia saldamente attaccate al manubrio (di legno) appariva concentratissimo a mantenere in strada il mezzo, cosa tutt'altro che semplice come testimoniava la presenza di mezzi e persone incidentate lungo la strada (non asfaltata). A volte, spiegava il commentatore, un'uscita di strada può essere persino fatale data la velocità con cui procede il monopattino.
E in effetti il primo problema di questi audaci autisti è restare vivi e mantenere intatto il mezzo. Il secondo problema si presenta  invece al sopraggiungere di una salita, in corrispondenza della quale però, stazionano in pianta stabile alcuni individui che mantengono la famiglia (!) con i soldi che guadagnano spingendo i monopattini (una cosa come 10 centesimi a spinta). 

Tra mille peripezie il nostro protagonista arrivava finalmente al mercato dove aveva la soddisfazione di riuscire a vendere tutte le sue patate. In una bella inquadratura  mostrava contento il guadagno di tanta fatica: un migliaio di franchi congolesi,  vale a dire...quattro euro.
Ci pensate? quattro euro. Gli bastano per sfamare la sua famiglia e questo è per lui motivo di soddisfazione. Ci mancherebbe.
Inoltre niente incidenti. Il monopattino è intatto. Guai se non lo fosse. Farsene costruire uno nuovo dall'artigiano del villaggio costa l'equivalente di 50 euro. Facile capire perché un irreparabile danneggiamento del mezzo sarebbe una tragedia.
IL ritorno avveniva a bordo di un camion di passaggio che caricava  uomini e mezzi sul rimorchio finché non era strapieno.

Il sogno di questi "piloti" di monopattini? Guadagnare abbastanza da far studiare i figli. L'ambizione  almeno per loro di un lavoro diverso e migliore.

Vite molto lontane dalle nostre.
Altre priorità.
Altra resistenza.
Altro valore attribuito alle cose.

Personalmente, mi sono sentita un pò a disagio con tutto il mio lamentarmi di questi giorni. Paragonato a quello il mio lavoro è un paradiso, i miei allievi degli angioletti, le difficoltà, una passeggiata.
Non è che adesso abbia smesso di desiderare un'altra vita, ma questo documentario mi ha ricordato una cosa imparata tempo fa: contare le benedizioni  è di gran lunga più produttivo che lamentarsi.


Con spirito più baldanzoso sono dunque entrata per la prima volta in classe questa mattina e ho subito individuato alcuni elementi a cui farebbe bene( per qualche tempo, intendiamoci, mica per sempre!) la cura del monopattino (al massimo  posso fargli uno "sconto" sul peso delle patate).

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giovedì, 30 marzo 2006

Simone Gandolfo e Pierfrancesco FavinoNon una recensione  

Nelle serate di domenica 26 e lunedì 27 ho visto su Rai 1  “Gino Bartali, l’intramontabile”, regia di Alberto Negrin.

Gente, mi è piaciuto proprio. Mi è venuto anche il magone. Dalle nostre parti diciamo così quando vengono i lucciconi e dentro la gola si ferma dispettoso un nodo di pianto. Insomma avete capito.
Normalmente alla tele vedo solo film e documentari. Evito le vicende a puntate. Succede sempre che salta fuori qualche impegno o un programma che mi convince di più e finisco col perdermi la conclusione.
Questa volta ad agganciarmi era stato il trailer trasmesso nei giorni precedenti. Personaggi, atmosfera, attori, stralci di battute: tutto l’insieme mi aveva fatto venire una gran voglia di vedermi il film. Sarà stato anche perché quella era l’epoca dei miei genitori o forse perché, anche se ignorante in materia di ciclismo, quei due nomi, Coppi e Bartali, li conoscevo anch’io. Così me le sono guardate quelle due puntate. Godendomi, dopo la prima, anche l’attesa della seconda.
Mi è piaciuto perché mi piacciono le storie e quella era una bella storia. Con un eroe come si deve e poi sudore, lacrime, amore,  rivalità. Due nemici-amici capaci di lealtà vera. Vittorie, sconfitte, piccoli e grandi gesti. E su tutto quell’aria canticchiata a mezza voce “vivere senza malinconia…” 
Ma lasciatemi dire due parole sugli attori a  cominciare dal protagonista, Pierfrancesco Favino (Bartali). Lasciatemi dire: finalmente una faccia vera, non un bambolotto. Una faccia un po’ da contadino con linee marcate e occhi che ci puoi andare a fondo. 
E’ stato bravo Pierfrancesco; è diventato Bartali a dispetto di una somiglianza fisica appena accennata, dettaglio non così importante alla fine. Si vede che ha lavorato duro per regalarci quel ruolo di  uomo semplice, leale, ruvido e dolcissimo. Non ho visto la sua interpretazione in “Romanzo criminale”, ma già in altre occasioni avevo avuto modo di notare che, diversamente da altri suoi colleghi italiani  (naturali e tutto quanto, chi lo nega), che sembrano però recitare sempre lo stesso ruolo, lui riesce a trasformarsi. 
Gli altri interpreti non sono stati da meno. Simone Gandolfo, bravissimo, ha dato a Coppi, cui somiglia in modo quasi inquietante, un accento di  grande tenerezza. Nicole Grimaudo, ( anche lei una faccia vera) ha reso palpabili la forza e la fragilità di Adriana, moglie di Bartali. Francesco Salvi, asciutto nel ruolo del manager (non so se è il termine adatto), Franco Castellano, in una significativa partecipazione straordinaria e tutti gli altri.


Non so se lo avete notato, ma è un momento in cui gli eroi scarseggiano. Parlo degli eroi veri, magari nascosti, capaci di onestà, dedizione a una causa (anche minima), rispetto della parola data, aiuto disinteressato.  Quando parlo con i miei allievi adolescenti, mi dicono disincantati della necessità di adeguarsi al mondo, di farsi furbi, di badare agli affari propri. Poi quando capita che in classe si legga o si veda qualcosa che racconta di un uomo o una donna che hanno dato magari anche la vita per qualcuno, rimangono per qualche istanti muti, interdetti. Ammirati per qualcosa che li incanta, ma che,allo stesso tempo, appare inesorabilmente troppo lontano da quanto hanno intorno. Tutto questo è molto triste.
Personalmente, quello che so di lealtà, dignità, amore, l’ho imparato dai miei genitori. Molto semplicemente. Dal modo in cui vivevano la vita di tutti i giorni. Dalle scelte che facevano, piccole e grandi. Da quel loro accogliere gli altri con disponibilità e rispetto. Dalla loro fedeltà ai principi che avevano scelto di seguire. Dalla sincerità di ogni loro parola. 
Io non dico che la soluzione stia nel mostrargli un film come questo, magari fosse così semplice. Ma se dei modelli devono avere, che non siano solo quelli dei reality, per favore.  Una volta metà dei miei allievi maschi voleva fare il calciatore. Oggi molti degli stessi ambiscono a essere fotomodelli, o ad un vago “andare in televisione” , magari per essere i nuovi Costantino e Daniele. (Allenarsi tre volte la settimana costa fatica e poi, il sabato sera,  chi ha voglia di andare a letto presto  per la partita della domenica?) Il fatto è che questo gli viene proposto e sono soprattutto i più culturalmente e socialmente deprivati ad abboccare. 
Eppure vi garantisco che le storie affascinano anche loro.Se la televisione gliene propone troppo poche bisogna leggergliele. Raccontargliele con passione. 
Io sono cresciuta con i teleromanzi a puntate. “La cittadella”, “David Copperfield”, “I fratelli Karamazov”. STORIE, non so se mi spiego. E tutta la famiglia a vedere le puntate davanti all’unica televisione in bianco e nero. E poi,  naturalmente,si leggeva. Anzi, soprattutto. 
Ora colgo ogni occasione per leggere qualcosa ai miei ragazzi: E. A. Poe, John Fante, Dickens, persino Shakespeare. C’è solo l’imbarazzo della scelta e a loro piace. In una classe c’è sempre almeno uno di loro che poi comincia a leggere per conto suo. E’ una vittoria piccola, ma importante.

Qualche giorno fa una collega ha chiesto ad un gruppo di ragazzi quali fossero i loro sogni. Uno di loro ci ha pensato un po’ e poi ha detto solo questo: “io sogno di avere un sogno.” Capite? sono così sperduti e insicuri che non si concedono nemmeno il lusso di un sogno. Nessuno gli ha fornito materiale per costruirlo quel sogno. Somigliano un po’ a dei bambini con il naso schiacciato contro i vetri di una vetrina piena di irraggiungibili giocattoli.  

Il giorno successivo alla trasmissione del film in due puntate su Bartali, ho sentito due signori anziani rievocare il tempo in cui, bambini, seguivano le imprese dei due ciclisti. Uno dei due commentava stizzito il fatto che la guerra avesse impedito loro di gareggiare per sei anni. “Pensa a tutte le gare che avrebbero potuto vincere!”  ha detto guardando davanti a sé, come se li stesse vedendo tagliare il traguardo proprio in quel momento. 
Ecco, la guerra fa schifo per molti e più nobili motivi, ma tra questi, magari un po’ in disparte c’è anche quello di aver privato di ansie, emozioni ed esultanze due bambini di allora.
Di aver rubato un po’ dei loro sogni.

(Per chi fosse interessato sul sito: www.ufficiostampa.rai.it c'è un resoconto del regista Alberto Negrin "Gino Bartali, l'intramontabile. Un'avventura sportiva, ma soprattutto umana").

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venerdì, 10 marzo 2006

Youssuf Karsh, Anna MagnaniLe mani di Anna.

O voi che sostate seppur brevemente su questo blog, un consiglio: guardate, se non lo avete ancora fatto, il film "La rosa tatuata".
E' quello con cui Anna Magnani vinse l'Oscar.
Chi lo ha già visto, lo riveda in lingua originale. Anche se non capisce. 
Datemi retta. Fatevi incantare dall'estrema naturalezza di ogni sua parola, gesto, sguardo.
Ma soprattutto seguite le sue mani. Bastavano quelle sole ad esprimere tutto.
(Glielo disse anche Eduardo che andava a teatro solo per vedere lei.)
Guardatele quelle mani benedette.
Piuttosto grandi. Forti e belle.
Unghie curate, ma corte. Non quelle inquietanti appendici di plastica che vanno di moda oggi.
Guardate come se ne porta una alla bocca per frenare il pianto.
Seguitele mentre se le asciuga con uno strofinaccio o si accarezza stancamente la fronte.
Quelle sua mani piantate sui fianchi sembravano tenere insieme il mondo.
Era semplicemente grandissima. Nessuna al suo livello dopo di lei.
Scrissero i giornali americani: "al suo confronto le altre attrici sembrano morte". Ci pensate?

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