mercoledì, 03 ottobre 2007

Rain and tears

(della serie: cronache dall'aula)

 

I ragazzi hanno una memoria di ferro. Se gli fai una promessa o qualcosa che solo vagamente le somigli, non se la dimenticano più e non permettono nemeno a te di farlo.

Quando ho incontrato per la prima volta gli allievi della prima B del corso per meccanici, il rito della reciproca conoscenza ha occupato tutta l’ora.

Mi faccio un punto d’onore di imparare tutti i loro nomi di battesimo prima che il suono della campanella li consegni a qualcun altro. Mi servo di tutti gli stratagemmi possibili per ancorarli alla memoria. Abbigliamento strano, pettinature, posizione all’interno della classe, segni particolari. Ovviamente i nomi inconsueti sono i più facili da ricordare. Ultimamente (e per fortuna) però i genitori italiani sono diventati un po’ più sobri nella scelta dei nomi. Non incontro più degli Erwin o Davis (?) nostrani. Sono tornati felicemente di moda i Marco e i Luca, almeno da noi. In prima A c’è addirittura un sovraffollamento di Andrea che rende la vita difficile alla mia memoria. Ne chiami uno e si girano in sette, ma pazienza.

L’unica eccezione è Demis, un ragazzino vivace e intelligente che non conosce il significato della parola silenzio, ma è simpatico.

Dietro mia richiesta ha ammesso sbuffando che la mamma lo ha chiamato così in onore di Demis Roussos, greco, un tempo leader degli Aphrodites’ child. La cosa un po’ mi ha sorpreso perché ormai i genitori dei miei allievi sono così giovani che Demis Roussos mi sembrava lontano nel tempo anche per loro. Invece.

Ho canticchiato il ritornello di “Rain and tears”, ma per dirla tutta, a parte “rain and tears” non conoscevo altre parole e non è che potessi andare avanti a cianciare solo di pioggia e lacrime, in inglese per giunta. Mi sono sbagliata a dire che avrei cercato il testo della canzone e gliel’avrei cantata per benino. Non l’avessi mai fatto. Adesso ogni volta che mi affaccio in prima B mi chiedono di cantare.

Ho cercato su internet e ho scoperto che il mondo è ancora pieno di estimatori di Demis Roussos e pure degli Aphrodites’child. Chi l’avrebbe mai detto.

Comunque ho stampato il testo e mi sto preparando.

Una seccatura, ma se serve a farli stare buoni, sono disposta a imparare tutto il repertorio.

A proposito, mi sembra di ricordare che ne fosse stata fatta una versione italiana, qualcuno sa se è vero e se sì, chi la cantava e quale era il titolo (e magari dove trovo il testo)?

postato da: Ihadadream alle ore 13:29 | Permalink | commenti (30)
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venerdì, 02 febbraio 2007

Ancora sui "Poeti per Caso"

Tanto per cominciare ringrazio di cuore tutti voi avete accolto l'invito a visitare il sito dei miei ragazzi e a commentare.
Tengo a precisare che  i miei ragazzi potranno accedere al sito solo una volta alla settimana mediamente, quindi le loro risposte arriveranno un po' con il contagocce.
Dal momento che si tratta di un blog didattico, con tanto di nome della scuola, onde evitare la comunicazione della password ai proverbiali cani e porci , con il rischio degli incidenti spiacevoli che potete immaginare, i ragazzi potranno inserire i loro lavori solo in mia compagnia e dopo che io li avrò fatti accedere al blog. Questo complica un po' le cose e allunga i tempi, ma era la soluzione più sicura, non potendo io vigilare sui contenuti immessi 24 ore su 24. 
Sempre a causa dei tempi ristretti, i ragazzi risponderanno ai commenti prevalentemente su "poetipercaso".   

Vorrei che aveste visto la faccia dell'autore della prima poesia, davanti ai 17 commenti che c'erano stamattina sotto al suo componimento. Christian, che esiste davvero e ha davvero 15 anni quasi 16, non è il tipo che si scopre troppo, ma il suo linguaggio non verbale è per me un libro aperto. Con un sorriso da un orecchio all'altro mi ha sussurrato solo questo: Fa effetto, prof, vedere la mia poesia su internet.
Ultimamente il giovanotto era un po' a corto di motivazioni per la scrittura e aveva ripreso ad esercitarsi nel suo sport preferito: provocare i prof.  Oggi è stato un angioletto e se ne è andato a casa con tutti i commenti stampati sotto il  braccio. C'è da credere che ricomincerà a scrivere.

Grazie a tutti ancora.

postato da: Ihadadream alle ore 14:22 | Permalink | commenti (16)
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mercoledì, 18 ottobre 2006

Ci son giornate.

Ci son giornate che ti tagliano le gambe e non gli ci vuole nemmeno molto.
Ultima ora della mattinata: IIB meccanici. Attraverso il cortile per andare nell'edificio di fronte e per farlo passo davanti a metà classe. L'intervallo è finito e loro dovrebbero essere già in aula.
Dovrebbero almeno precipitarsi là vedendomi arrivare.
Calma.
Precipitarsi è una parola grossa.
Dovrebbero almeno avviarsi precedendomi.
Potrebbero anche solo seguirmi.
Invece non si muovono.
Continuano tranquillamente a chiacchierareberefumare come se non mi avessero visto.

In classe ne trovo presenti due. Mi siedo, comincio il rito assurdo della firma del registro e faccio pure un errore. Le sentirò dalla segreteria. Intanto il responsabile della sicurezza è andato a raccattare i ragazzi. Arrivano alla spicciolata e ricevono in consegna il testo di una verifica che potrebbero svolgere a occhi chiusi appesi ad un lampadario, ma che alcuni riusciranno comunque a sbagliare. Poco importa, dovrò comunque dar loro la sufficienza.

I soliti due  cominciano la consueta pantomima. Lo scopo è provocarmi e io non intendo dar loro soddisfazione. Uno si attacca al telefono e parla ad alta voce. Posso anche sentire il suo interlocutore rispondere. Volano poi alcune bestemmie. ma è un volo pacato a mio esclusivo beneficio. Io ignoro il tutto per un preciso motivo. Ho già impegnato due o tre lezioni a discutere di quelle che io chiamo "questioni di lana caprina". Perché non vogliamo che in classe si usi il telefono, si mangi o si bestemmi (ecc. ecc.) . Si discute e non si cava un ragno dal buco perché l'unica cosa che vorrebbero è fare esattamente sempre quello che gli pare. Di certo finisce che si saltano ore e in fondo il loro scopo è quello.

La cosa ridicola è che sono forse solo tre che tengono in scacco tutta la classe. Avete presente la storia delle mele marce che fanno marcire tutto il cesto? Una cosa così. Questo dopo un anno scolastico, quello scorso, passato a cercare di motivarli, capirli, conquistarli.
Chi mi conosce si è fatto abbondantemente un'idea del tipo di insegnante che sono, ma per chi giunge qui solo ora dirò che ho sempre cercato di escogitare nuove strategie per i miei ragazzi che, mediamente, sono più "disperati" degli altri. Ci manca solo il doppio salto mortale carpiato con  avvitamento. La realtà è che con alcuni di loro non funziona niente di quello che faccio. O magari funzionerebbe anche ( a volte li vedo tentati di seguire me e gli altri) ma fare "i cazzoni" (perdonate la crudezza del termine) è di gran lunga più divertente.

Io penso una cosa: è dovere degli insegnanti tendere la mano. Io personalmente la mano la tendo anche dieci volte. Loro responsabilità e scelta è afferrarla.  Questo se credete, come me, che esista qualcosa chamata "responsabilità individuale", naturalmente.
Ho sempre apprezzato un allievo capace di un intelligente contraddittorio con me. Le critiche non mi spaventano,  sono le provocazioni fine a se stesse ad esaspermi.

Suona il campanello liberatore. Se ne vanno. Alcuni mi salutano. I cazzoni no. Io scendo lentamente le scale trascinando il registro malamente compilato. Devo trascorrere con loro 45 ore. Non ne ho fatte nemmeno dieci. Un incubo. Come ho già scritto in un post precedente, armi contro queste situazioni non ne abbiamo. Magari convocheremo i genitori di quei tre chiedendo collaborazione riguardo a cellulari, bestemmie, ritardi.  Servirà? Non credo. A volte vedi i genitori e capisci perché i figli sono così.

Lasciate che vi dica una cosa anche se probabilmente non vi piacerà. Io normalmente mi affeziono ai miei allievi  e molto, compresi quelli che qualche volta mi fanno arrabbiare (i simpatici pirati, come li chiamo io). Ma quelli che pensano di essere loro molto furbi e tu un zerbino su cui pulirsi i piedi  (e che sono poi gli stessi che tormentano i più deboli, cosa che mi fa inviperire) quelli non vedo l'ora che se ne vadano. Dopo di ché sarà mia cura cancellare accuratamente ogni ricordo che li riguarda. Adesso però me li devo tenere, sopportarli, correggere i loro compiti, fingere di non sentirli.

Adesso capite perché voglio cambiare mestiere?
Hope

postato da: Ihadadream alle ore 14:25 | Permalink | commenti (28)
categoria:scuola, sfoghi
lunedì, 02 ottobre 2006

Non tutto il male vien per nuocere.

Premesso che dei reality attualmente imperversanti (e pure di quelli futuri) penso tutto il male possibile, devo registrare un imprevedibile effetto-Pupa-e-Secchione sulle giovani menti delle mie allieve più vivaci.
La levata di scudi contro il programma e in particolar modo contro le  sedicenti pupe è stata unanime, tanto da indurmi a vedere almeno la striscia serale per farmi un'idea. Ecco cosa credo sia successo: le mie ragazze si sono trovate di fronte ad una specie di specchio distorto in cui hanno avuto l'impressione di vedere quello che potrebbero diventare. Nessuna meraviglia che sia siano arrabbiate. 
Il passo successivo è stato cercare di correre ai ripari. Con la mia collega hanno preso l'impegno di vedere il telegiornale tutte le sere (non so quanto questo le renda davvero informate sulla realtà, ma insomma è una cosa). Quanto alle mie lezioni posso registrare un livello di attenzione mai sperimentato prima.
Non mi illudo che la cosa duri in questo modo molto a lungo, ma il cammino verso la consapevolezza di sè e del posto che si vuole occupare nel mondo, è lungo e pieno di insidie.

Oggi, parlando in un momento di pausa dell'atteggiamento schifato che le pupe mostrano a volte nei confronti dei secchioni, atteggiamento che loro disapprovano, hanno dovuto però convenire di essere più spesso attratte dai ragazzi rudi e ignoranti che da quelli colti e intelligenti. La cosa è per me inspiegabile.

A quindici anni io stavo con un secchione alto e magro come un chiodo la cui principale attrattiva dal punto di vista fisico erano un paio di occhi verdi. Però suonava la chitarra solista come un angelo rock, aveva una conversazione arguta e intelligente e senso dell'umorismo da vendere (cose tutte che, quando ancora non fai sesso, risultano essere essenziali). Mi piaceva che come me avesse degli ideali e un sano senso dell'onore e per quanto non fosse essenziale, mi piaceva che fosse un secchione!
Io fui il suo primo bacio, lui il mio secondo (ma il primo se non ci fosse stato sarebbe stato meglio). Restammo  insieme 4 anni con in mezzo un intervallo di un anno in cui lui andò a vivere in un'altra città. Nonostante lui volesse, non mi convinsi mai a fare l'amore con lui che rispettò la mia volontà. La verità è che non mi sentivo pronta a farlo o forse, dal momento che allora pensavo che  avrei fatto sesso unicamente con l'uomo giusto, (quello che avrei sposato, per intenderci) sentivo che semplicemente non sarebbe stato lui quell'uomo.
Quando ci lasciammo, diciamo per esaurimento della relazione lui si mise con una studentessa di medicina  e insieme decisero che avrebbero  fatto l'amore solo dopo il matrimonio. Si sposarono e ora sono felici genitori di due figli. Lui è diventato ingegnere elettronico e credo suoni ancora la chitarra di tanto in tanto. 
Quanto a me dopo aver tanto resistito io feci infine l'amore alla veneranda età di ventuno anni mentre ero negli Stati Uniti, con un ragazzo di origine iraniana dal fisico ragguardevole. Non era un secchione, ma nemmeno un idiota. Era però un discreto stronzo e la mai prima volta  fu assai deprimente  proprio perché il giovanotto non era precisamente un miracolo di sensibilità e attenzione.

Curiosamente io non  trovai subito l'uomo giusto  che vagheggiavo  e quindi ci furono per i miei gusti fin troppi tentativi , tra cui alcuni (leggi: molti) decisamente sbagliati che avrei potuto risparmiarmi, ma questa è un'altra storia.

Ancora oggi comunque non mi spiego come mai qui a scuola le ragazze più popolari ignorino sistematicamente i  ragazzi più interessanti non solo dal punto di vista della sensibilità e dell'intelligenza , ma anche dal punto di vista fisico se sono educati e gentili,  mentre si ostinino   a prediligere i caciaroni rudi e maleducati (magari anche se brutti) che sistematicamente prendono i loro cuoricini, li fanno in piccoli pezzi e ci ballerebbero sopra una giga scozzese se solo  sapessero cos'è.
Per fortuna esistono anche altre ragazze con occhi per vedere e sensibilità per accorgersi di chi non si fa notare. Peccato che a volte i timidi-intelligenti-sensibili muoiano invece dietro alle stronzette. Insomma è un serpente che si morde la coda.

Detto questo, lungi da me giustificare la presenza di programmi-spazzatura, ma se possiamo almeno portare a casa il risultato di un minimo di autoriflessione da parte delle ragazze e dei ragazzi più lungimiranti, accompagnata dal desiderio di farsi almeno una cultura di base beh, è meglio che niente.

postato da: Ihadadream alle ore 14:56 | Permalink | commenti (15)
categoria:riflessioni, scuola, tv
venerdì, 08 settembre 2006

Cose da non credere.
In cui chi scrive fornisce alcune pacate spiegazioni circa il suo moderatissimo entusiasmo all'idea di riprendere il lavoro e conclude rivolgendo un accorato appello ai lettori (e poi vi assicuro che non ne parlo più).

Io insegno in una scuola che se la chiami così i miei capi si irritano.
Non parlo del mio direttore, brav'uomo, ma dei mega direttori intergalattici che risiedono nel capoluogo della mia regione.
Il nostro è un centro di servizi formativi, scusate se è poco.
Nemmeno la parola insegnante gli piace granché a quelli. Docente è benignamente tollerato, formatore è la definizione giusta. Tutti e tre i termini non cambiano comunque la realtà che vede il suddetto insegnatedocenteformatorechedirsivoglia occupare lo spazio normalmente assegnato al "due di picche" o, se volete, alla proverbiale "ultima ruota del carro".

Nessuna sorpresa che qui siano in pochi a voler  insegnare. Da una quindicina di anni a questa parte c'è stata una corsa da parte di molti a cercare di occupare le nuove funzioni che si venivano delineando con il nuovo assetto del centro: responsabile di commessa, tutor, progettista, ecc. Io non ero interessata a nessuno di questi ruoli. Insegnare è quello che so fare, dunque  ho continuato, nonostante il compatimento di quanti qui dentro dicevano che "non si può più fare solo il professore, insomma ecchediamine!". Adesso siamo al punto che ci tocca assumere gente esterna con contratti a termine per coprire i posti di chi in classe non ci va più.

Per farla breve, i nostri corsi sono finanziati dalla regione che stabilisce certe regole cui non possiamo contravvenire pena il pagamento di penalità e il rischio di perdere l'approvazione di altri corsi l'anno successivo.
Tanto per cominciare stabilisce un numero preciso di alunni per classe. Per esempio, in prima devono essere 18, non uno di più non uno di meno (salvo richiesta straordinaria e motivata di deroga). Se ne perdiamo uno e non riusciamo a sostituirlo, paghiamo. La conseguenza immediata è che, salvo un tentativo di omicidio colto in flagrante, non possiamo espellere nessuno. Possiamo sospendere, ma con moderazione onde evitare che il frugoletto non si scoraggi e decida di abbandonare la scuola. Per lo stesso motivo (udite, udite) non possiamo bocciare, se non, in linea assolutamente teorica, alla fine del ciclo formativo, cioè all'esame finale (cosa che non accade quasi mai, se no sorgono problemi di altro tipo)
Cosa succede allora al prof che presenta agli scrutini di fine anno votazioni insufficienti? E' costretto ad alzarle con la magra consolazione dell'aggiunta di due consonanti: V.C. (voto di consiglio) di cui non frega una cippa a nessuno. In pratica perde la faccia.

Cosa fa allora l'insegnante che vuole salvare la capra della propria dignità e i cavoli rappresentati dalla necessità di trasmettere un minimo di contenuti e mantenere una parvenza di disciplina? Abbassa drasticamente le proprie pretese e nel contempo fa salti mortali e giochi di prestigio per interessare/trattenere/divertire la turba schiamazzante che sempre più rifiuta (letteralmente) di fare il benché minimo sforzo. Credetemi, non è facile.
L'anno scorso mi è andata discretamente. Ho tenuto un laboratorio di poesia e ha funzionato, ma io ho molto margine di azione. Chi insegna tecnologia meccanica, tanto per fare un esempio, ha qualche difficoltà in più. Ancora non si è piegato a fare, che so, improvvisare un rap per imparare qualche formula.

Usufruendo di finanziamenti pubblici siamo, come è giusto, soggetti ad ispezioni a sorpresa. Il punto cruciale è quello che viene ispezionato. La cosa più importante dell'universo è la correttezza nella compilazione dei registri: le firme devone essere identiche a quelle depositate e nessuna deve mancare (questo posso pure capirlo perchè si deve controllare che il corso non sia puramente fittizio). Sui registri vegliano le nostre fide segretarie che ci segnalano qualsiasi anomalia. Va da sè che la prima cosa che un insegnante deve fare appena entrato in classe è firmare il registro. Scordatevi il registro che si usa nella scuola statale. Si tratta di tutt'altra cosa. Firmano i ragazzi e poi noi. Sul frontespizio c'è un foglio, che cambia tutte le settimane, con l'orario. Io devo solo fedelmente copiare una cosa di questo genere:

Competenze di base: comunicare in lingua italiana.
Argomento: (che so) regole di sintesi e di argomentazione
orario: 9.00-10.00
Firma: Anna Ihadadream

La cosa interessante riguarda gli argomenti. Sono già stabiliti per tutto l'anno in base al progetto.  Io devo solo copiare quello ce c'è scritto e gli ispettori andranno in brodo di giuggiole nel rilevare che tutto corrisponde. Quello che succede quindi è che, dopo aver firmato con la massima cura, io chiudo il registro e spiego quello che voglio e siccome sono una persona con una coscienza, non uso quel tempo per leggere il giornale o insegnare ai ragazzi a costruire una bomba artigianale. Faccio italiano. Lo faccio in modo che imparino qualcosa e si divertano allo stesso tempo. A volte ci riesco a volte no. Il punto è che nessuno controlla la qualità dell'insegnamento e considerato il tipo di burocrati che girano è una benedizione che sia così.
Da questa assurdità deriva quanto meno il vantaggio non trascurabile che, se sulla carta siamo rigidamente ingabbiati in contenuti predeterminati da gente che magari non ha mai visto una classe, nella realtà godiamo di una discreta libertà di insegnamento, sconosciuta in altre scuole.  (Del resto i programmi che dovremmo svolgere sono tali che sarebbe pressocchè impossibile svolgerli con le ore a disposizione e con il tipo di allievi che abbiamo.) 

Siamo però  sommersi dalla carta. Dobbiamo certificare/spiegare/motivare ogni cosa. Intanto viene risicato il tempo per i nostri ragazzi che spesso vivono realtà difficili, sono soli e spauriti. E ogni anno la quantità di carta aumenta e il tempo per le cose reali diminuisce. Questo panorama desolante non deve però farvi pensare che la qualità dell'insegnamento sia scadente. Sulle risme di carta  e  le pile di dischetti del computer si elevano indomiti un manipolo di insegnanti che nonostante tutto continuano a fare bene il loro mestiere. Belle persone che non si risparmiano e che ho piacere di incontrare ogni giorno. Nella logica che ho io, di valutare soprattutto le cose positive, questo è un elemento non da poco.

Con tutto questo però, mantenere però un livello di passione ed entusiasmo tale da fare il mio lavoro in modo efficace non è facile. Anzi, personalmente al momento mi appare difficilissimo. Aggiungete che, non essendo più giovanissima, patisco più di prima quando un pischello di 15 anni mi manda a stendere. E vero che mi affeziono anche ai miei topini, ma se volete la cruda verità io sono proprio un po' stanca di combattere.  E' giunto quindi  il momento di rivolgere il mio A.A.

Appello Accorato.

Come potete immaginare non sono esente dalla necessità di pagare le bollette, fare la spesa e cosucce di questo genere. Se potessi far fronte a queste cose da un un casolare immerso nel verde circondata dagli animali che amo, dedicandomi alla scrittura e ai miei passatempi creativi, lo farei seduta stante, ma tant'è.
Premesso questo, mi rendo disponibile per un altro lavoro tenuto conto di quanto segue:
Punti forti:
- sono laureata in lingue, parlo bene l'inglese e potrei per esempio tradurre in italiano romanzi (non dico cose importanti, magari gialli o simil Harmony o fantasy che amo e di cui sono abbastanza esperta); in francese me la cavo e basta:
-amo gli animali e ci so fare con loro, mi piace vivere a contatto con la natura:
- mi piace il contatto con la gente e ciò che riguarda l'ospitalità, se qualcuno vuole disfarsi del suo bed and breakfast o agriturismo in cambio di una canzone (non so se conoscete questo modo di dire) o magari vuole solo affidarmelo in gestione, io sono qui;
-  sono una a cui piace imparare:
-  credo che saprei gestire la posta del cuore  di una rivista ammesso che esistano ancora cose del genere;
- so recitare.
- sono una tipa leale;
- sono abbastanza creativa;
- sorrido molto;
- mi affeziono alle persone
- credo nei miracoli;
- sono disposta a trasferirmi, purché ovviamente la cosa coinvolga il mio compagno che è uno di quei tipi che sa fare di tutto (premesso che lui ha già un discreto un lavoro, ma amerebbe come me fare il contadino);

Punti deboli:
- ho la patente ma non so guidare.
- non so e non amo fingere, adulare, intrallazzare;
- non so fare i conti (se non quelli più elementari e non bene):
- mi affeziono alle persone;
- non ho moltissima pazienza, se non forse con gli animali.

Al momento non mi viene in mente altro se non che quello che ho appena scritto è assolutamente folle e forse frutto dell'afa e della disperazione al pensiero dell'imminente inizio dei corsi (next week!)
Detto questo, vado a casa perché sono esausta. Qui fa un caldo bestiale e io devo ancora passare dal supermercato che stasera faccio l'insalata di riso. (non ho nemmeno la forza di vedere se ho fatto errori, anzi ci saranno sicuramente. Scusate, li correggo domani.)

postato da: Ihadadream alle ore 14:53 | Permalink | commenti (17)
categoria:scuola, a proposito di anna
mercoledì, 31 maggio 2006

Tempi andati

Qualche tempo fa ho chiesto alle ragazze e ai ragazzi di una seconda di intervistare  persone che avessero  più di sessant'anni circa le loro vite. Dopo aver stilato una lunga lista di domande, ognuno di loro ha realizzato una corposa intervista con  il soggetto prescelto.
Successivamente hanno trascritto il materiale così ottenuto sotto forma di lungo monologo. Nel farlo ho chiesto loro di rispettare il linguaggio e la sintassi degli intervistati.
Al ritorno a scuola ognuno ha letto il suo monologo in prima persona, creando un effetto decisamente suggestivo.
C
he io mi sia commossa ascoltando i racconti di queste vite vissute non fa testo. Ho già avuto modo di dire che basta un niente e parte la lacrima. La sorpresa è stato vedere questi scanzonati adolescenti ammutoliti dalle vicende di queste persone (nonne, nonni, vicini di casa), così incredibilmente diverse dalla realtà quotidiana loro nota.
Ho pensato che, magari, una di queste interviste poteva interessare anche voi. Eccola.

INTERVISTA A  LUIGIA M. di Marina M. (IIBT)

 

Mi chiamo  Luigia, sono nata il 28 settembre del 1928. Mi chiamo così perché ho ereditato il nome da mio nonno che si chiamava  Luigi. Sono nata in casa alla Cascina Valazzeta di Santa Cristina, un piccolo paese nel comune di Borgomanero. Mia mamma si chiamava  Angela e il mio papà  Natale.

La mia era una famiglia di contadini molto numerosa, eravamo in undici: c’era mamma, papà, nonna Fiorenza, sette sorelle ed un fratello. Io ero la più grande poi sono arrivati Elsa, Luigi, Rosina, Sandra, Piera, Fiorenza e Silvana.

Ho sempre vissuto nella casa dove sono nata. Ho avuto un’infanzia serena non avevamo molto ma quel poco che c’era si è imparato ad apprezzarlo assai. i nostri giochi erano semplici e all’apparenza anche banali ma ci divertivamo molto: la mia palla era fatta da tante patate legate insieme e giocavamo con dei semplici sassolini. I miei giochi preferiti erano “campana” e nascondino. Si giocava con tutti i bambini della cascina. Eravamo proprio tanti. La mamma e la nonna ci avevano fatto delle bambole di pezza. Non c’erano né televisione né radio.

La sveglia alla mattina suonava molto presto perché bisognava andare a scuola in paese e siccome non c’erano mezzi di trasporto si andava a piedi e si impiegava una mezz’oretta.

La classe era formata da sole femmine, eravamo divisi dai maschi perché eravamo circa settata bambini. Le principali materie che si studiavano a scuola erano l’aritmetica e l’italiano, inoltre un pomeriggio a settimana le bambine imparavano a fare la maglia. Si andava a scuola tutto il giorno fino alle quattro di pomeriggio.
D’inverno si tornava a casa che era già buio e quindi si facevano solo i compiti mentre in primavera, quando le giornate erano più lunghe bisognava andare ad aiutare i genitori nei campi o a lavare i panni alla roggia. Se non si facevano i compiti la maestra ci metteva dietro la lavagna e ci dava le bacchettate sulle mani come punizione.

Sono andata a scuola fino alla  5^ elementare.  Mi sarebbe piaciuto continuare gli studi, ma non si poteva perché finita la scuola dell’ obbligo si doveva andare a lavorare per portare a casa dei soldi.

Finita la scuola, in estate, si andava a pascolare i tacchini e le mucche. Quando si era a casa si aiutava la mamma e la nonna a fare i lavori domestici e a curare le sorelle più piccole.

Non c’era molto cibo, si mangiava ciò che produceva la terra, il pane era di granoturco e si faceva in casa. Si era soliti mangiare riso , fagioli, patate, uova sode, insalata e formaggio. Gli unici dolci che avevamo era una frittata fatta con lo zucchero e dei tortelli che faceva la nonna.

A pranzo solitamente quando si andava a scuola  si mangiava un pezzo di pane di granoturco e un uovo sodo, quando tornavamo a casa la nonna per merenda ci scaldava un po’ di minestra avanzata.

In cascina c’era un pozzo dove si prendeva l ‘acqua. In casa non c’era il riscaldamento, ma la stufa a legna e in inverno le camere erano ghiacciate; per scaldarci di notte usavamo un mattone che riscaldavamo nel forno della stufa. Ancora non avevamo l’elettricità e illuminavamo con lumi ad olio e successivamente con candele. Alla sera si recitava il rosario e si andava a letto presto.

I miei genitori erano piuttosto severi e una delle cose più importanti che mi hanno insegnato è il tener da conto sia soldi che cibo.

Anche il nostro abbigliamento era semplice ed umile. Per tutti i giorni usavamo zoccoli e un vestito il più delle volte rattoppato mentre, per la festa, avevamo un vestito e un paio di scarpe che mettevamo per andare alla messa delle sei del mattino e dopo pranzo all’oratorio, al catechismo e al vespro.

La festa più bella era il giorno di Natale perché si mangiava la carne. Gesù Bambino ci portava i doni che erano noci, mandarini, uva. Alla vigilia si preparava l’albero addobbato con mandarini, caramelle, biscotti a forma di animali che mangiavamo poco alla volta perché dovevano durare fino all’epifania.

Finite le elementari sono andata a lavorare nei campi con i miei genitori e all’età di quindici anni sono andata a fare la monda e la raccolta del riso. Si andava fuori a dormire e non si tornava a casa per circa un mese. Io sono andata a Carisio in provincia di Vercelli e a Ponzana in provincia di Novara. Finito il periodo della monda del riso la vita riprendeva normalmente.

Noi giovani non uscivamo mai alla sera perché c’erano da fare quattro chilometri a piedi per andare a Borgomanero e poi i genitori non volevano, erano piuttosto severi soprattutto con noi ragazze.

Quando avevo diciotto anni, il giorno di San Rocco, ho conosciuto Giovanni, aveva ventotto anni ed era appena tornato dalla guerra. Abitava in Via Coco Martinale a S.Cristina, me ne sono innamorata subito e dopo un mese ci siamo fidanzati in casa. I miei genitori erano d’accordo anche se c’erano molti anni di differenza. Lo vedevo circa una-due volte a settimana, lui veniva a casa mia e dopo tre anni all’età di vent’uno anni mi sono sposata. Siamo andati in chiesa a piedi, poi abbiamo fatto il pranzo in casa. Non avevamo soldi per fare il viaggio di nozze. A ventiquattro anni ero già mamma due volte. I miei figli li ho chiamati Giuseppe, nome ereditato da mio suocero e Piero Luigi perché i miei nonni si chiamavano così.

A ventotto anni sono andata a lavorare in fabbrica. Purtroppo sono rimasta vedova presto, ho dovuto lavorare sodo per tirare avanti la famiglia e con molti sacrifici sono riuscita a sistemare bene i miei due figli. Ho lavorato fino a quando sono diventata nonna.

Della mia vita non cambierei nulla, la giudico una vita serena, e anche se non si aveva nulla si era sempre contenti, quel poco che si aveva bastava, lo si apprezzava molto e non si avevano grilli per la testa.   

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lunedì, 08 maggio 2006

A scuolaAnna

Poco fa alcuni bricconcelli della  IB hanno estratto il mio fegato senza anestesia e lo hanno allegramente macinato sul tavolo. Successivamente, elementi della IIB sono apparsi vagamente delusi che il lavoro che si erano proposti di fare fosse già stato (sapientemente) eseguito da altri.

Io-sono-stanca. Punto.

Oggi va così.

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