mercoledì, 18 luglio 2007

Il potere dell’ironia

 

Vi dirò cosa ne penso.
Mi piace l’ironia lieve, che diverte e fa riflettere senza far male.

Oppure quella incisiva e arguta che mette a nudo le fragilità del mondo (conosco bloggers che la usano in modo mirabile  che non manco di frequentare).

Detesto l’ironia che, senza un motivo decente, se non far sentire intelligente ed astuto chi la fa, ferisce gratuitamente.

Sono, lo ammetto, molto sensibile al giudizio degli altri.

Troppo, credo, per tenere un blog pubblico. Figuriamoci due.

Vi dirò anche cosa faccio io quando visito i blog altrui.

Se leggo qualcosa che non incontra i miei gusti e non conosco l’autore non lascio commenti.

Se conosco l’autore, a volte anche.

Oppure cerco qualcosa nel post che mi piace e parlo di quello.

Se capisco che l’autore è interessato ad un giudizio critico, cerco di darlo in modo garbato senza dimenticare mai che non sono il De Sanctis.

Non mento mai nei commenti che lascio.

Non improvviso lodi sperticate né scrivo cose che non penso. Che motivo ci sarebbe?

Penso di poter dire che le persone che ho imparato a conoscere meglio e a stimare sul blog fanno lo stesso.

Mi sono messa in testa che le persone possano tranquilllamente fare a meno dei miei commenti e che sia una loro cortesia accogliermi nel loro mondo, permettermi di leggere il loro lavoro e poi invitarmi a commentare.

Una cortesia che apprezzo e di cui sono grata.

Ho questa idea bislacca che sia preferibile costruire contatti piacevoli con le persone, piuttosto che far sfoggio di umorismo corrosivo a spese altrui.

Mi sa che dovrei chiudere bottega (anzi botteghe).

postato da: Ihadadream alle ore 12:54 | Permalink | commenti (20)
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martedì, 17 aprile 2007

Cambiamenti.

mirtilloNon so quando e come sia cominciato.

Da un po’ di tempo in qua provo una singolare soddisfazione nel dedicarmi a compiti manuali semplici. Non parlo delle pulizia di casa, pavimenti-vetri-polvere, ché ancora trovo frustranti per quel loro richiedere tempo-fatica-sudore, salvo essere poi vanificate in un amen. Parlo di cose come affettare un  pomodoro, passare il panno umido sul lavello, bagnare le piante.

Il cucchiaio di legno che lentamente traccia un solco morbido nel sugo, sgombera nel contempo la folla dei pensieri. Li mette in fila ordinati o, meglio ancora, li rimanda dove sono venuti, nell’Archivio delle Preoccupazioni Inutili.
Taglio il radicchio a striscioline e l’anima lievemente si gonfia di un sospiro di sollievo, ché tutto sembra, per virtù di quel gesto, quieto nel suo ordine naturale.

Pulire le lettiere dei gatti diventa la cosa migliore da fare la mattina prima di andare al lavoro (i miei felini,  grati, le visitano subito dopo), verso un luogo dove mi si chiede di essere brava, intelligente, simpatica, comprensiva, tollerante e un po’ (anzi parecchio) psicologa.
Non pretendono tanto le piantine di erbe aromatiche. Ecco perché ci parlo. Non veri discorsi. Due parole appena. Complimenti per come sono belle, più che altro.

L’altro ieri abbiamo messo a dimora le dieci piante di mirtilli che da qualche settimana attendevano sul nostro balcone. Arrivate piccine, sono diventate rigogliose in quell’attesa. Le abbiamo piantate nel nostro bosco. Come faccio a spiegarvi che un po’ lo sento il vuoto che hanno lasciato qui a casa. Erano diventate parte di un’abitudine.  Bagnarle, controllare le foglioline nuove.  Spero stiano bene.

 

Non so quando e dove sia cominciata questa nuova me, ma la custodisco con attenzione.

So che è venuta fuori dalle traversie passate, dalle ansie, dai dolori anche fisici. Da tutte quelle cose che lentamente, faticosamente, pazientemente, mi hanno condotta alle cose davvero importanti. A ridurre il più possibile recriminazioni e menate e a creare dentro e intorno a me serenità. Non che ci riesca sempre, ma insomma,  ci provo. Accogliere il mio compagno in questa atmosfera concretamente serena, gli accende subito un sorriso.

E’ bello. Semplice, anche. Più di quanto pensassi.

Non ci avrei creduto solo qualche anno fa. Forse allora mi avrebbe irritato leggere cose come quelle che sto scrivendo ora. Chissà. (E se sarà così per qualcuno di passaggio qui, abbia pazienza, mi sopporti, se crede.)

E non è un rinchiudersi, no.  Al contrario la bellezza e la sofferenza del mondo si fanno ancora più presenti. Con la differenza che l’esigenza di un’azione concreta, se pure piccola si fa più forte.

Ho anche più facilità al pianto. Un po’ sarà colpa degli ormoni impazziti, non dico di no. Molto è però uno struggimento dolce che mi prende davanti a un qualche tipo di incanto. Un po’ di umido negli occhi, non crediate, che però diventa pianto davanti alle immagini televisive di piccoli spaccapietre in una contrada lontana del Guatemala. Davanti a qualsiasi tipo di dolore che mi vede impotente. 

Sgomento e meraviglia, gratitudine e lamento, prendono tutte la forma di una preghiera. Di una parola o di tante. Una preghiera che è essenzialmente abbandono confidente. “ Pensaci tu, Padre.Tu vedi più lontano di me”.

A volte è  solo un Segno di Croce, la sinistra sul cuore.

postato da: Ihadadream alle ore 14:23 | Permalink | commenti (17)
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giovedì, 08 marzo 2007

Val la pena ricordare che...

"Le origini della festa dell'8 Marzo risalgono al lontano 1908, quando, pochi giorni prima di questa data, a New York, le operaie dell'industria tessile Cotton scioperarono per protestare contro le terribili condizioni in cui erano costrette a lavorare. Lo sciopero si protrasse per alcuni giorni, finché l'8 marzo il proprietario Mr. Johnson, bloccò tutte le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire. Allo stabilimento venne appiccato il fuoco e le 129 operaie prigioniere all'interno morirono arse dalle fiamme. Successivamente questa data venne proposta come giornata di lotta internazionale, a favore delle donne, da Rosa Luxemburg, proprio in ricordo della tragedia. Questo triste accadimento, ha dato il via negli anni immediatamente successivi ad una serie di celebrazioni che i primi tempi erano circoscritte agli Stati Uniti e avevano come unico scopo il ricordo della orribile fine fatta dalle operaie morte nel rogo della fabbrica.

Successivamente, con il diffondersi e il moltiplicarsi delle iniziative, che vedevano come protagoniste le rivendicazioni femminili in merito al lavoro e alla condizione sociale, la data dell'8 marzo assunse un'importanza mondiale, diventando, grazie alle associazioni femministe, il simbolo delle vessazioni che la donna ha dovuto subire nel corso dei secoli, ma anche il punto di partenza per il proprio riscatto." (trovato su: www.italiadonna.it)

Non sono gli spogliarelli in sè che mi disturbano. Ognuno vede gli spettacoli che preferisce. Proprio in questo giorno però no, per favore.

(Va da sè che mi dissocio dal circo pazzo in cui questa festa è stata trasformata. Neanche le mimose voglio.)

postato da: Ihadadream alle ore 13:27 | Permalink | commenti (12)
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lunedì, 30 ottobre 2006

Qualcosa s'impara, grazie a Dio.

Voglio dire nella vita.
Ci sono lezioni grandi e lezioni piccole.
L
e prime sono quelle che di solito fanno male. Quelle che se non dai loro retta si ripresentano peggio di prima. C'è di buono che una volta che le impari è per sempre. Almeno nella maggior parte dei casi.
Poi ci sono le lezioni piccole.
Sono di varia natura e si apprendono nei contesti più vari. Di certo c'è che non hanno nulla a che vedere con la matematica o la geografia.
A volte son lezioni da niente, tipo che se pianti la menta in giardino senza circoscriverne in qualche modo le radici te la ritrovi dappertutto (fantastico se è quello che vuoi, altrimenti).
A volte, invece, celano insegnamenti più vasti di quanto puoi immaginare.
A una di queste piccole lezioni pensavo stamattina senza un vero motivo.
Mi è venuta in mente e basta.

Ultimo anno delle superiori. Interrogazione di italiano.
La prof era una donna seria, preparata e piuttosto esigente. A noi andava bene perché se avessimo continuato con quella dell'anno prima (che spiegava poco e chiacchierava molto) non so come avremmo affrontato la maturità.
Io amavo la materia e ci tenevo particolarmente a fare bella figura. Avevo studiato tutto lo studiabile, comprese le note in carattere piccolo. Proprio lì dovevo aver reperito un nome la cui citazione mi avrebbe guadagnato di sicuro l'ammirazione dell'insegnante.
Fu perciò con una certa soddisfazione che citai l'opinione del Pincopallo contenuto nella nota. A quel punto però la prof mi fermò e mi chiese notizie proprio di quel Pincopallo. Arrossendo dovetti ammettere che non avevo la più vaga idea di chi fosse. Lei sorrise e con grande pacatezza mi disse queste parole:
"Non citare mai nessuno che non conosci.
Non citare cose di cui non sai"
Quello che disse e il modo in cui lo disse volevano dire "ho capito che hai studiato e che ti piace farlo, allora segui questo consiglio nel futuro se vuoi studiare ancora meglio".

Quella dritta, apparentemente molto semplice  e che non mancai mai di seguire, cambiò completamente il mio modo di studiare. Mi permise di imparare una quantità di cose e spesso di fare pure la bella figura sperata.  Perché lungo la strada delle cose che  ti colpiscono e interessano,  un argomento  conduce sempre ad un altro. Quante scoperte ho fatto  grazie alla mia prof! Quanti esami ho brillantemente superato!

Ma c'è di più. In quelle parole io ci ho trovato molto altro. Cose utili per la vita, non so se mi spiego.

Non parlare/giudicare/criticare cose che non conosco o conosco approssimativamente.
Non commentare un libro senza averlo letto, un film senza averlo visto, un discorso senza conoscerlo per intero.
Non assumere come mie  acriticamente opinioni di altri.
Non giudicare per sentito dire.
Non giudicare (ammesso che sia lecito farlo) una persona senza conoscerla davvero.

A volte penso che basterebbe  una più generale adesione almeno all' ultimo principio per rendere i rapporti tra le persone più distesi. 
Quanto a me, sarebbe bello scoprire tra un po' di anni di aver lasciato in uno dei miei ragazzi una traccia simile a quella che la mia insegnante di italiano lasciò a me. 
E se per caso ve lo state chiedendo, sì, l'ho incontrata un giorno e gliel'ho detto. Lei ha accettato i  miei ringraziamenti e quel  ricordo con un sorriso simile a quello di allora. 

Grazie prof.  

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lunedì, 02 ottobre 2006

Non tutto il male vien per nuocere.

Premesso che dei reality attualmente imperversanti (e pure di quelli futuri) penso tutto il male possibile, devo registrare un imprevedibile effetto-Pupa-e-Secchione sulle giovani menti delle mie allieve più vivaci.
La levata di scudi contro il programma e in particolar modo contro le  sedicenti pupe è stata unanime, tanto da indurmi a vedere almeno la striscia serale per farmi un'idea. Ecco cosa credo sia successo: le mie ragazze si sono trovate di fronte ad una specie di specchio distorto in cui hanno avuto l'impressione di vedere quello che potrebbero diventare. Nessuna meraviglia che sia siano arrabbiate. 
Il passo successivo è stato cercare di correre ai ripari. Con la mia collega hanno preso l'impegno di vedere il telegiornale tutte le sere (non so quanto questo le renda davvero informate sulla realtà, ma insomma è una cosa). Quanto alle mie lezioni posso registrare un livello di attenzione mai sperimentato prima.
Non mi illudo che la cosa duri in questo modo molto a lungo, ma il cammino verso la consapevolezza di sè e del posto che si vuole occupare nel mondo, è lungo e pieno di insidie.

Oggi, parlando in un momento di pausa dell'atteggiamento schifato che le pupe mostrano a volte nei confronti dei secchioni, atteggiamento che loro disapprovano, hanno dovuto però convenire di essere più spesso attratte dai ragazzi rudi e ignoranti che da quelli colti e intelligenti. La cosa è per me inspiegabile.

A quindici anni io stavo con un secchione alto e magro come un chiodo la cui principale attrattiva dal punto di vista fisico erano un paio di occhi verdi. Però suonava la chitarra solista come un angelo rock, aveva una conversazione arguta e intelligente e senso dell'umorismo da vendere (cose tutte che, quando ancora non fai sesso, risultano essere essenziali). Mi piaceva che come me avesse degli ideali e un sano senso dell'onore e per quanto non fosse essenziale, mi piaceva che fosse un secchione!
Io fui il suo primo bacio, lui il mio secondo (ma il primo se non ci fosse stato sarebbe stato meglio). Restammo  insieme 4 anni con in mezzo un intervallo di un anno in cui lui andò a vivere in un'altra città. Nonostante lui volesse, non mi convinsi mai a fare l'amore con lui che rispettò la mia volontà. La verità è che non mi sentivo pronta a farlo o forse, dal momento che allora pensavo che  avrei fatto sesso unicamente con l'uomo giusto, (quello che avrei sposato, per intenderci) sentivo che semplicemente non sarebbe stato lui quell'uomo.
Quando ci lasciammo, diciamo per esaurimento della relazione lui si mise con una studentessa di medicina  e insieme decisero che avrebbero  fatto l'amore solo dopo il matrimonio. Si sposarono e ora sono felici genitori di due figli. Lui è diventato ingegnere elettronico e credo suoni ancora la chitarra di tanto in tanto. 
Quanto a me dopo aver tanto resistito io feci infine l'amore alla veneranda età di ventuno anni mentre ero negli Stati Uniti, con un ragazzo di origine iraniana dal fisico ragguardevole. Non era un secchione, ma nemmeno un idiota. Era però un discreto stronzo e la mai prima volta  fu assai deprimente  proprio perché il giovanotto non era precisamente un miracolo di sensibilità e attenzione.

Curiosamente io non  trovai subito l'uomo giusto  che vagheggiavo  e quindi ci furono per i miei gusti fin troppi tentativi , tra cui alcuni (leggi: molti) decisamente sbagliati che avrei potuto risparmiarmi, ma questa è un'altra storia.

Ancora oggi comunque non mi spiego come mai qui a scuola le ragazze più popolari ignorino sistematicamente i  ragazzi più interessanti non solo dal punto di vista della sensibilità e dell'intelligenza , ma anche dal punto di vista fisico se sono educati e gentili,  mentre si ostinino   a prediligere i caciaroni rudi e maleducati (magari anche se brutti) che sistematicamente prendono i loro cuoricini, li fanno in piccoli pezzi e ci ballerebbero sopra una giga scozzese se solo  sapessero cos'è.
Per fortuna esistono anche altre ragazze con occhi per vedere e sensibilità per accorgersi di chi non si fa notare. Peccato che a volte i timidi-intelligenti-sensibili muoiano invece dietro alle stronzette. Insomma è un serpente che si morde la coda.

Detto questo, lungi da me giustificare la presenza di programmi-spazzatura, ma se possiamo almeno portare a casa il risultato di un minimo di autoriflessione da parte delle ragazze e dei ragazzi più lungimiranti, accompagnata dal desiderio di farsi almeno una cultura di base beh, è meglio che niente.

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categoria:riflessioni, scuola, tv
venerdì, 15 settembre 2006

Visto in tv

C'era un documentario qualche giorno fa, su Geo & Geo. Raccontava delle vite di alcuni uomini in un villaggio del Congo, che per portare le loro merci al mercato della città usano un bizzarro mezzo di trasporto: un monopattino di legno. Un grosso monopattino, per intenderci, in cui, a parte una molla di acciaio che funziona da ammortizzatore e una striscia di pneumatico appiccicata alla ruota, è fatto interamente di legno. Anche le ruote, appunto.
La telecamera seguiva il giovane protagonista del documentario mentre, caricate sul mezzo 400 chili di patate imballate in un paio di lunghi salami messi di traverso, si lanciava (è il caso di dirlo) lungo la strada in discesa verso la città. Unica possibilità di frenata: il suo piede premuto contro un pezzo di pneumatico posto contro la ruota.
Il giovane, il corpo proteso in avanti contro il carico, le braccia saldamente attaccate al manubrio (di legno) appariva concentratissimo a mantenere in strada il mezzo, cosa tutt'altro che semplice come testimoniava la presenza di mezzi e persone incidentate lungo la strada (non asfaltata). A volte, spiegava il commentatore, un'uscita di strada può essere persino fatale data la velocità con cui procede il monopattino.
E in effetti il primo problema di questi audaci autisti è restare vivi e mantenere intatto il mezzo. Il secondo problema si presenta  invece al sopraggiungere di una salita, in corrispondenza della quale però, stazionano in pianta stabile alcuni individui che mantengono la famiglia (!) con i soldi che guadagnano spingendo i monopattini (una cosa come 10 centesimi a spinta). 

Tra mille peripezie il nostro protagonista arrivava finalmente al mercato dove aveva la soddisfazione di riuscire a vendere tutte le sue patate. In una bella inquadratura  mostrava contento il guadagno di tanta fatica: un migliaio di franchi congolesi,  vale a dire...quattro euro.
Ci pensate? quattro euro. Gli bastano per sfamare la sua famiglia e questo è per lui motivo di soddisfazione. Ci mancherebbe.
Inoltre niente incidenti. Il monopattino è intatto. Guai se non lo fosse. Farsene costruire uno nuovo dall'artigiano del villaggio costa l'equivalente di 50 euro. Facile capire perché un irreparabile danneggiamento del mezzo sarebbe una tragedia.
IL ritorno avveniva a bordo di un camion di passaggio che caricava  uomini e mezzi sul rimorchio finché non era strapieno.

Il sogno di questi "piloti" di monopattini? Guadagnare abbastanza da far studiare i figli. L'ambizione  almeno per loro di un lavoro diverso e migliore.

Vite molto lontane dalle nostre.
Altre priorità.
Altra resistenza.
Altro valore attribuito alle cose.

Personalmente, mi sono sentita un pò a disagio con tutto il mio lamentarmi di questi giorni. Paragonato a quello il mio lavoro è un paradiso, i miei allievi degli angioletti, le difficoltà, una passeggiata.
Non è che adesso abbia smesso di desiderare un'altra vita, ma questo documentario mi ha ricordato una cosa imparata tempo fa: contare le benedizioni  è di gran lunga più produttivo che lamentarsi.


Con spirito più baldanzoso sono dunque entrata per la prima volta in classe questa mattina e ho subito individuato alcuni elementi a cui farebbe bene( per qualche tempo, intendiamoci, mica per sempre!) la cura del monopattino (al massimo  posso fargli uno "sconto" sul peso delle patate).

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categoria:riflessioni, tv
venerdì, 28 luglio 2006

Cambiamentibreaking_the_silence_MH

Non so se è per via del lavoro che faccio, che sembra finito ai primi di luglio quando i ragazzi non ci sono più, e pare ricominciare a metà settembre quando ritornano (pare e sembra perché le mie ferie effettive cominciano un po' più tardi), ma io ho sempre avuto la sensazione che l'Anno Vecchio finisca con l'inizio dell'estate e quello Nuovo cominci a settembre. In mezzo,  le vacanze mi si presentano come una magica terra di nessuno in cui può accadere di tutto. In cui l'aria crepita di un'energia trasformatrice da cui non si sa cosa uscirà.
E' il tempo del sogno e dell'inaspettato. Il luogo di nascita dei cambiamenti che non si osa nemmeno desiderare. La casa dell'impossibile che diventa possibile.

Non c'è alcun fondamento razionale nella mia sensazione che qualcosa stia per cambiare in meglio. Il più delle volte, le vacanze non hanno portato con loro alcun mutamento significativo. Nonostante ciò, puntualmente tutti gli anni, l'innalzarsi estivo delle temperature si accompagna, quale parziale refrigerio della mia mente accaldata, ad un'aria birichina di imminenti belle novità, di impreviste piacevoli sterzate verso luoghi impensati. Un'aria in cui il mio cervello galleggia beato immaginando scenari improbabili che soddisfano la mia fame di vita nuova ( e di cui spero vi limiterete a sorridere evitando sganasciamenti)

Il regista a cui ho scritto risponderà dicendo che proprio una faccia come la mia stava cercando per il suo film.
Durante il nostro viaggio in Umbria ci imbatteremo in una fattoria il cui proprietario è un ricco e anziano benefattore che ce la affiderà accettando di essere pagato quando disporremo del denaro.
Erediterò /vincerò una fortuna , cosa che mi permetterà di lasciare il mio lavoro e dedicarmi a quello che mi piace.
Incontrerò Russell Crowe (questo non è fondamentale, ma se capita...)
E via farneticando.

Comunque sia, in qualche modo la mia vita cambierà radicalmente in meglio.

Mia madre soleva ripetermi una frase che da ragazzina mi faceva arrabbiare "Tutto arriva a chi sa aspettare" ( lo sapeva bene lei che aveva aspettato anni e polverizzato ostacoli insormontabili per coronare il suo sogno d'amore e sposare il papà).
Io ho sempre odiato aspettare, ma è quello che spessissimo mi è toccato fare. Aspettare arrivi, telefonate, eventi. Ancora oggi è così.  Sono arrivata alla conclusione che ci sono persone che aspettano più di altre. Non so perché. So solo che a me è toccato essere di questa schiera. Con il tempo ho dovuto cercare di venir a patti con questo "destino". Conviverci. Imparare ad aspettare... senza aspettare. E nel frattempo semplicemente vivere quello che avevo davanti.

Cosa voleva dire dunque mia madre?
Cosa vuol dire saper aspettare?
Io credo significhi aspettare con fiducia.
Aspettare senza figurarsi un risultato particolare.
Aspettare amando il proprio presente così com'è.

Io sto cercando di praticare questa disciplina, e posso farlo perché la mia attuale realtà è colma di parecchie cose davvero buone, ma ci sono dei momenti  e delle persone per cui la vita è così dura che il presente, può essere dignitosamente sopportato, non certo amato. Forse i santi ci riescono, chissà.

Ci sono state delle spiacevoli circostanze nella mia vita da cui temevo non sarei mai uscita. Tristi binari che sembravano destinati a srotolarsi sempre uguali. E invece
E invece:

"Sai qual è uno degli errori che si fa sempre? Quello di credere che la vita sia immutabile, che una volta preso un binario lo si debba percorrere sino in fondo. Il destino invece ha molta più fantasia di noi. proprio quando credi di trovarti in una situazione senza via di scampo, quando raggiungi il picco della disperazione massima, con la velocità di una raffica di vento tutto cambia, si stravolge, e da un momento all'altro ti trovi a vivere una nuova vita."
(Susanna Tamaro - Va' dove ti porta il cuore)

Se mi guardo indietro posso vedere le raffiche di vento che hanno stravolto, Dio le benedica, il mio cammino. Perciò tra qualche giorno farò la mia valigia e partirò cercando di non immaginare nulla, e tenendo bene a mente che il magico vento non si lascia imporre scadenze, ma soffia sempre. Eccome se soffia. 

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venerdì, 30 giugno 2006

Lascio la parola...

a mio fratello Achillle, diventato prete-missionario dopo aver abbandonato l'attività di ingegnere aerospaziale in erba (vedi post "Razzi" poco più sotto). Dopo aver trascorso vent'anni in Bangladesh è ora in Italia dove in mezzo ai numerosi impegni trova il tempo di collaborare alla rivista del Pime "Venga il tuo Regno" con una rubrica fissa. Trascrivo qui il suo ultimo pezzo.bilancia

Bilancia

La stadera e le bilance giuste appartengono al Signore, sono opera sua tutti i pesi del sacchetto .
(Pv.16,11)

A volte può capitare di parlare di giustizia e dimenticare di esaminare la propria bilancia...
Ero arrivato da poco in Bangladesh quando venne pubblicato un libretto veramente interessante: raccontava di un villaggio che era riuscito a cambiar nome.
Si chiamava Jhograpur (Villaggio delle Litigate), ed è facile immaginare quale fosse il problema principale di quel luogo. Ebbene, alla fine del cammino intrapreso per trasformare la situazione, il nome nuovo scelto da tutti fu Daripalla, che significa Bilancia!
In quel testo non si parlava del segno zodiacale, né si facevano oroscopi più o meno azzeccati: si parlava delle bilance vere e proprie usate nei rapporti quotidiani di compravendita, per passare a riflettere su quella bilancia invisibile che è nel cuore di ognuno di noi e che si chiama coscienza.
Si sa, i pesi sono una convenzione che può cambiare da luogo a luogo, ma si sa anche che i vari pesi devono essere rapportati a un modello riconosciuto da tutti per non continuare a vivere tra liti e contese e  si sa pure della fatica che si deve affrontare quando un sistema di misurazione viene sostituito da un altro.
Recentemente ne abbiamo fatto esperienza quando dalle lire siamo passati agli euro. Quanti di noi, accanto alla cifra in euro, ricordano quella in lire per avere un'idea più chiara della somma che si deve sborsare!
Mi è anche capitato di sentire di una persona che superava la paura della somma da dare, pensandola in euro piuttosto che in lire!
Il vero problema è più profondo del semplice confronto tra sistemi di misurazione: occorre risalire a Chi è all'origine dei pesi e delle misure, in modo da verificare costantemente come funzioni quella bilancia che è nel cuore di ognuno di noi.

P.Achille B. - Pime
www.atma-o-jibon.org

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lunedì, 12 giugno 2006

Soste.

Abbiamo tutti il nostro modo di fermarci.

Un luogo nostro. Un momento personalissimo in cui deponiamo il peso che portiamo sulle spalle, ci permettiamo di  guardarlo come se non ci appartenesse e tiriamo il fiato.

Un riposo della mente e del cuore che ci consente di riprenderlo nuovamente, quel peso, e  di continuare a camminare.

La mia sosta si chiama San Giuseppe, una chiesetta posta lungo uno dei corsi della mia città. Non è un edificio particolarmente bello o d’atmosfera. E’ una chiesa, penso ottocentesca, come ce ne sono tante. Lì vicino c’è la Parrocchia, che è la più grande, e, proprio dall’altra parte della strada,  la chiesetta della Santissima Trinità.

Io vado a san Giuseppe, non so perché.

Cerco di andarci il giovedì perché è il giorno in cui viene esposto il Santissimo Sacramento, ma sostanzialmente ci vado quando ne ho bisogno.

Quando mi occorre una sosta.

Entro e mi siedo in uno dei primi banchi, non perché pensi di meritare una pole position, ma perché mi sembra stupidamente di stargli più vicino, al Signore, intendo.
Poi prendo le  ansie, le delusioni, i dolori del momento e li metto ai Suoi piedi.

Prendo tutta la mia stanchezza e la distendo come un tappetino davanti ad un antico crocifisso dove un Cristo intagliato nel legno conserva solo due monconi di gambe.

Davanti all’ostia che risplende bianca nell’ostensorio.

E’ tutta lì davanti la mia vita. Un mucchietto un po’ così, ma insomma, è il mio mucchietto. Poi, finalmente mi affloscio leggera sul banco tarlato.

Pensaci tu per un momento –gli dico –pensaci tu.

Sto lì più che posso cercando di svuotare la mente (la mia mente che benedetta, non si ferma mai, macina, macina in continuazione problemi e relative soluzioni).

Cercando di ascoltare la Sua voce.

Qualche volta mi sento così esausta che mi sembra di non riuscire a formulare un pensiero e sono i momenti migliori. Quelli in cui lì dentro mi sento come quando mettevo la testa sulle ginocchia della mamma; lei  mi accarezzava i capelli e mi diceva che tutto sarebbe andato bene.

C’è da andarci in una chiesa come quella e guardare la gente.

Spiare con tenerezza lo sguardo che fanno quando accendono una candela e la affidano alla Vergine. Seguire quel gesto impastato di fiducia e attesa. Cogliere un bacio con la mano fatto alla croce. Capire l’indugio di una genuflessione.

Terra di tutti la chiesa, porto franco dove si incontrano persone che non diresti. Il professionista in giacca e cravatta chino sulle sue mani giunte. L’anziano signore. Il ragazzo in meditazione. E donne. Tante donne.

Una di queste l’ho vista una volta conversare animatamente con la statua del Cristo risorto. Parlava gesticolando con grande naturalezza.  Se da una parte si intuiva la presenza di un qualche disagio mentale, dall’altra era invidiabile quella capacità di percepire Dio come un compagno con cui chiacchierare amabilmente.

Qualche giorno fa mi trovavo alla chiesa di San Giuseppe in un momento di grande stanchezza fisica e mentale. Seduta, la testa abbandonata sulle mie braccia incrociate sul banco davanti,  pensavo a quanto mi mancava la tenerezza di mia madre. La sua presenza amorevole. Ero lì da una decina di minuti quando ho sentito una mano sulla mia. Ho alzato gli occhi:  davanti a me stava la vecchietta più candida e composta che possiate immaginare. Aveva pensato che fossi triste e si era fermata a confortarmi.

Si è fermata con me qualche minuto raccontandomi qualcosa di sé, e raccomandandomi di avere fiducia. Non ricordo tutto quello che mi disse, ma quel contatto, quella mano sorprendentemente forte  che per tutto il tempo della nostra conversazione non ha lasciato la mia, avrei voluto trattenerla il più possibile.  

Come faccio a non dirvi che ho pensato l’avesse mandata la mia mamma per guadare un momentaccio? Lo penso e lo dico. sosta

Sarebbe bello che le chiese fossero aperte anche di notte.

Sarebbe bello se oltre a bar, discoteche, negozi ci fossero in ogni centro abitato spazi sacri  ove fermarsi, non necessariamente cattolici. Luoghi di silenzio e meditazione ove sostare e tornare a respirare regolarmente.

Ove cominciare a imparare che,  dal momento che Dio stesso non disdegna di abitare il nostro cuore, imperfetto e dolente com'è, ogni spazio può essere reso sacro. 

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mercoledì, 19 aprile 2006

Il punto della situazionevolpicina fatata

Oggi questo blog compie 45 giorni. Praticamente una creatura.
Confesso che non è stato il mio primo. Lo ha preceduto quello che considero una specie di "prova tecnica di trasmissione", durata un mese o giù di lì. Era su Libero e sfoggiava come titolo beneaugurante: Cambiovita.
Siccome nutro un particolare amore per le volpi, avevo deciso di adottare come nickname una traduzione esotica di "volpe" magari in lingua Cherokee o Inuit. Dopo una lunga ed estenuante ricerca, nessuno dei termini trovati nelle più svariate lingue del globo terracqueo mi era parsa soddisfacente, perciò  avevo  optato per il titolo di un libro della mia infanzia, volpicina fatata.
Iniziai piena di baldanza, ma subito il luogo mi parve assai poco frequentato. Forse quello che scrivevo non interessava, forse non avevo ancora trovato la giusta voce. Fatto sta che la cosa non decollava.
Sul blog apparivano i nickname dei visitatori, alcuni piuttosto inquietanti. Quando appresi della rapida sosta di "mipiacimaiala"  e "facciamosessocaldo", cominciai a riflettere seriamente. Cosa poteva mai volere mipiacimaiala da volpicina fatata?! E a cosa servirà mai specificare la temperatura del sesso?  c'è forse qualcuno interessato a fare del sesso freddo? polare, magari?
Arrivai alla conclusione che  c'erano persone al mondo a cui  volpicina fatata evocava animalistiche perversioni sessuali. Era qualcosa che non avevo davvero previsto.
Naturalmente, a questi ambigui personaggi era sufficiente una rapida scorsa ai miei scritti per decidere che il blog non si confaceva alle loro aspettative e cambiare aria. Il problema era che però ben poche persone interessanti o interessate capitavano lì. Alla fine me ne distaccai anch'io, neppure tanto piano. Negli ultimi post mi limitai ad incollare testi altrui e alla fine decisi di chiuderlo. Senza rimpianti. Volpicina fatata, addio.
L'ambiente di Splinder mi parve in linea di massima più stimolante, con presenze di tutto rispetto.
Il 6 marzo aprii "Se mi cerca Spielberg", praticamente senza aspettarmi niente.
Ho scoperto che per molte cose questo è l'atteggiamento giusto per attirare belle sorprese. (Il problema è che a volte è proprio difficile non aspettarsi niente, ma questo argomento ci porterebbe lontano, lasciamo perdere). Questo caso non ha fatto eccezione.

E così mi sono trovata ad incrociare la strada di persone  speciali. Dico davvero.
E ognuna di esse con un dono nelle mani.
Per esempio, c'è gente che scrive proprio bene. Mica scherzi. Tanto che se avessi aperto il blog con velleità letterarie avrei già chiuso baracca e burattini. (Non basta essere in buoni rapporti con la sintassi per scrivere bene).  Eppure non è neanche quello che le rende speciali.
 
Sono le persone che vedete linkate qui.
Siete voi, che magari state leggendo proprio ora.
Scusate se divento sentimentale (ma chi voglio prendere in giro, io sono sentimentale), ma mi basta vedere l'icona, un saluto, un sorriso e mi sento meglio. Una giornata pesante si alleggerisce. Può succedere che, nella stessa giornata,  mi illanguidisca di tenerezza e subito dopo mi faccia una risata.

Non mi aspettavo di trovare persone così.
Non mi aspettavo soprattutto questo rispetto. Non mi aspettavo la delicatezza, il pudore che hanno accompagnato e accompagnano questo "processo" di avvicinamento e conoscenza che somiglia tanto al rito di addomesticamento di cui parla la volpe (!) al piccolo principe e che mi sembra stia un po' venendo a mancare nel frettoloso mondo "reale".
Non mi aspettavo  questa magia nelle parole che suggerisce così tanto di chi scrive.
Non mi aspettavo che un nome rivelato in privato contenesse tutta l'emozione del dono.
Il Nome. In certe culture  non si rivela alla leggera perché farlo conferisce all'altro potere su di noi.

(...) conoscere il vero nome di una persona significa conoscere il modo di vita e gli attributi che ha l'anima di quella persona. E  il motivo per cui il vero nome è spesso tenuto segreto è di proteggere colui che quel nome porta affinché possa crescere nel potere del nome, affinché nessuno lo denigri o lo distragga da esso, e l'autorità spirituale della persona possa svilupparsi appieno.*

Allo stesso tempo:

Dire il nome di una persona è come esprimere un augurio o benedirla.*

Da neofita del web quale sono non pretendo certo di avere la parola definitiva su una querelle su cui mi sembra si dibatta da tempo, quella relativa alle amicizie nate sul blog. Sono reali? Non lo sono? Al momento più che la risposta, mi interessa vivere la domanda, come diceva Rilke, se non sbaglio. Il mio interesse verso le persone che ho incontrato è reale. Non ho controllo su quello che gli altri pensano e su come vivono queste cose, ma so come le sto vivendo io. Con delicatezza, spero. E lo stesso rispetto che ricevo.
I care. Si dice in inglese. Me ne importa. Credo sia un buon modo di sintetizzare quello che provo. Diversamente ci vorrebbero troppe parole e sarebbe noioso.

Qualcuno di voi potrebbe forse dire, a ragione, che il mio bilancio è prematuro. Fanno ancora in tempo ad arrivare le delusioni, immagino. Ho letto qualche post in giro a questo proposito. Mi piace però pensare che, nel caso, qualcuna delle persone elencate qui, mi lascerà una faccina sorridente, posterà un saluto, mi spedirà un abbraccio. Esattamente come farei io.
Proprio stamattina, sul libro di Paola Mastrocola, Che animale sei? Storia di una pennnuta, ho trovato questa frase:

Certo, uno preferirebbe vederli gli amici. Ma non si può avere tutto nella vita: è già molto avere degli amici, e se non si riescono a vedere, pazienza, uno può sempre immaginarseli.

Giusto.
Immaginarseli.
Affaccendati o stanchi, sorridenti o pensosi. Intenti alle cose che amano o ai doveri quotidiani. Fino al momento in cui, seduti ad un computer, aprono quella piccola strada che  conduce,  me come altri, al loro mondo.

Che dire?

Ovunque voi siate. Comunque voi siate, grazie, gente.

Dio vi benedica.

*C.Pinkola Estés - Donne che corrono coi lupi - Frassinelli ed.

postato da: Ihadadream alle ore 15:12 | Permalink | commenti (37)
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