Soste.
Abbiamo tutti il nostro modo di fermarci.
Un luogo nostro. Un momento personalissimo in cui deponiamo il peso che portiamo sulle spalle, ci permettiamo di guardarlo come se non ci appartenesse e tiriamo il fiato.
Un riposo della mente e del cuore che ci consente di riprenderlo nuovamente, quel peso, e di continuare a camminare.
La mia sosta si chiama San Giuseppe, una chiesetta posta lungo uno dei corsi della mia città. Non è un edificio particolarmente bello o d’atmosfera. E’ una chiesa, penso ottocentesca, come ce ne sono tante. Lì vicino c’è la Parrocchia, che è la più grande, e, proprio dall’altra parte della strada, la chiesetta della Santissima Trinità.
Io vado a san Giuseppe, non so perché.
Cerco di andarci il giovedì perché è il giorno in cui viene esposto il Santissimo Sacramento, ma sostanzialmente ci vado quando ne ho bisogno.
Quando mi occorre una sosta.
Entro e mi siedo in uno dei primi banchi, non perché pensi di meritare una pole position, ma perché mi sembra stupidamente di stargli più vicino, al Signore, intendo.
Poi prendo le ansie, le delusioni, i dolori del momento e li metto ai Suoi piedi.
Prendo tutta la mia stanchezza e la distendo come un tappetino davanti ad un antico crocifisso dove un Cristo intagliato nel legno conserva solo due monconi di gambe.
Davanti all’ostia che risplende bianca nell’ostensorio.
E’ tutta lì davanti la mia vita. Un mucchietto un po’ così, ma insomma, è il mio mucchietto. Poi, finalmente mi affloscio leggera sul banco tarlato.
Pensaci tu per un momento –gli dico –pensaci tu.
Sto lì più che posso cercando di svuotare la mente (la mia mente che benedetta, non si ferma mai, macina, macina in continuazione problemi e relative soluzioni).
Cercando di ascoltare la Sua voce.
Qualche volta mi sento così esausta che mi sembra di non riuscire a formulare un pensiero e sono i momenti migliori. Quelli in cui lì dentro mi sento come quando mettevo la testa sulle ginocchia della mamma; lei mi accarezzava i capelli e mi diceva che tutto sarebbe andato bene.
C’è da andarci in una chiesa come quella e guardare la gente.
Spiare con tenerezza lo sguardo che fanno quando accendono una candela e la affidano alla Vergine. Seguire quel gesto impastato di fiducia e attesa. Cogliere un bacio con la mano fatto alla croce. Capire l’indugio di una genuflessione.
Terra di tutti la chiesa, porto franco dove si incontrano persone che non diresti. Il professionista in giacca e cravatta chino sulle sue mani giunte. L’anziano signore. Il ragazzo in meditazione. E donne. Tante donne.
Una di queste l’ho vista una volta conversare animatamente con la statua del Cristo risorto. Parlava gesticolando con grande naturalezza. Se da una parte si intuiva la presenza di un qualche disagio mentale, dall’altra era invidiabile quella capacità di percepire Dio come un compagno con cui chiacchierare amabilmente.
Qualche giorno fa mi trovavo alla chiesa di San Giuseppe in un momento di grande stanchezza fisica e mentale. Seduta, la testa abbandonata sulle mie braccia incrociate sul banco davanti, pensavo a quanto mi mancava la tenerezza di mia madre. La sua presenza amorevole. Ero lì da una decina di minuti quando ho sentito una mano sulla mia. Ho alzato gli occhi: davanti a me stava la vecchietta più candida e composta che possiate immaginare. Aveva pensato che fossi triste e si era fermata a confortarmi.
Si è fermata con me qualche minuto raccontandomi qualcosa di sé, e raccomandandomi di avere fiducia. Non ricordo tutto quello che mi disse, ma quel contatto, quella mano sorprendentemente forte che per tutto il tempo della nostra conversazione non ha lasciato la mia, avrei voluto trattenerla il più possibile.
Come faccio a non dirvi che ho pensato l’avesse mandata la mia mamma per guadare un momentaccio? Lo penso e lo dico. 
Sarebbe bello che le chiese fossero aperte anche di notte.
Sarebbe bello se oltre a bar, discoteche, negozi ci fossero in ogni centro abitato spazi sacri ove fermarsi, non necessariamente cattolici. Luoghi di silenzio e meditazione ove sostare e tornare a respirare regolarmente.
Ove cominciare a imparare che, dal momento che Dio stesso non disdegna di abitare il nostro cuore, imperfetto e dolente com'è, ogni spazio può essere reso sacro.