martedì, 27 febbraio 2007

Altre canzoni

 

Il primo nome del complesso avevano dovuto sceglierlo in fretta e furia, appena prima della festa in cui li avevano chiamati a suonare. Del resto si erano messi insieme da qualche settimana sì e no. Comunque s’imponeva un nome e “The red foxes” era il primo che gli era venuto in mente. Poco convincente al punto che neanche l’avevano scritto sulla batteria. Comunque, per il momento andava.

All’oratorio avevano destinato il grosso capannone in fondo al cortile a quella festa pomeridiana con musica e balli. La prima della mia vita. La prima in cui avrei ballato un lento. Non so se mi spiego.

Franco, Piero, Ruggero e Flavio erano due coppie di fratelli e, rispettivamente, chitarra solista, chitarra ritmica, batteria e basso. Come “valore aggiunto”, Franco era il mio ragazzo e Ruggero il mio migliore amico. Franco e Ruggero  avevano 15 anni, Piero 13, Flavio 17, io 14.

Non avevano previsto una cantante, ma per un esagerato senso di maschile identità, a cantare “Venus” con il ritornello “I’m your Venus, I’m your fire, at your desire”, avevano voluto me che con le note ci andavo abbastanza d’accordo. Poi mi avevano cucito addosso anche “Insieme” di Mina, abbassandola leggermente e qualche canzone di Battisti con in testa “Fiori rosa, fiori di pesco”. Loro avevano messo su un repertorio vario, ma principalmente  si erano buttati su “Senza orario, senza bandiera” dei New Trolls, tutti i pezzi, nessuno escluso che sarebbero rimasti il loro cavallo di battaglia per tutta la loro cosiddetta vita artistica.

Quel pomeriggio affrontai il mio primo pubblico aiutata da Flavio che mi dava gli attacchi, non perché non sapessi quando doveva entrare la voce, ma perché di me non mi fidavo e allora, meglio un occhiata rassicurante al bassista. Era ancora lontano il Karaoke e le parole che diventano blu quando devi cominciare. (Per fortuna, perché così ho imparato a sentire la musica), Andò bene, un po’ perchè si sbagliò poco, un po’ perché il pubblico era di bocca buona. Dopo aver cantato ballai quel famoso primo lento con annessa avance che respinsi educatamente, non senza sentirmi lusingata perché lui era uno grande (17 anni!).

I miei amici sentirono che stava cominciando una carriera, insomma qualcosa del genere. Per prima cosa cambiarono il nome e scelsero Hyksos, una tribù bellicosa dell’antico Egitto, nonostante fossero tutto tranne che dei tipi bellicosi. Poi stabilirono il quartier generale a casa di Ruggero e Flavio che era sempre vuota il pomeriggio perché la loro mamma lavorava fino a tardi.

Avreste dovuto vederla quella casa. Praticamente un porto di mare dove approdava un sacco di gente a tutte le ore per sentirli suonare. E loro a provare puntigliosamente finché un dato pezzo non era perfetto e poi a improvvisare in un impeto di pura gioia  e musica.

Io mi scapicollavo lì appena finito di studiare con la minigonna nera, gli stivali allacciati davanti,una mogliettina rossa con sotto niente e su tutto questo il maxi cappotto sbottonato, perché sennò come si vedevano le gambe? Mi accomodavo sui divani insieme ai visitatori del momento sperando che Franco trovasse il tempo per andare a baciarci un po’ nell’altra stanza. Valli a capire i ragazzi a quell’età, lui si sentiva in imbarazzo davanti agli amici, temeva di trascurarli appartandosi con me, quindi  mi faceva sospirare non poco. Al contrario, Ruggero il proverbiale migliore amico innamorato, avrebbe dato qualsiasi cosa per stare con me anche davanti al mondo intero. Ma io, ahimé,  per quanto trascorressi in sua compagnia la maggior parte del mio tempo, non ero innamorata di lui…Una vecchia storia direte voi, ma tant’è.

Erano tempi straordinari. Si suonava e cantava dovunque capitasse, per esempio in treno, quando andavamo a trovare gli amici conosciuti ai campi- scuola.

Questi famosi  campi- scuola si tenevano per lo più in una casa della diocesi a Campioli, in montagna. Una settimana di divertimento assoluto e belle esperienze di riflessione e vita insieme. Una settimana di canti. Sia che fossero quelli della messa preparata insieme, col Padre Nostro cantato tenendoci per mano, magari seduti sul prato, sia che fossero le canzoni della sera davanti a un falò o attorno a un tavolo.
In vacanza o a casa, c’era sempre una buona scusa per cantare. Guccini, Battisti, New Trolls, De André. Non è possibile citarli tutti. Chi è della mia generazione sa.

Quando poi gli Hyksos andavano in giro a suonare li seguiva una piccola folla di amici che saliva sul palco a fare un pittoresco coro quando intonavano Jesahel (Aiutatemi, si scriveva così?). Poi il pezzo forte, “Samba pa ti” dei Santana e tutti gli occhi, ma soprattutto i miei,  erano per Franco e le sue dita lunghe e forti che stringevano la chitarra solista. Ci riscuotevamo alla fine con “Oye como va” e sentivamo, chissà perché di essere in qualche modo speciali.

Ma non eravamo i soli. Nella nostra piccola città di 20.000 abitanti scarsi, di gente che suonava ce n’era un sacco. “I punti interrogativi” e “I campi di fragole” composti da ragazzi di 5/6 anni più grandi di noi, a cui guardavamo con malcelata ammirazione, “I Bebé” nostri coetanei, poi i cantanti solisti che si esibivano nelle feste di paese e ai concorsi canori locali, più una miriade di strimpellatori della domenica, più o meno dotati.

C’era musica in  giro. Magari incerta e casereccia, ma c’era ed era un pretesto in più per stare insieme e stringere amicizie di un giorno o di una vita.

Lo so che ognuno ha cari i suoi bei ricordi. I miei di quel periodo sono davvero straordinari  e non solo perché la pelle era più soda, il passo più elastico e gli ammiratori più numerosi. Credevamo, pensate un po’ di salvare il mondo, perché avevamo degli ideali e raccoglievamo carta in un campo di lavoro a beneficio di qualche causa. Ingenui forse, ma era una sensazione che ci faceva stare bene e che ci ha permesso di crescere un po’ meno fragili.

Oggi io guardo i miei ragazzi e li amo, ma non li invidio. Non vorrei avere 15 anni adesso. Nonostante il bombardamento mediatico, più cd, ipod, MP3, mi sembra ci sia meno musica in giro. Forse è solo una mia impressione. Qui in città complessi di adolescenti, che io sappia, non ce n’è. Ci sono dei miei coetanei che hanno  ripreso gli strumenti e suonano per divertimento. Poi ci sono quelli che ne hanno fatto una professione o quasi, ma sono un’altra cosa.

Io non sono certo una che si sfinisce a riascoltare le vecchie canzoni. Quelle vanno bene per le rimpatriate, ma di solito ascolto la musica che viene prodotta oggi. Un po’ di tutto, tranne quella da discoteca. La house, in particolare, non fa per me. Mi viene l’ansia al pensiero di spararmela a tutto volume nelle orecchie come fanno i miei ragazzi. Non mi fa neanche venir voglia di ballare, e io sono una che fa fatica a stare ferma se solo c’è una musica appena appena.

A voler trovare una definizione nuova e se mi passate il termine, quella della mia adolescenza era più una home music. Qualcosa che faceva venir voglia di stare insieme non per far numero e casino, ma per incontrarci in un luogo che potessimo considerare casa, home, appunto, con il significato che chiunque abbia fatto due lezioni di inglese conosce e che è sottilmente diverso da house.

Certo ognuno di noi finisce per considerare il proprio tempo migliore come…il migliore in assoluto e forse io pecco di obbiettività nel guardare indietro, ma quando ripenso a quella casa caotica in cui provavamo, alle canzoni, ai viaggi, alle nostre mani intrecciate davanti a un falò, sorrido da sola e canto.

 

 

Franco ora, moglie e due figli, è uno stimato ingegnere elettronico, Piero, sposato anche lui, è un medico, Ruggero vive in Brasile, è marito e padre felice e gestisce una pousada, Flavio ha famiglia anche lui e credo suoni ancora.
Non li vedo da tanto, ma il mio affetto per loro è immutato
.

A noi, come eravamo allora e come siamo adesso dedico questo post.

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giovedì, 22 febbraio 2007

Canzoni

 

In famiglia ci piaceva cantare.

Non pensate a degli emuli dei von Trapp*, anche se a ben vedere il numero c’era (6 figli + 2 genitori).  Cantavamo quando ci pareva e basta, insieme o da soli.

La mamma e il papà avevano una bella voce, e quando dico “bella”, intendo piacevole, gioiosa, piena. Niente virtuosismi o simili.

Il canto era stato uno degli stratagemmi del papà per conquistare la mamma. Pur non avendo una voce lirica, l’aveva intrattenuta cantando le arie più famose,  soprattutto “Che gelida manina”. Quando le capitava di ascoltarla, dopo la morte di papà, le veniva sempre il magone, allora la cantavamo insieme interpretando  tutte e due le parti.

Il magone non è una cosa così brutta. Anzi a volte fa bene perché uno si fa un piantino, quindi si soffia il naso e poi sta meglio. Se poi nel frattempo ha anche cantato, meglio ancora.

Comunque noi figli l’abbiamo ereditata questa bella voce. Non grande potenza vocale, ma senso del ritmo, gusto dell’interpretazione, e allegria a sufficienza. Forse solo la voce di Achille, il terzo dei fratelli, all’inizio tentennava un po’ nell’intonazione e nel seguire il filo delle note. Uno svantaggio per un prete che si doveva districare tra messe e campi scout, ma lui decise di dar retta a un tale che gli spiegò che il segreto per perdere quelle incertezze era insistere a cantare ugualmente. Lo fece e ora la sua voce è delicata, ma salda e piena di una gioia particolare.

Si cantava soprattutto in auto, nei lunghi tragitti delle vacanze che ci portavano in Abruzzo, terra natale di  mio padre, ma anche negli spostamenti più brevi. Forse era il viaggio stesso che ci faceva dar fiato alle trombe. Il puro entusiasmo di essere in movimento e il fatto di essere insieme. 

Il repertorio comprendeva le classiche canzoni di montagna, dal sempre verde “Quel mazzolin dei fiori” passando per il lugubre “Testamento del capitano”, fino all’apparentemente spensierata “Quando saremo fora della Valsugana”.

Cantavamo “Fra Martino” a canone (spero si dica così), ma alla fine qualcosa andava sempre storto e scoppiavamo a ridere.

Poi c’erano le canzoni di carattere religioso, la cui apoteosi era rappresentata da “When the saints go marching in”, quelle da fuoco di bivacco, quelle mimate (“la macchina del capo ha un buco nella gomma”), quelle dialettali allegre. Il gran finale era di solito :”la bella la va al fosso”con il ritornello/tormentone “ravanei, rimulazz barbabietoli e spinazz tre palanche al mazz”  cantato a squarciagola.

Quando eravamo a casa degli zii in Abruzzo, si organizzava in grande. Mio cugino Guido suonava il bassotuba, l’ultimo dei miei fratelli l’armonica a bocca, l’amico Sandro il piano e vai con lo spettacolo. Il pezzo forte erano gli stornelli improvvisati. “ Io canto gli stornelli e ne so tanti…”

Credo proprio che nessun karaoke avrebbe potuto darmi ricordi tanto belli.

La voce che ricordo meglio è quella di mia madre.

Non so come spiegarvi, ma è come se fosse incisa indelebilmente nella mia testa, benedetta. La sua risata e la sua voce.  La sento distintamente unirsi a me nel canto in chiesa. Sento l’allegria di quando d’estate, entrava nella nostra stanza di ragazze e alzando le tapparelle intonava “svegliatevi bambine!”. Allora mi rifugiavo sotto le coperte per continuare a dormire, oggi cosa darei per essere di nuovo svegliata così.la mia mamma

Negli ultimi anni prima che la sua mente si offuscasse e  perdesse ogni ricordo di noi, la sorprendevo spesso a cantare insieme al mio compagno canzoni che lui conosceva a malapena, ma che cantava con la stessa gioia, “Non ho l’età”, “Come pioveva”, “Il ragazzo della via Gluck”. Cantavano e ridevano e a volte io ero troppo stanca e nervosa per unirmi a loro. Che follia. Ora vorrei ci fosse una seconda occasione per sedermi accanto a loro e cantare, ma non c’è.

Non c’è. E perdonami mamma, se puoi, perché io ancora non ci riesco. Di questa e altre cose.

Nei suoi ultimi 3 anni di vita, io sparii dalla sua memoria come quasi tutto il resto.
”Chi è lei?” mi chiedeva quando andavo a trovarla, da mio fratello.

“Sono tua figlia, Anna”
”Che bella cosa!” esclamava lei.

Così.

Verso la fine le sue comunicazioni si limitavano a poche frasi  sempre uguali, tra queste una ancora ci accompagna tutti:

“Siamo tutti felici e contenti. Sereni e tranquilli.”

La storia del suo atteggiamento verso la vita in una frase. Per noi un'eredità.

La morte me l’ha restituita com’era quando la sua mente era intatta.

La sento vicina come non so dire.

Le parlo un po’ ogni giorno, cose banali, niente di che, mentre cucino o carico la lavatrice.

Sento la sua risata a volte. Ma in genere canta. Ragazzi, se canta.

 

* Per i pochissimi che non lo sapessero la famiglia von Trapp è la protagonista del film “The sound of music”, vale a dire “Tutti insieme appassionatamente”. La loro storia, che va ben oltre la trama del film, è anche narrata in un libro.

 

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giovedì, 07 dicembre 2006

Mi ricordo mio padre*

Mi ricordo che quando da piccola andavo nel lettone lui e la mamma mi cantavano "Stella stellina..." ;
mi ricordo la sua bella voce quando cantavamo in macchina;
mi ricordo che ad una notturna messa di Natale di tanti anni fa io mi sentii soffocare in mezzo alla folla e così tornammo a casa a piedi solo io e lui, per mano, sotto la neve;
mi ricordo che andava matto per la frutta, soprattutto uva e arance;
mi ricordo quella volta che mi portò nel suo ufficio in banca e mi mostrò la cassaforte;
mi ricordo che soffriva di insonnia;
mi ricordo che l'unica parolaccia che diceva era "merda" la diceva più che altro per far ridere noi bambini, mai per sottolineare un momento di rabbia o disappunto; mi ricordo che una volta la disse, forse raccontando una barzelletta, mentre eravamo tutti al bar sotto casa a mangiare il gelato e io, piccolina, osservai tutta seria che il papà diceva parole inestimabili, suscitando l'ilarità generale;
mi ricordo il rispetto autentico nel saluto di chi lo incontrava e quel suo modo garbato di rispondere accennando a togliersi il cappello, come si usava una volta;
mi ricordo le monete che ci porgeva durante la messa perché le mettessimo nel cestino delle offerte;
mi ricordo la sua tosse di  fumatore accanito;
mi ricordo l'amore con cui guardava mia madre;
mi ricordo che gli piaceva raccontare di come si erano conosciuti;
mi ricordo quando tornava da pesca con il cestino pieno di trote  e che amava fossero cucinate in carpione;
mi ricordo come assecondava la mia passione per il gelato;
mi ricordo quando ci portava per funghi;
mi ricordo quando, a passeggio tra lui e la mamma, mi facevano fare "il saltone";
mi ricordo la sua risata piena;
mi ricordo la mia durezza di adolescente in risposta alle sue richieste di abbracci (maledetto edipo!)
mi ricordo la ruvida tenerezza con cui mi chiamava "bionda";
mi ricordo che "abbaiava" spesso, ma non "mordeva" mai;
mi ricordo che quando dalla tv si diffondeva un valzer, lui andava a prendere mia madre in cucina e  ballavano;
mi ricordo che alla vigilia di ogni mio esame universitario lui si affacciava alla soglia della mia camera e mi diceva: "Abbi fiducia in te" .

* 17 anni fa, all'alba moriva Mario, mio padre.

 

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giovedì, 02 novembre 2006

Microricordiarance

Ognuno di noi ne ha una quantità e qualche volta fanno anche più tenerezza dei "macro". Se avete voglia di condividerne uno qui, siete i benvenuti.

Mio padre andava matto per la frutta e sulla nostra tavola non mancava mai. D'inverno facevano la loro comparsa certe grosse arance che qualche volta inglobavano  un minuscolo arancio  appena abbozzato. Una specie di figlioletto del frutto più grande che in genere veniva concesso a me, la più piccola di casa. 
Le arance erano avvolte in quella carta leggera che si usa ancora oggi, credo. Alla fine del pasto, in genere nei giorni di festa, quando c'era tempo di attardarsi a tavola, mio padre  spianava bene una di quelle carte, la faceva su a cilindro, quindi la metteva in piedi e dava fuoco alla sommità. Con grande meraviglia di noi bambini l'improvvisata lanterna cartacea prendeva il volo sprigionando leggeri lapilli. Infine, spentesi le fiamme, impalpabili frammenti anneriti planavano dolcemente sul tavolo.
Piccoli incanti di un papà-mago.

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lunedì, 30 ottobre 2006

Qualcosa s'impara, grazie a Dio.

Voglio dire nella vita.
Ci sono lezioni grandi e lezioni piccole.
L
e prime sono quelle che di solito fanno male. Quelle che se non dai loro retta si ripresentano peggio di prima. C'è di buono che una volta che le impari è per sempre. Almeno nella maggior parte dei casi.
Poi ci sono le lezioni piccole.
Sono di varia natura e si apprendono nei contesti più vari. Di certo c'è che non hanno nulla a che vedere con la matematica o la geografia.
A volte son lezioni da niente, tipo che se pianti la menta in giardino senza circoscriverne in qualche modo le radici te la ritrovi dappertutto (fantastico se è quello che vuoi, altrimenti).
A volte, invece, celano insegnamenti più vasti di quanto puoi immaginare.
A una di queste piccole lezioni pensavo stamattina senza un vero motivo.
Mi è venuta in mente e basta.

Ultimo anno delle superiori. Interrogazione di italiano.
La prof era una donna seria, preparata e piuttosto esigente. A noi andava bene perché se avessimo continuato con quella dell'anno prima (che spiegava poco e chiacchierava molto) non so come avremmo affrontato la maturità.
Io amavo la materia e ci tenevo particolarmente a fare bella figura. Avevo studiato tutto lo studiabile, comprese le note in carattere piccolo. Proprio lì dovevo aver reperito un nome la cui citazione mi avrebbe guadagnato di sicuro l'ammirazione dell'insegnante.
Fu perciò con una certa soddisfazione che citai l'opinione del Pincopallo contenuto nella nota. A quel punto però la prof mi fermò e mi chiese notizie proprio di quel Pincopallo. Arrossendo dovetti ammettere che non avevo la più vaga idea di chi fosse. Lei sorrise e con grande pacatezza mi disse queste parole:
"Non citare mai nessuno che non conosci.
Non citare cose di cui non sai"
Quello che disse e il modo in cui lo disse volevano dire "ho capito che hai studiato e che ti piace farlo, allora segui questo consiglio nel futuro se vuoi studiare ancora meglio".

Quella dritta, apparentemente molto semplice  e che non mancai mai di seguire, cambiò completamente il mio modo di studiare. Mi permise di imparare una quantità di cose e spesso di fare pure la bella figura sperata.  Perché lungo la strada delle cose che  ti colpiscono e interessano,  un argomento  conduce sempre ad un altro. Quante scoperte ho fatto  grazie alla mia prof! Quanti esami ho brillantemente superato!

Ma c'è di più. In quelle parole io ci ho trovato molto altro. Cose utili per la vita, non so se mi spiego.

Non parlare/giudicare/criticare cose che non conosco o conosco approssimativamente.
Non commentare un libro senza averlo letto, un film senza averlo visto, un discorso senza conoscerlo per intero.
Non assumere come mie  acriticamente opinioni di altri.
Non giudicare per sentito dire.
Non giudicare (ammesso che sia lecito farlo) una persona senza conoscerla davvero.

A volte penso che basterebbe  una più generale adesione almeno all' ultimo principio per rendere i rapporti tra le persone più distesi. 
Quanto a me, sarebbe bello scoprire tra un po' di anni di aver lasciato in uno dei miei ragazzi una traccia simile a quella che la mia insegnante di italiano lasciò a me. 
E se per caso ve lo state chiedendo, sì, l'ho incontrata un giorno e gliel'ho detto. Lei ha accettato i  miei ringraziamenti e quel  ricordo con un sorriso simile a quello di allora. 

Grazie prof.  

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martedì, 18 luglio 2006

Eredità

La zia Maddalena era la sorella della mia nonna materna.
Come lei aveva cominciato a lavorare da piccola andando a servizio nelle famiglie dei ricchi. La zia Maddalena però, sapeva cucire, era intelligente e aveva delle ambizioni, nonché uno spiccato senso degli affari.
Con i primi risparmi mise su un piccolo laboratorio. In seguitò lo ampliò e assunse delle ragazze per lavorare alle macchina da cucire. Riuscì ad annetterci un negozio e  con il tempo e duro lavoro, coadiuvata anche dalla nonna Margherita, i negozi diventarono quattro.
La zia cominciò a togliersi delle soddisfazioni. Comprò parecchi pregevoli gioielli e una villa sul lago d'Orta,  luogo ove ora fanno bella mostra di sè le magioni di alcui rubinettai della zona. 
Aveva sposato un uomo simpatico che le faceva da aiutante, lo zio Virgilio. Dopo una sfortunata gravidanza, i due, non potendo avere altri figli,  si erano affezionati in modo particolare a mia madre, che era orfana di padre e la portavano spesso in vacanza con loro in lussuosi alberghi al Sestrière o a Salsomaggiore.
In pratica, la mamma e la nonna vivevano sotto l'ala della zia  e lavoravano per lei, tollerando bonariamente i suoi modi un po' bruschi che erano comunque il suo modo per esprimere l'affetto che aveva per loro.
Di questa impresa familiare la zia era l'anima e il comandante in capo, lo zio il fido luogotenente e la nonna, più dolce e conciliante, gestiva nelle retrovie il laboratorio e i rapporti con le ragazze che  volevano un gran bene a lei e temevano la zia. La mamma lavorava nel negozio come commessa pur avendo a suo dire scarsissima attitudine alla vendita (caratteristica che ha poi trasmesso a noi figli attraverso il latte materno).
La zia amava ripetere che alla sua morte i gioielli sarebbero andati alla mamma, che di queste cose non voleva sentir parlare. Ciononostante questa dei gioielli destinati alla mamma era una cosa che sapevano anche i sassi.
Con il sopraggiungere dei primi acciacchi,  la zia vendette i negozi, uno dopo l'altro e si accinse a godere di un'alquanto agiata vecchiaia. Sfortunatamente, poco dopo i settant'anni la zia si ammalò gravemente. Sentendosi avvicinare la fine disse a mia madre di andare a prendere i gioielli, cosa che ovviamente  la mamma non fece, sostenendo che c'era tutto il tempo. Valutazione errata, perché la zia passò a miglior vita. 
Occorre precisare che la mia mamma era forse la persona più disinteressata del mondo e che dei gioielli non gliene importava una cippa. Era inoltre una di quelle creature che pensano sempre bene delle situazioni e degli altri per cui non si scompose minimamente quando lo zio le disse che i gioielli, sì, glieli avrebbe dati, non c'era fretta. Ora se qualche valore avevano quei preziosi per la mamma, era solo di carattere affettivo, dal momento che tanto cari erano stati alla zia Maddalena.
Se ne dimenticò.

Passato qualche anno  (in cui lo zio  pareva non perdere occasione per lamentare il suo presunto stato di povertà) l'arzillo vegliardo si presentò a casa con una pimpante signorina di quarant'anni le cui mire sarebbero state evidenti anche a un cieco, ma non allo zio che, innamorato come un ragazzino, sembrava aver perso anche quella poca capacità di giudizio che possedeva.
Ero piccola, ma ricordo anch'io l'arrivo della bizzarra coppia in casa che omaggiò me mia sorella di due micro catenine con medaglietta, forse in sostituzione dei famosi gioielli, ormai evidentemente fuori portata. La signorina era una patita del gioco d'azzardo (i due si erano conosciuti, guarda un po', a San Remo dove lo sio aveva una casa e dove c'è un casinò) e volle che compilassi la schedina del totolcalcio per lei.

Seppi solo molti anni dopo che in quell'occasione mio zio disse a mia madre una frase che, con relativa e ugualmente lapidaria risposta è rimasta da allora nella storia orale della mia famiglia. Disse, testuali parole:
"Tal sè ca tzè pu la me nivoda?!"  (lo sai che non sei più mia nipote?)
Al che mia madre esterrefatta (e ferita) rispose:
"Sa tal disi ti..."  (se lo dici tu...)
(E' curioso come negli ultimi anni della sua vita, mia madre non facesse che rievocare questa  conversazione)

Come prevedibile lo zio sposò la prosperosa signorina e si trasferì a Sanremo non prima di aver fatto parlare di sè tutto il paese. Mia madre si astenne dal prendere qualsiasi misura legale contro di lui, sostenuta fermamente da mio padre che aveva perdonato, ma non dimenticato, che gli zii avevano in un primo tempo ostacolato il loro matrimonio sospettandolo di essere un cacciatore di dote.

Andò così. Pochi anni dopo mio zio morì lasciando la suo nuova signora erede della sua fortuna. Costei però,  non ebbe modo di godersela per molto perché rese l'anima pochi anni dopo di lui. Alla sua morte si scoprì che si era venduta tutto, lenzuola comprese e che viveva in uno stato di precarietà nonostante fosse ancora proprietaria della casa di Sanremo e di un appartamento sul lago Maggiore. Cosa questa che ci fece sospettare che non ci stesse più tanto con la testa. Quel che restava, comunque, fu ereditato da una sorella della donna.

Dei gioielli della zia non si seppe più nulla. 

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venerdì, 23 giugno 2006

Cognomi e soprannomi

A casa nostra, quando ero piccola, all'insorgere di problemi di natura elettrica ricorrevamo ad un signore noto come Pumìn (nel nostro dialetto "piccola mela"). Tale soprannome, che contrassegnava la sua famiglia quasi fosse un casato, non aveva in realtà nulla a che vedere con l'aspetto dell'uomo che, alto e corpulento ma di aria mite,  a me ricordava piuttosto l'orso Yoghi.
Il Pumìn si spostava prevalentemente in bicicletta con indosso un grembiule da lavoro e  sulla testa un piccolo basco nero, con un purillo sulla sommità. Era un uomo gentile che accorreva non appena lo chiamavi e risolveva in un batter d'occhio una quantità di problemi, compresi anche quelli che esulavano dalla sua competenza di elettricista quali ad esempio la sostituzione delle cinghie delle tapparelle o il montaggio di un armadio.
Quando mio zio si trasferì da Roma al nostro paesello con la famiglia tutta, sua moglie, donna elegante e raffinata,  cominciò anche lei ad avvalersi dei servigi del nostro uomo ma, male addicendosi a lei l'uso del dialetto e ignara che si trattasse di un soprannome,  gli si rivolse chiamandolo con sussiego signor Pomino. Tale egli restò per sempre, tanto che anche noi, dopo averne riso,  cominciammo a trovare la cosa del tutto normale.

I problemi di natura idraulica invece, richiedevano  l'intervento dello Spillario*, un ometto segaligno con la voce stridula e una cortesia d'altri tempi. Se un rubinetto perdeva, un termosifone si rompeva e cose simili, in casa risuonavano queste parole :"Chiamiamo lo Spillario".
Forse sarà stato per quell'articolo posto davanti al nome, ma io vissi alcuni anni nella convinzione che lo spillario fosse un mestiere. Una definizione più precisa di idraulico. Il velo dell'ignoranza si squarciò quando un giorno, dopo una visita dell'uomo, chiesi a mia madre quale fosse il suo nome. Quando lei,  sorpresa, rispose "Spillario, naturalmente", mi sentii molto, molto sciocca.  
Raccontai l'accaduto a mia sorella, e lei ammise con un sospiro che le avevo tolto un peso dal cuore. Ora poteva smettere di ritenersi l'unica grulla della famiglia.  Rivelò quindi che il momento della verità per lei era venuto quando aveva domandato alla sua compagna di banco delle elementari, così parlando del più e del meno, chi fosse il suo spillario. Lo sguardo interrogativo dell'amica e la successiva domanda "Cos'è uno spillario?" le avevano svelato l'arcano.
Il vantaggio che avevo avuto  rispetto a mia sorella era che lo svelamento della mia stupidità non era avvenuta in pubblico.

Della serie "a volte ritornano", parecchi anni dopo ricapitò una cosa analoga. Scuole superiori, lezione di diritto, il professore, che andava spiegando con voce monocorde della figura del ragioniere dello stato, fece una piccola pausa quindi aggiunse con una certa solennità: "il Ragioniere dello Stato è lo Stammati". 
La parola "stammati" mi piacque. Aveva un che di sussiegoso che mi faceva pensare a cariche importanti come, che so, il Guardasigilli o il britannico Cancelliere dello Scacchiere. Pensai anche che, se avessi avuto una benché minima propensione per i conti, alla domanda "Cosa vuoi fare da grande?", sarebbe stato bello rispondere con orgoglio "Credo che  diventerò stammati".
Quel pomeriggio a casa,  chiacchierando con mio fratello Gigi  della lezione, gli chiesi se sapesse chi detenesse la carica di Stammati. Per un momento sembrò non capire poi cominciò a ridere e per alcuni minuti non fu possibile cavargli una spiegazione. Ci volle un po' prima che mi dicesse che Stammati, Gaetano Stammati (buonanima) era il nome del Ragioniere dello Stato dell'epoca e non una carica pubblica.
Inutile dire che in quell'occasione mio fratello non mancò di rievocare la faccenda mai sepolta dello Spillario.

*Il nome è stato leggermente (ma proprio leggermente) cambiato.

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categoria:ricordi, aneddoti personali & c
sabato, 17 giugno 2006

Razzi

I miei quattro fratelli erano appassionati di astronomia.
L'oggetto a cui tenevano di più in assoluto era un telescopio e lo trattavano con grande cura.
Quando in estate ci trasferivamo in campagna dalla nonna, il telescopio faceva bella mostra di sè sul balconcino della casa. Lo spazio, che di là osservavano ammirati, avrebbero voluto anche raggiungerlo in qualche modo. Se non altro in scala minore.
Si diedero dunque, in quelle calde estati della loro adolescenza, a costruire razzi e a "spararli" con ostinato entusiasmo verso il cielo, registrando gli alterni risultati su un quadernetto.
Ho pensato di riesumare uno di quegli elenchi dalla polvere dell'oblio, per tributare in qualche modo onore  non solo a loro, ma anche ad un tempo in cui l'immaginazione e poco altro bastavano a divertirsi.

razzi

X1 - Posato su rampa di lancio inclinata, con effusore di legno, non è partito. E' stato usato carburante:60...17...13.

X2 -  Rimodernato nell'accensione avvenuta in cima alla carica e nella rampa di lancio, dopo un volo di 90 cm. è caduto infuocato al suolo. Carburante 75...13...12.

X3 -  Rimodernato nell'effusore e privo di alettoni, è esploso salendo infuocato ad un'altezza di circa 9 metri.

X4 - Il razzo, molto pesante ed avente un effusore molto piccolo, alcuni secondi dopo l'accensione è esploso lanciando l'ogiva che subito cadeva, impiantandosi al suolo, da un'altezza di circa un metro.

X5 - come il precedente.

X6 - Il razzo bistadio, per un piccolo errore di accensione, è bruciato non senza comunicare l'accensione al secondo stadio che è stato fatto partire senza successo in seguito. E' stata usata una modernissima rampa di lancio.

X7 - Sul tipo dell'X3. Il lancio è fallito in seguito allo scioglimento dell'effusore.

X8 - Sul tipo dell'X4. Il razzo, dopo un'accensione regolare, è rimasto alcuni secondi senza che mandasse fumo. In seguito si è innalzato con un ruggito dalla rampa di lancio della base segreta Il volo, durato alcuni secondi, ha portato il razzo ad un'altezza di 5 metri.

X9 - Tipo bomba. Il metallo non ha resistito al calore e si è sciolto subito provocando un grande incendio, subito domato dagli addetti.

(Qualcuno in paese ricorda ancora gli echi delle esplosioni provenienti dalla campagna. Se poi capitava che  un forestiero di passaggio domandasse  allarmato cosa mai stesse succedendo, la risposta noncurante era invariabilmente:
"Ah...niente, sono i razzi dei fratelli B.")

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giovedì, 18 maggio 2006

Il nodo della cravattaAnna piccola

Da bambina avrei voluto essere un maschio.
Le bambole non mi interessavano. Insieme ai miei cugini ed altri amici, costruivo capanne, organizzavo cacce al tesoro, guidavo assalti all'arma bianca.
Portavo i capelli corti. Un taglio che i miei fratelli definivano affettuosamente alla carciufin (carciofino).
Leggevo moltissimo. Mi appassionavano soprattutto le storie piene di avventure. Leggevo Salgari e sognavo di essere Sandokan e del resto cosa faceva mai di interessante la Perla di Labuan, a parte essere rapita?
Avrei voluto diventare uno scout come due dei miei fratelli, ma nella mia cittadina c'era all'epoca solo una sezione maschile. Avevo implorato i miei genitori di mandarmi ugualmente, sostenendo che avrei potuto benissimo passare per un maschio, ma non ne avevano voluto sapere.

Quando, dopo qualche anno, il maschiaccio lasciò il posto ad una ragazzina con la minigonna e i capelli lunghi, compiaciuta delle attenzioni dei ragazzi, continuai tuttavia ad apprezzare particolarmente la franchezza dei maschi, la loro camaraderie, i modi forse un po' ruvidi, ma diretti e sinceri.
Avevo una sola vera amica  e tanti amici maschi. Le ragazze mi sembravano "lontane" dal mio modo di sentire. Non mi piacevano i pettegolezzi, le invidie, le alleanze improvvise e i subitanei voltafaccia.
Quando scoprii che una ragazza che credevo amica, ci provava con il mio ragazzo mi convinsi che, tranne poche eccezioni, le ragazze erano incapaci di lealtà.  (Ci vollero un po' di anni prima che imparassi acoltivare e ad apprezzare le amicizie femminili).

Avevo forse sedici anni o poco più quando volli imparare a fare il nodo della cravatta. Me lo insegnò mio padre  e non perché volessi indossarla davvero quella benedetta cravatta. Volevo semplicemente essere capace di annodarla. Non c'era un vero motivo.
Provai e riprovai finché venne fuori un nodo decente. Niente di raffinato, per carità. Un semplice, dignitoso nodo di cravatta.
La prima volta che mi capitò di mettere in pratica la mia abilità fu ad una festa di carnevale in cui mi vestii da gangster stile anni '30, con cappello a Borsalino e tutto quanto.
In seguito ebbi una lunga relazione con un fidanzato che vestiva prevalentemente casual e (udite, udite!) non sapeva fare il nodo della cravatta. Nelle rare occasioni in cui era costretto a metterla il nodo lo facevo io, cosa che mi faceva sentire  stupidamente fiera di me.
Il fidanzato successivo, invece, indossava la cravatta tutti i giorni quindi il nodo se lo faceva benissimo da solo. In verità faceva benissimo un mucchio di altre cose, compreso cucinare,  e tendeva ad assistermi in ogni incombenza anche banale. Se mi accingevo ad aprire una scatola di pelati, si avvicinava, osservava i miei primi movimenti e sussurrava: "vuoi che lo faccia io?". Cosa volete che vi dica? O gli tiravo in testa i pelati o lo lasciavo fare. Sbagliando, scelsi la seconda opzione e presto mi sembrò di non essere più capace di fare niente. Nemmeno sapevo più quanto sale si dovesse mettere nell'acqua della pasta, per dirne una.
Messa così, la relazione non viaggiava certo verso un roseo futuro. Infatti ci lasciammo, io recuperai con qualche fatica la mia autostima e dopo un periodo di "silenzio stampa" riuscimmo anche a diventare buoni amici.

Non ebbi più occasione di fare il nodo di una cravatta fino ad una fredda notte di dicembre di 17 anni fa, quando mio padre morì per aneurisma dell'aorta.
Erano le quattro del mattino quando il medico e i volontari della Croce Rossa se ne andarono. Arrivò mia sorella e insieme, lei, mia madre e io, lo vestimmo con gesti lenti e sereni.

Solo io sapevo fare il nodo della cravatta.
Lo feci come se fosse la cosa più importante del mondo.
Come se solo per questo avessi, tanti anni prima, imparato a farlo.
Decidemmo di aspettare che si facesse giorno prima di avvisare i fratelli, che abitavano lontano e lo vegliammo come si usava fare una volta.
Recitammo il rosario e poi restammo lì a inanellare piano ricordi di lui. Ridendo qualche volta sottovoce nel ripensare ad una sua battuta.

Al mattino arrivarono i fratelli tranne uno (sono in quattro) che non poteva lasciare il Bangladesh per motivi di visto (rischi del mestiere di missionario).
Due giorni dopo si presentarono al suo posto una decina di padri del PIME* dalle lunghe barbe. Il  pittoresco drappello concelebrò in pompa magna la funzione e diede ai miei concittadini qualcosa di cui parlare.

Se ne andò così mio padre.
Accompagnato dall'unica donna che aveva amato, dai suoi figli e da una folla di gente tra cui alcuni perfetti sconosciuti che ci rivelarono quante cose buone quel benedetto uomo aveva fatto senza dirci nulla, come nel suo stile.
Se ne andò con il suo abito migliore e la cravatta annodata da me.
Mi piace pensare che fosse un nodo perfetto.

 

*Pontificio Istituto Missioni Estere

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