venerdì, 18 maggio 2007

Ancora da “Lettere dello scoiattolo alla formica” di Toon Tellegen

 

Il grillo scrisse su un foglio:

 

Sono via

 

L’appese sulla porta e se ne andò.

Tornò appena in tempo per vedere il foglio prendere il volo.

“Che strano” pensò “Allora sono stato via per davvero” Ma non sapeva dov’era stato.

Allora scrisse:

 

Vado a fare un giro nel deserto.

 

E se ne andò a fare un giro fino al centro del deserto.

“Che strano! Che strano!” pensò.

Quando tornò, poco tempo dopo, rifletté profondamente e poi scrisse:

 

Qui c’è un’enorme torta.

 

Ed eccolo seduto davanti a un’enorme torta.

“Allora tutto quello che scrivo succede per davvero” pensò, e aprì la bocca: Ma prima di aver potuto dare un morso alla torta, un tale di passaggio (che somigliava spiccicato all’orso) si era già pappato tutta la torta.

Allora il grillo scrisse:

 

Soltanto io, il grillo,

mi mangerò tutta la torta

che ho davanti.

 

E per sicurezza ci scrisse sotto:

 

E nessun altro.

 

E si mangiò da solo tutta la torta che all’improvviso gli era apparsa davanti. Ma mangiare da soli non è molto divertente, e per giunta la torta non era tanto buona. “Ora non ho più voglia di niente” pensò. Non riusciva a ricordare di averlo mai pensato prima.

Guardando in terra con aria cupa, pensò “L’unica cosa che mi resta da fare è cantare”. E si mise a cantare. Ma era un canto stonato e triste.

Rifletté per un po’ e poi scrisse:

 

Il mio canto è sempre intonato e avvincente.

 

E cantò sempre intonato e avvincente per tutto il giorno, senza mai smettere.

Verso sera era stanco morto, e ormai il suo canto assomigliava piuttosto a un lamento. Comunque  sempre intonato e avvincente.

Allora il grillo scrisse che non avrebbe più scritto lettere, né le avrebbe più appese alla porta.

“Le lettere sono pericolose” pensò. Vedeva nei suoi pensieri tante lettere che gli si avventavano addosso: lettere cornute, lettere coperte di aculei, lettere dai denti taglienti. Impaurito, il grillo si rifugiò in un angolo della casa.

“Ma questo lo penso soltanto!” esclamò. “Non lo scrivo!”

Allora tutte quelle lettere sparirono dai suoi pensieri, e lui si trovò solo.

Zitto zitto, al lume della luna, si fece una torta, piccola ma amabile, e se la mangiò con lentezza e concentrazione. 

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mercoledì, 09 maggio 2007

Cambiamo argomento, va'
caneGatto

Anni fa, su una bancarella di libri a metà prezzo, scovai "Autobiografia di un gatto" di Susan Fromberg Schaeffer, storia di Foudini e della sua vita con Sam (un pastore tedesco) e le loro "persone assegnate" Tepore e Peste, raccontata da lui medesimo alla gattina Grace. Vi piacerà se amate, oltre agli animali, anche quel tipo di storie. Io l'ho trovato piacevole.
L'autrice ha anche un sito internet in cui si può trovare, tra le altre cose, un'intervista con M. Foudini the Cat. (www.susanfrombergschaeffer.com)

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mercoledì, 14 marzo 2007

Due citazioni.

Io ed F. ci conosciamo da quando eravamo ragazzi.
Lui è un medico con la passione per la musica in generale e la bossa nova in particolare. Chitarrista, lettore, viaggiatore.
Ha un modo di raccontarti, che so, un viaggio o un romanzo, che  incanta al punto da farti entrare davvero dentro quel paese o quella storia. E infatti io lo chiamo dottore-incantatore e spero sempre che senta, nel modo in cui lo dico, il bene che gli voglio.
Qualche tempo fa mi ha regalato un libro che ho letto con crescente meraviglia. E' "Memoriale del convento" di José Saramago, ambientato nel Portogallo settecentesco.  I protagonisti, Baltasar Mateus Settesoli, ex soldato monco di una mano, e Blimunda, giovane dotata di poteri occulti, legati da tenacissimo amore, si muovono nel paese dominato dall'Inquisizione, accanto a personaggi storici e non, quali, Giorgio V (re del Portogallo); padre Bartolomeu Lourenço de Gusmão, che mescola scienza e misticismo nel progetto di vincere la gravità con una macchina per volare, il musicista Domenico Scarlatti. 
Sullo sfondo la costruzione  del convento di Mafra, voluto da un monarca in cambio della grazia ricevuta per la nascita dell'erede.
Il libro mi è ritornato tra le mani in questi giorni e, come sempre in questi casi, sono andata a rivedere se avevo sottolineato dei brani. Ce ne sono due che vorrei dividere con voi. Così senza particolari commenti.

"Quando Baltasar entra in casa, sente il parlottare che viene dalla cucina, è la voce della madre, la voce di Blimunda, ora l'una, ora l'altra, appena si conoscono e hanno tanto da dire, è la grande, interminabile conversazione delle donne, sembra cosa da niente, questo pensano gli uomini, neppure loro immaginano che è  questa conversazione che trattiene il mondo nella sua orbita, se non ci fossero le donne che si parlano tra loro, gli uomini avrebbero perso già il senso della casa  e del pianeta."

Mafra

" Oltre alla conversazione delle donne sono i sogni che trattengono il mondo nella sua orbita. Ma sono ancora i sogni che gli fanno una corona di lune, per questo il cielo  è lo splendore che c'è dentro la testa degli uomini, a meno che non sia la testa degli uomini il vero e unico cielo."

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martedì, 09 gennaio 2007

Ritrovamenti

 

Quando ancora avevo energia e voglia sufficienti a partecipare alle gite scolastiche, amavo sedere in pullman vicino ad un simpatico collega che, diversamente da me riusciva a leggere sul mezzo in movimento senza che gli venisse da vomitare.
Per ingannare a noia delle lunghe ore di viaggio,  non appena i ragazzi smettevano di vociare e si  assopivano, lui leggeva per me brani da libro che aveva con sé. Una volta si presentò con una raccolta di racconti che non conoscevo e che si rivelò decisamente esilarante. Leggeva, ma presto gli toccava fermarsi per ridere insieme a me fino alle lacrime.
Certo deve piacere quel tipo di umorismo che consiste nel raccontare cose assurde con la più assoluta serietà. Questo si può trovare appunto in “Vite brevi di idioti” di Ermanno Cavazzoni,  autore forse più noto per il romanzo “Il poema dei lunatici” e per aver lavorato con Fellini alla sceneggiatura del film “La voce della luna”.

Qualche giorno fa, ho ritrovato il volumetto dopo aver fortemente temuto di averlo perso. Vi propongo brani da uno dei racconti. (Chi conosce il testo o decide di leggerlo non potrà che apprezzare la straordinaria scelta di nomi, cognomi e relativi abbinamenti)

 

La repubblica degli idioti congeniti

 

Un idiota di nome Sereno Bastuzzi viveva dentro un pagliaio. Il pagliaio era annesso a una casa colonica un tempo abitata. Nel pagliaio vivevano anche il padre e la madre di Sereno Bastuzzi che erano idioti congeniti e facevano i contadini. Ovverosia vivevano autosufficienti su un pezzetto di terra ereditato.

Un idiota ha una concezione tutta sua dell’agricoltura; non compra e non vende niente; non usa trattori né altri motori agricoli; non pota le piante né dà concimi chimici, diserbanti o antiparassitari: Non semina perché non connette il seme alla pianta. Un idiota considera invece stupidi gli altri e ride quando li vede buttare il grano per terra. Infatti condivide la scelta delle galline di andarlo a beccare. Un idiota per sua natura non mangia la carne, infatti la famiglia Bastuzzi non la mangiava; mangiavano invece le uova, i radicchi, altre erbe somiglianti ai radicchi; o imparentate ai radicchi. I radicchi sono al centro della loro alimentazione e sono individuati tra i campi per primi e con gioia: Hanno invece in antipatia le ortiche e le  pestano, di modo che dove vive un idiota o una famiglia di idioti ci sono pochissime ortiche. L’idiota lo fa per vendetta, non per eliminare razionalmente dall’agricoltura le piante infestanti. E così pure coi rovi, che sono motivo di lamenti e di ritorsioni. (…)

D’estate l’idiota sta sotto gli alberi al fresco, di preferenza vicino al ruscello, e non si espone ai raggi del sole se non per necessità alimentari. Piace la vicinanza delle galline con le quali c’è simpatia. Quando il gallo trova una spiga o un verme per terra, e con un suo verso particolare chiama a raccolta, corre anche l’idiota che spesso è il più svelto a mangiarlo. Piace anche la vicinanza di mucche, le quali sono affettuose verso gli idioti; e se ne vedono uno sdraiato al fresco sopra l’erbetta, gli vanno vicino e lo imitano. Sembra che le mucche distinguano gli idioti dai sani, e mentre temono i primi per le loro manie, hanno grande confidenza coi primi. (…)

Le galline che sono proprietà di un idiota muoiono di morte naturale, cioè di vecchiaia; cosa che non si osserva mai presso la popolazione civile dove le galline vengono sempre uccise e cotte. La famiglia Bastuzzi non aveva questa abitudine di cuocerle perché non conoscevano il fuoco. Una gallina che si sente morire si allontana dalla comunità, va ai confini della proprietà dei Bastuzzi, si nasconde in un fosso o in un cespuglio spinoso e sta in silenzio. Anche le mucche vanno a morire ai confini della proprietà, in un luogo spelacchiato dove non passa nessuno e la terra è franosa.


Quando un animale esce dalla proprietà dei Bastuzzi, in genere viene preso a sassate dai contadini vicini, o rincorso con un bastone: D i modo che impara presto i confini così come son registrati al catasto. Anche i Bastuzzi hanno acquisito in tal modo il senso della proprietà territoriale e non si azzardano a uscire. Sereno Bastuzzi spesso cammina lungo i confini, seguito da mucche e galline, e gurdato in cagnesco dai confinanti che hanno un’agricoltura razionale e intensiva, e faticano per migliorare la terra. I Bastuzzi invece non fanno nessuna fatica e non sembrano mai preoccupati dell’andamento della stagione da un punto di vista agricolo. Il che è  motivo di ira da parte dei confinanti.

 

In estate I Bastuzzi si sveglian col sole e vanno sugli alberi a mangiare la frutta; la frutta è inselvatichita. Intanto, sotto, galline tacchini anitre e mucche pascolano. Non rispettano l’orario di pranzo o cena: Bevono l’acqua con molto diletto. Sereno Bastuzzi sembra che l’assapori intensamente; socchiude gli occhi e la mastica come fosse un liquore. (…)

Il dottor Consolini nel suo studio dice che in inverno i Bastuzzi stanno nel vecchio pagliaio, e quando la giornata è cortissima e grigia dormono sempre. La dottoressa Stanca afferma che russano a intermittenza. Ogni tanto uno di loro si alza e cerca a tentoni le noci o le nocciole o scava le carote nel vecchio orto. E’ impossibile che sporchino di letame la paglia. Conoscono inoltre l’uso degli abiti, cioè giacche di lana ereditate dagli avi. Mangiano anche la neve. Ma d’inverno non ridono, si muovono lenti e assenti come sonnambuli, poi tornano dentro la paglia. (…) Tutti dimagriscono, anche oche e galline. Qualcuna muore, le più labili. Anche questo è motivo d’ira dei vicini, cioè che le galline siano abbandonate a se stesse invece che essere uccise. Ciò mina le basi della società contadina e attira i polli dai pollai degli altri. I vicini sostengono che i Bastuzzi sono pericolosi per l’agricoltura, e danno il cattivo esempio ai figli, i quali credono che quella sia una repubblica e  Bastuzzi dei repubblicani, non degli idioti. Quando un bambino scappa di casa perché ad esempio ha litigato col padre e passa un giorno in mezzo ai Bastuzzi, torna a casa con la mentalità libertaria  e prossima alla mentalità dei bovini o degli uccelli da cortile; cioè concepisce solo il presente fuggente e sottovaluta il padre. (…)
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lunedì, 27 marzo 2006

Scrittoi e tastiere

Sono molto contenta che la lettera dello scoiattolo alla formica sia piaciuta. 
Per ben cominciare questa settimana, ve ne propongo un'altra che mi fa in qualche strano modo venire in mente il bellissimo post sulla tastiera scritto da Colfavoredellenebbie. (chi non lo ha ancora fatto vada a leggerlo!)
Ecco qua, senza ulteriori commenti.

Da “LETTERE DELLO SCOIATTOLO ALLA FORMICA” di Toon Tellegen 

 

Lo scoiattolo se ne stava nella sua casa sul faggio. 
Era inverno e pioveva. 
Raffiche di vento soffiavano contro la sua finestra, e la formica era in viaggio.
Lo scoiattolo appoggiò i gomiti sul suo scrittoio e disse con un profondo sospiro, senza voler dire niente di particolare: “Certo, certo…”. 
Lo scrittoio scricchiolò. Era un rumorino qualsiasi, ma fu come se lo scrittoio volesse dire qualcosa. Lo scoiattolo capì: “Eh già…”. Due lente, esitanti parolette di una cosa che era sempre stata zitta. 
In effetti non penso mai a lui” pensò lo scoiattolo. “Non gli dico mai niente, non lo porto mai in viaggio con me, non festeggio mai il suo compleanno, non gli faccio mai regali, Non gli chiedo mai cosa gli piace. Sta qui e basta!” 
Lo scoiattolo sospirò: “Devo fare qualcosa per lui qualche volta” concluse. “Ma che cosa?” 
Dopo averci pensato a lungo decise di scrivergli una lettera. Prese un pezzo di corteccia di betulla, lo mise sullo scrittoi e cominciò:


Carissimo scrittoio, 
posso fare qualcosa per te?


Poi posò la penna. “Che altro posso scrivergli?” pensò “Cosa posso avere da raccontargli? Secondo me sa già tutto quello che so io”. 
Rifletté profondamente, ma non riuscì a inventare nient’altro. Così scrisse a grossi caratteri il suo nome in fondo alla lettera.

E’ per te” disse, e fece scivolare la lettera al centro dello scrittoio. 
A quel punto una forte ventata spalancò la finestra, afferrò la lettera, capovolse con enorme fracasso lo scrittoio, che rimbalzò almeno cinque volte, e richiuse la finestra sbattendola con violenza. 
Stordito, col pelo arruffato, lo scoiattolo era rimasto immobile. Lo scrittoio giaceva di traverso in un angolo. La lettera era scomparsa. 
Dopo un po’, lo scoiattolo si alzò e rimise in piedi lo scrittoio. Il cassetto era caduto sul pavimento, e lo scoiattolo vide che c’era dentro una lettera con gli orli accartocciati che non aveva mai visto. 
L’aprì e lesse:  

 

Carissimo scoiattolo,
non è stata una caduta, sai, 
è stata una danza. Per te. 
Perché hai pensato a me.
Non c’è bisogno che tu faccia di più. 

    Il tuo aff.mo scrittoio 

 

Lo scoiattolo non si chiese come avesse fatto lo scrittoio a scrivergli quella letterina. Posò le zampe davanti sullo scrittoio, ci appoggiò sopra la testa, e in quella posizione si addormentò

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sabato, 25 marzo 2006

Lo scoiattolo e la formicaA. Scheffler illustratore

Ho un debole per i libri per bambini. Mi piace la loro prosa semplice ed essenziale in cui ci sta il possibile e l'impossibile, la realtà e la magia. Mi piacciono le parole, rotonde come arance, semplici come anelli (grazie Neruda). Parole come scope di saggina che spazzano le ragnatele dagli angoli bui della mente, così che poi non rimane più un solo posto dove non ci sia luce.
Darei non so cosa per saper scrivere parole come quelle. E storie che quando le leggi ti fanno sentire bene. Con la voglia di ridere insieme a qualcuno.

Uno dei miei eroi è Toon Tellegen, autore olandese di una raccolta di storie di animali insolite e delicate. In Italia sono usciti due volumi: "Lettere dello scoiattolo alla formica", illustrata da Axel Scheffler e "Il compleanno dello scoiattolo", illustrata da Kitty Crowther, entrambi editi da Feltrinelli.
Gli animali di Tellegen, scoiattolo e formica in testa, si scrivono una gran quantità di lettere che vengono, per lo più portate a destinazione dal vento. C'è la talpa che, sentendosi sola, scrive a se stessa, la lucciola che invita la farfalla notturna  a meditare insieme sul crepuscolo e tutte le cose oscure, l'elefante che chiede alla chiocciola se vuole danzare con lui sul tetto della sua casetta e il passero che decide di dare lezioni di scrittura di lettere.

Io credo che leggere ai propri figli sia una  dimostrazione di amore non piccola.
Queste sono le storie che avrei letto ai miei bambini se ne avessi avuti.
Per chi ne ha e fa ancora in tempo a sedersi sul bordo del letto di un bimbo affamato di meraviglie,  un piccolo assaggio di questa prosa illuminata e leggera.

Un giorno d’inverno lo scoiattolo scrisse una lettera alla formica:

 

Carissima formica 

formica formica formica formica formica 
formica formica formica formica 
carissima formica 
formica formica formica formica 

carissima formica 
carissima formica 
formica. 
 
  Lo scoiattolo  

 

Era una lettera strana, e lo scoiattolo non sapeva neanche perché l’avesse scritta. Siccome faceva freddo le infilò un cappottino, le mise in testa un berretto di lana, le spiegò dove andare e le aprì la porta. 
La lettera uscì con prudenza, scese lungo il tronco del pioppo, s’incamminò tra la neve e bussò, tic tic, alla finestra della formica

“Chi è?” domandò la formica

“La lettera” rispose la lettera

“La lettera?” si stupì la formica, e aprì la porta.
“Sono per lei” disse la lettera con una piccola riverenza, togliendosi il berretto di lana.
La formica la esaminò da tutti i lati, poi l’aprì con cautela.
 “Adesso ti leggo” disse
“D’accordo” disse la lettera. 
Quando ebbe finito di leggerla, la formica si sfregò soddisfatta le zampette e disse: “Siedi, lettera, siedi. Cosa posso offrirti?”.
“Mah…” disse esitando la lettera “Non saprei…”
“Qualcosa di dolce?” insisté la formica.
“D’accordo!” disse la lettera, frusciando di contentezza.
La formica prese la penna e scrisse qualcosa di dolce in cima alla lettera e, dopo averci pensato un po’, anche qualcosa di caldo in fondo alla lettera. Per sé prese del miele.
La lettera crepitò e arricciò gli angoli dal gran piacere.
Stettero ancora a lungo sedute insieme. Di tanto in tanto la formica si alzava e scriveva qualcosa ai lati della lettera.
All’imbrunire la lettera si congedò. Nevicava. La lettera tornò lentamente al pioppo nella neve alta, si arrampicò fino alla cima e si infilò sotto la porta dello scoiattolo.
“Ah” disse lo scoiattolo “Eccoti di ritorno”
“Sì” disse la lettera, e mentre lo scoiattolo stava chino su di lei, gli raccontò cosa aveva fatto a casa della formica, e infine che cosa la formica pensava di lui, lo scoiattolo.
“E poi?” chiese lo scoiattolo
“Leggi” disse la lettera.
Lo scoiattolo la lesse, e quando ebbe finito di leggerla, le chiese se gli permetteva di metterla sotto il suo guanciale.
“D’accordo” disse la lettera.
Fuori infuriava la tempesta, la casa dello scoiattolo scricchiolava, i fiocchi di neve cadevano sempre più fitti e il mondo diventava sempre più bianco.
Ma lo scoiattolo e la lettera non lo sapevano. Dormivano sognando parole di inchiostro dolce.  

 

(Da “LETTERE DELLO SCOIATTOLO ALLA FORMICA” di Toon Tellegen)

 

 

 

 

 

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