lunedì, 28 maggio 2007

Rieccomi

una vecchia fotoInsomma, ci metterò un po' a tornare a pieno regime, ma troverò qualcosa da scrivere che non c'entri nulla con ciò che mi ha tenuto lontano e ricambierò le visite agli amici passati di qui.

Abbiate pazienza. 
Sono solo un po' stanca.
Con un tot di cose da fare che mi auguro di smaltire prima possibile.
Passerò da tutti presto.

Ma sì che ce la faccio, dai :)

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martedì, 30 gennaio 2007

Ansia da blog

 

Mia madre usava una particolare espressione dialettale per i momenti (frequentissimi) in cui si sentiva psicologicamente oppressa dalle tante cose da fare. Diceva “Sono infescià”. Allo stesso modo, un’incombenza che, non invitata, andava ad aggiungersi alle altre senza per altro produrre alcun frutto apprezzabile, era considerata un infésh.

Credo che sia una condizione in cui possano riconoscersi soprattutto le donne che vedono abbinarsi lavoro e faccende domestiche. (Mia madre era casalinga, ma aveva sei figli e un marito abituato male)

Lo stato di infésh, può al massimo attenuarsi, mai sparire se non in vacanza, a patto che non si scelga di farsi del male decidendo di affittare una casa o una roulotte ove si riproduce lo stesso meccanismo. Una donna (forse anche qualche uomo) si trova a dover forse pensare avanti, anticipare il futuro minimo, che so,  dei panni che devono essere pronti quel tal giorno, dei vetri che non si può più  andare avanti così, della cena diversa da inventare, dei compiti da correggere, della relazione da scrivere, eccetera eccetera in ordine sparso. A ciò si aggiungono paturnie e menate, spesso risibili, con cui l’essere umano ama allietarsi l’esistenza.  Anna qualche anno fa

Mi trovo a vivere un momento simile in fase acuta. “Sono infescià”, come direbbe mia madre. Nonostante io mi occupi della casa in modo assai disinvolto, ho un sacco di cose da fare e, se pure mi rendo conto che il tempo che passo a preoccuparmi è quasi lo stesso che dedico a farle, non riesco a uscire da questo circolo vizioso. E’ la fase di preparazione che frega. Preparare le lezioni, preparare il corso che devo fare fuori di scuola, preparare quella lettura di poesie, ecc. è estenuante perché i pensieri si affollano insieme alle ansie di riuscita. Quando giunge il momento di farle quelle attività, non è poi così tremendo.

Per quanto riguarda il blog, lungi dall’essere un infésh,  è uno spazio mio a cui tengo moltissimo ma, in quanto aperto al pubblico, ha comunque delle regole sue che vanno rispettate. Scrivere qualcosa di interessante, rispondere ai commenti, far visita agli amici. Tutte cose che amo fare, ma che richiedono tempo. Tempo che ultimamente è piuttosto risicato. A questo si aggiunga che io e il mio compagno ci siamo dati come nostra regola quella di tenere il pc spento la sera dopo cena, momento dedicato a stare insieme, anche solo a guardare un film.

Perciò, sempre della serie “menate autocreate”, e in base all’assunto del tutto falso che gli altri non facciano altro che pensare a me, sono al momento preda di “ansia da blog” che si traduce sostanzialmente nel timore di perdere gli amici, stufi della mia latitanza. Nonostante faccia quotidianamente atto di umile consapevolezza di non essere al centro del mondo, non posso non essere un po’ preoccupata soprattutto dal momento che molte delle persone che stimo di più sono assai presenti sui blog.

Ecco perché, per quanto inutile  e superflua questa precisazione possa essere, vorrei scusarmi per non essere più presente sui vostri blog, ma proprio non ce la faccio più di così al momento. 

Posso confidare in un sorriso di tenerezza?

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lunedì, 30 ottobre 2006

Qualcosa s'impara, grazie a Dio.

Voglio dire nella vita.
Ci sono lezioni grandi e lezioni piccole.
L
e prime sono quelle che di solito fanno male. Quelle che se non dai loro retta si ripresentano peggio di prima. C'è di buono che una volta che le impari è per sempre. Almeno nella maggior parte dei casi.
Poi ci sono le lezioni piccole.
Sono di varia natura e si apprendono nei contesti più vari. Di certo c'è che non hanno nulla a che vedere con la matematica o la geografia.
A volte son lezioni da niente, tipo che se pianti la menta in giardino senza circoscriverne in qualche modo le radici te la ritrovi dappertutto (fantastico se è quello che vuoi, altrimenti).
A volte, invece, celano insegnamenti più vasti di quanto puoi immaginare.
A una di queste piccole lezioni pensavo stamattina senza un vero motivo.
Mi è venuta in mente e basta.

Ultimo anno delle superiori. Interrogazione di italiano.
La prof era una donna seria, preparata e piuttosto esigente. A noi andava bene perché se avessimo continuato con quella dell'anno prima (che spiegava poco e chiacchierava molto) non so come avremmo affrontato la maturità.
Io amavo la materia e ci tenevo particolarmente a fare bella figura. Avevo studiato tutto lo studiabile, comprese le note in carattere piccolo. Proprio lì dovevo aver reperito un nome la cui citazione mi avrebbe guadagnato di sicuro l'ammirazione dell'insegnante.
Fu perciò con una certa soddisfazione che citai l'opinione del Pincopallo contenuto nella nota. A quel punto però la prof mi fermò e mi chiese notizie proprio di quel Pincopallo. Arrossendo dovetti ammettere che non avevo la più vaga idea di chi fosse. Lei sorrise e con grande pacatezza mi disse queste parole:
"Non citare mai nessuno che non conosci.
Non citare cose di cui non sai"
Quello che disse e il modo in cui lo disse volevano dire "ho capito che hai studiato e che ti piace farlo, allora segui questo consiglio nel futuro se vuoi studiare ancora meglio".

Quella dritta, apparentemente molto semplice  e che non mancai mai di seguire, cambiò completamente il mio modo di studiare. Mi permise di imparare una quantità di cose e spesso di fare pure la bella figura sperata.  Perché lungo la strada delle cose che  ti colpiscono e interessano,  un argomento  conduce sempre ad un altro. Quante scoperte ho fatto  grazie alla mia prof! Quanti esami ho brillantemente superato!

Ma c'è di più. In quelle parole io ci ho trovato molto altro. Cose utili per la vita, non so se mi spiego.

Non parlare/giudicare/criticare cose che non conosco o conosco approssimativamente.
Non commentare un libro senza averlo letto, un film senza averlo visto, un discorso senza conoscerlo per intero.
Non assumere come mie  acriticamente opinioni di altri.
Non giudicare per sentito dire.
Non giudicare (ammesso che sia lecito farlo) una persona senza conoscerla davvero.

A volte penso che basterebbe  una più generale adesione almeno all' ultimo principio per rendere i rapporti tra le persone più distesi. 
Quanto a me, sarebbe bello scoprire tra un po' di anni di aver lasciato in uno dei miei ragazzi una traccia simile a quella che la mia insegnante di italiano lasciò a me. 
E se per caso ve lo state chiedendo, sì, l'ho incontrata un giorno e gliel'ho detto. Lei ha accettato i  miei ringraziamenti e quel  ricordo con un sorriso simile a quello di allora. 

Grazie prof.  

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mercoledì, 04 ottobre 2006

Stamattina

C'è il sole, ma essendo ancora un po' raffreddata, indosso jeans, maglia maniche tre quarti scollo a v, maglioncino con cappuccio e zip, scarpe da passeggio + zainetto (cuffie per ascoltare Bublé camminando e che fatica non ballare).
Comunque non il massimo per sentirsi almeno un po' gnocca.
  (Donne di passaggio, ma anche a voi i capelli si spettinano dopo cinque minuti cinque?)

Però esistono gli amici. E proprio stamattina ho trovato nella posta un complimento inaspettato di un amico che non ho mai visto (e che voglio vedere prima o poi assolutamente) a cui voglio un mondo di bene. Quanto si può contribuire alla serenità di un altro essere umano con le parole (una parola!) è cosa che mi stupisce sempre.

Così. un po' per festeggiare, un po' per ricordarmi che posso anche essere così, ho deciso postare oggi questa foto presa dallo sparutissimo archivio delle Foto in Cui Mi Piaccio sepolte sotto il corposo faldone delle Foto Insulse (l'archivio delle Foto In Cui Faccio Schifo non esiste perché tali foto vengono subito distrutte).

Eccola. Buona giornata, amici.Anna

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venerdì, 08 settembre 2006

Cose da non credere.
In cui chi scrive fornisce alcune pacate spiegazioni circa il suo moderatissimo entusiasmo all'idea di riprendere il lavoro e conclude rivolgendo un accorato appello ai lettori (e poi vi assicuro che non ne parlo più).

Io insegno in una scuola che se la chiami così i miei capi si irritano.
Non parlo del mio direttore, brav'uomo, ma dei mega direttori intergalattici che risiedono nel capoluogo della mia regione.
Il nostro è un centro di servizi formativi, scusate se è poco.
Nemmeno la parola insegnante gli piace granché a quelli. Docente è benignamente tollerato, formatore è la definizione giusta. Tutti e tre i termini non cambiano comunque la realtà che vede il suddetto insegnatedocenteformatorechedirsivoglia occupare lo spazio normalmente assegnato al "due di picche" o, se volete, alla proverbiale "ultima ruota del carro".

Nessuna sorpresa che qui siano in pochi a voler  insegnare. Da una quindicina di anni a questa parte c'è stata una corsa da parte di molti a cercare di occupare le nuove funzioni che si venivano delineando con il nuovo assetto del centro: responsabile di commessa, tutor, progettista, ecc. Io non ero interessata a nessuno di questi ruoli. Insegnare è quello che so fare, dunque  ho continuato, nonostante il compatimento di quanti qui dentro dicevano che "non si può più fare solo il professore, insomma ecchediamine!". Adesso siamo al punto che ci tocca assumere gente esterna con contratti a termine per coprire i posti di chi in classe non ci va più.

Per farla breve, i nostri corsi sono finanziati dalla regione che stabilisce certe regole cui non possiamo contravvenire pena il pagamento di penalità e il rischio di perdere l'approvazione di altri corsi l'anno successivo.
Tanto per cominciare stabilisce un numero preciso di alunni per classe. Per esempio, in prima devono essere 18, non uno di più non uno di meno (salvo richiesta straordinaria e motivata di deroga). Se ne perdiamo uno e non riusciamo a sostituirlo, paghiamo. La conseguenza immediata è che, salvo un tentativo di omicidio colto in flagrante, non possiamo espellere nessuno. Possiamo sospendere, ma con moderazione onde evitare che il frugoletto non si scoraggi e decida di abbandonare la scuola. Per lo stesso motivo (udite, udite) non possiamo bocciare, se non, in linea assolutamente teorica, alla fine del ciclo formativo, cioè all'esame finale (cosa che non accade quasi mai, se no sorgono problemi di altro tipo)
Cosa succede allora al prof che presenta agli scrutini di fine anno votazioni insufficienti? E' costretto ad alzarle con la magra consolazione dell'aggiunta di due consonanti: V.C. (voto di consiglio) di cui non frega una cippa a nessuno. In pratica perde la faccia.

Cosa fa allora l'insegnante che vuole salvare la capra della propria dignità e i cavoli rappresentati dalla necessità di trasmettere un minimo di contenuti e mantenere una parvenza di disciplina? Abbassa drasticamente le proprie pretese e nel contempo fa salti mortali e giochi di prestigio per interessare/trattenere/divertire la turba schiamazzante che sempre più rifiuta (letteralmente) di fare il benché minimo sforzo. Credetemi, non è facile.
L'anno scorso mi è andata discretamente. Ho tenuto un laboratorio di poesia e ha funzionato, ma io ho molto margine di azione. Chi insegna tecnologia meccanica, tanto per fare un esempio, ha qualche difficoltà in più. Ancora non si è piegato a fare, che so, improvvisare un rap per imparare qualche formula.

Usufruendo di finanziamenti pubblici siamo, come è giusto, soggetti ad ispezioni a sorpresa. Il punto cruciale è quello che viene ispezionato. La cosa più importante dell'universo è la correttezza nella compilazione dei registri: le firme devone essere identiche a quelle depositate e nessuna deve mancare (questo posso pure capirlo perchè si deve controllare che il corso non sia puramente fittizio). Sui registri vegliano le nostre fide segretarie che ci segnalano qualsiasi anomalia. Va da sè che la prima cosa che un insegnante deve fare appena entrato in classe è firmare il registro. Scordatevi il registro che si usa nella scuola statale. Si tratta di tutt'altra cosa. Firmano i ragazzi e poi noi. Sul frontespizio c'è un foglio, che cambia tutte le settimane, con l'orario. Io devo solo fedelmente copiare una cosa di questo genere:

Competenze di base: comunicare in lingua italiana.
Argomento: (che so) regole di sintesi e di argomentazione
orario: 9.00-10.00
Firma: Anna Ihadadream

La cosa interessante riguarda gli argomenti. Sono già stabiliti per tutto l'anno in base al progetto.  Io devo solo copiare quello ce c'è scritto e gli ispettori andranno in brodo di giuggiole nel rilevare che tutto corrisponde. Quello che succede quindi è che, dopo aver firmato con la massima cura, io chiudo il registro e spiego quello che voglio e siccome sono una persona con una coscienza, non uso quel tempo per leggere il giornale o insegnare ai ragazzi a costruire una bomba artigianale. Faccio italiano. Lo faccio in modo che imparino qualcosa e si divertano allo stesso tempo. A volte ci riesco a volte no. Il punto è che nessuno controlla la qualità dell'insegnamento e considerato il tipo di burocrati che girano è una benedizione che sia così.
Da questa assurdità deriva quanto meno il vantaggio non trascurabile che, se sulla carta siamo rigidamente ingabbiati in contenuti predeterminati da gente che magari non ha mai visto una classe, nella realtà godiamo di una discreta libertà di insegnamento, sconosciuta in altre scuole.  (Del resto i programmi che dovremmo svolgere sono tali che sarebbe pressocchè impossibile svolgerli con le ore a disposizione e con il tipo di allievi che abbiamo.) 

Siamo però  sommersi dalla carta. Dobbiamo certificare/spiegare/motivare ogni cosa. Intanto viene risicato il tempo per i nostri ragazzi che spesso vivono realtà difficili, sono soli e spauriti. E ogni anno la quantità di carta aumenta e il tempo per le cose reali diminuisce. Questo panorama desolante non deve però farvi pensare che la qualità dell'insegnamento sia scadente. Sulle risme di carta  e  le pile di dischetti del computer si elevano indomiti un manipolo di insegnanti che nonostante tutto continuano a fare bene il loro mestiere. Belle persone che non si risparmiano e che ho piacere di incontrare ogni giorno. Nella logica che ho io, di valutare soprattutto le cose positive, questo è un elemento non da poco.

Con tutto questo però, mantenere però un livello di passione ed entusiasmo tale da fare il mio lavoro in modo efficace non è facile. Anzi, personalmente al momento mi appare difficilissimo. Aggiungete che, non essendo più giovanissima, patisco più di prima quando un pischello di 15 anni mi manda a stendere. E vero che mi affeziono anche ai miei topini, ma se volete la cruda verità io sono proprio un po' stanca di combattere.  E' giunto quindi  il momento di rivolgere il mio A.A.

Appello Accorato.

Come potete immaginare non sono esente dalla necessità di pagare le bollette, fare la spesa e cosucce di questo genere. Se potessi far fronte a queste cose da un un casolare immerso nel verde circondata dagli animali che amo, dedicandomi alla scrittura e ai miei passatempi creativi, lo farei seduta stante, ma tant'è.
Premesso questo, mi rendo disponibile per un altro lavoro tenuto conto di quanto segue:
Punti forti:
- sono laureata in lingue, parlo bene l'inglese e potrei per esempio tradurre in italiano romanzi (non dico cose importanti, magari gialli o simil Harmony o fantasy che amo e di cui sono abbastanza esperta); in francese me la cavo e basta:
-amo gli animali e ci so fare con loro, mi piace vivere a contatto con la natura:
- mi piace il contatto con la gente e ciò che riguarda l'ospitalità, se qualcuno vuole disfarsi del suo bed and breakfast o agriturismo in cambio di una canzone (non so se conoscete questo modo di dire) o magari vuole solo affidarmelo in gestione, io sono qui;
-  sono una a cui piace imparare:
-  credo che saprei gestire la posta del cuore  di una rivista ammesso che esistano ancora cose del genere;
- so recitare.
- sono una tipa leale;
- sono abbastanza creativa;
- sorrido molto;
- mi affeziono alle persone
- credo nei miracoli;
- sono disposta a trasferirmi, purché ovviamente la cosa coinvolga il mio compagno che è uno di quei tipi che sa fare di tutto (premesso che lui ha già un discreto un lavoro, ma amerebbe come me fare il contadino);

Punti deboli:
- ho la patente ma non so guidare.
- non so e non amo fingere, adulare, intrallazzare;
- non so fare i conti (se non quelli più elementari e non bene):
- mi affeziono alle persone;
- non ho moltissima pazienza, se non forse con gli animali.

Al momento non mi viene in mente altro se non che quello che ho appena scritto è assolutamente folle e forse frutto dell'afa e della disperazione al pensiero dell'imminente inizio dei corsi (next week!)
Detto questo, vado a casa perché sono esausta. Qui fa un caldo bestiale e io devo ancora passare dal supermercato che stasera faccio l'insalata di riso. (non ho nemmeno la forza di vedere se ho fatto errori, anzi ci saranno sicuramente. Scusate, li correggo domani.)

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martedì, 11 aprile 2006

Pare che...

Pare che contrariamente alle mie perplessità lo spettacolo sia andato bene.
Pare che il pubblico, accorso (parola molto grossa) nonostante la pioggia battente, abbia gradito non poco.
Pare che né gli attori, né i tecnici luci e suono, abbiano sbagliato alcunché.
Pare persino che un personaggio autorevole presente in sala, la cui identità resta un mistero, abbia commentato che non si aspettava di trovare in un piccolo paese uno spettacolo così.
Pare inoltre che ancora una volta si sia rivelato fondato il detto secondo cui a una disastrosa prova generale fa seguito una buona prima.

A tutti coloro che hanno manifestato il  loro sostegno: grazie di cuore. 

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mercoledì, 15 marzo 2006

La mamma di Nina
(in cui la nostra eroina rivive malinconicamente i fasti passati e i trascorsi fallimenti)

Il mio primo ruolo in televisione non aveva un nome. Era piuttosto definito da una parentela, "la mamma di Nina" , appunto.
Naturalmente era già stato di per sè un miracolo essere ingaggiata, quindi figuratevi se mi mettevo a far questioni su una bazzeccola del genere. Tanto più che la parte, per quanto piccola era piuttosto intensa: una madre alla disperata ricerca della figlia di dieci anni allontanatasi con il padre (ed ex marito).  Il tutto in una fiction che sarebbe andata in prima serata: molto più di quanto osassi sperare.
In realtà il provino era andato piuttosto bene. Avevo avuto circa 20 minuti scarsi per imparare la parte, ma io rendo meglio sotto pressione e  davanti all'aiuto regista ero riuscita a  dare il meglio.  Era un giovane di nome Nicola. Un tipo davvero gentile, che spero stia facendo la carriera che merita.
Il giorno delle riprese ero talmente emozionata che temevo non mi sarebbe uscita la voce o che avrei dimenticato le battute. Cosa insolita, visto che in genere ho un ottima memoria.
Per un attore che ha fatto solo teatro l'impatto, non tanto con la telecamera, ma con il modo di lavorare per la telecamera, è piuttosto traumatizzante. Personalmente, la difficoltà maggiore che  incontrai fu mantenere la stessa intensità emotiva ripresa dopo ripresa. Continuavo a pensare alle battute, cosa che non avevo mai fatto prima. All'ultimo ciak, mentre io ero convinta di non aver fatto nulla di buono, i registi (un uomo e una donna davvero gentili e in gamba) erano molto soddisfatti. Questo fatto avvalorò la mia sensazione di non avere un'idea chiara della situazione, ma se erano contenti loro vuol dire che andava bene così.
Tutti mi facevano i complimenti e, benché io non riuscissi a capacitarmi del perché, mi godevo la mia piccola gloria.
Qualche giorno dopo tornai sul set per un'altra scena (sembra che voglia metterla giù dura, in realtà ne avevo due in tutto) e trovai anche il coraggio di esprimere tutta la mia ammirazione a Remo Girone che era tra i protagonisti. E' un uomo educato e cordiale, oltre che un ottimo attore. (Sullo stesso set c'era un giovane di belle speranze che invece faceva il sostenuto e adesso ha fatto pure carriera.)
Mentre mi trovavo al trucco mi diedero la ferale notizia. Era necessario ripetere la scena girata qualche giorno prima perché la pellicola si era danneggiata (come non chiedetemelo). Al momento la cosa sembrò più che altro una seccatura. Fissarono la ripetizione di quella e altre scene per il mese successivo.
Ora non so come dirlo, ma quando ci rivedemmo per girare tutto sembrò andare storto. A me sicuramente. La mia interpretazione sembrava non funzionare più. Anche qui non seppi capacitarmi del perché. Va detto che i registi furono davvero gentili. Come prima esperienza non poteva toccarmi gente migliore.
Andai a casa con le pive nel sacco.

Qualche mese dopo trasmisero la fiction in televisione e quando mi vidi scoppiai in lacrime. Credo onestamente che non avrei potuto fare di peggio. Allucinante! Quando riuscii a razionalizzare decisi che avevo bisogno di imparare ancora. Un corso breve e intensivo dove trovare delle dritte sicure su come recitare per la telecamera. Lo trovai  a New York e decisi che valeva la pena spenderci dei soldi. Mi iscrissi al corso  di film acting e partii. Ma questa è un'altra storia.

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lunedì, 13 marzo 2006

112220911Solo per oggi.

Oggi è una giornata gnucca*. Mi sfugge l'aneddoto arguto, non mi riesce l'ironia.
A pensarci bene non mi riesce un bel nulla.
In classe, dopo aver combattuto con i più riottosi e scarnificato le mie corde vocali, mi sono afflosciata sulla sedia. 
Adesso che il "dovere" è finito, sono qui a contemplare la mia blogcreatura senza ispirazione alcuna se non quella della mia malinconica gnuccaggine.
Al momento è l'unica cosa cui posso dar voce.
Abbiate pazienza.

*(dizionario di questo blog: noiosa, priva di stimoli o di qualsivoglia emozione).

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giovedì, 09 marzo 2006

A proposito di provini

Sono una che i provini li patisce. Se mi fanno recitare è ok, ma il più delle volte quello che devi fare è presentarti. Io proprio non ne sono capace. Mi verrebbe voglia di scavarmi una buca e sotterrarmi, invece metto su un sorriso scemo, cerco di darmi un tono e snocciolo le solite quattro cose. Va da sè che non faccio un'impressione memorabile.
Uno dei primi provini che ho fatto era per "Un posto al sole".  Ero talmente emozionata che parlai con un tono di voce bassissimo. La responsabile del casting mi chiese di alzare il volume, cosa che, unita al gentile sguardo di compatimento, mi mandò in palla completa.
Una volta, invece, si teneva a Milano il casting per un film cinese che avrebbe avuto per tema le fiabe o qualcosa di simile. Sembrava di essere alla stazione centrale. C'era un mucchio di gente, ma veniva smaltita in fretta. Via uno, sotto un altro. "Presentati in 30 secondi" ti dicevano. Io non li sfruttai nemmeno tutti.
Dopo di me fu il turno di un ragazzo che conoscevo, bravo, carino. Se la cavò bene, ma nemmeno lui sembrò aver fatto una grande impressione. Ci fermammo a guardare il provino di una ragazza che disse di essere lì per caso. Non faceva l'attrice, ma l'impiegata. Sembrarono molto colpiti e le fecero improvvisare delle cose. Ce ne andammo mesti. Del film cinese non sentii mai parlare comunque.
Escludendo quelli per la pubblicità, furono ben pochi i provini in in cui mi fu chiesto di recitare qualcosa. Uno di questi, un provino su parte, andò bene perché mi presero per un piccolo ruolo in una miniserie che sarebbe andata in prima serata. Un altro mi fruttò una micropartecipazione a "Vivere". Insomma, quando recito mi sento a mio agio, quando devo presentarmi mi sento un imbecille. (e forse sembro un imbecille, visto che non mi prendono).

Ai casting per la pubblicità invece ti chiedono quasi sempre di recitare. Micro parti che impari qualche minuto prima di entrare, niente di che, ma servono per fare esperienza. Io ne ho fatti un certo numero, poi ho detto basta. Era difficile per loro collocarmi in una categoria. All'epoca avevo i capelli corti, l'età per interpretare una mamma, ma nessuna delle caratteristiche della tipica mamma della pubblicità. Un ruolo da mamma fricchettona non mi è mai capitato. Magari per quello sarei andata bene. A volte mi opzionavano per parti di professoressa (!) acida, segretaria petulante o moglie rompiballe. Tutti ruoli da caratterista. Peccato che io non sia una caratterista.
Comunque io non  mi ci trovavo proprio a far la scema per la pubblicità. Intendiamoci, sul palcoscenico o davanti alla macchina da presa posso interpretare anche la pazza isterica, ma non per vendere un prodotto. Non è che voglio fare la preziosa, ma ho bisogno di una diversa motivazione. E' un mio limite. Lo so.

Nell'ultimo provino di pubblicità che ho fatto, quello che mi ha fatto decidere di smettere di provarci in quell'ambiente, mi chiesero di fingere di essere posseduta tipo Linda Blair nell'Esorcista. Bisognava prodursi in urli, smorfie e risate sataniche e poi improvvisamente recuperare per qualche seconda la compostezza e fare la telecronaca di una partita (sì, avete letto bene). Non so come riuscii ad arrivare in fondo, ma decisi che non faceva per me e di questo informai il mio agente. Dal momento che non ero mai stata per lui una gran fonte di guadagno lui non ne fece un dramma. Oggi, anche se da qualche parte risulto nelle sue liste, è probabile che non si ricordi di me. Del resto, avendo ripreso il mio vecchio lavoro, non mi era più possibile andare ai casting, quindi la responsabilità è mia.

Al corso che frequentai a New York ci raccomandavano di aver sempre pronti non meno di due monologhi, uno comico e uno drammatico. Ci dissero che a Los Angeles a volte ne chiedono di più. In Italia non ho mai avuto modo di recitarne nessuno. Né in inglese, né in italiano.

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mercoledì, 08 marzo 2006

Chi sono e cosa faccio. Un pezzo della  storia.

Pur consapevole del fatto che questo blog va ad aggiungersi all'affollata lista di "cose di cui non si sentiva la mancanza", sezione "blogs", sciorino un pezzo della mia vicenda all'attenzione di eventuali passanti oziosi e come sfogo personale.
Sono un'attrice.  Al momento lo prova solo la mia iscrizione all'Enpals, il book fotografico da cui ho tratto la foto pretenziosa che vedete e il piccolo spettacolo  in cui alcuni amici mi hanno coinvolta.
Vicende varie che vi risparmio hanno fatto si che mi decidessi a fare sul serio (come attrice)  ad un'età non più verde.
Ho preso una consistente aspettativa dal lavoro e ci ho provato per un paio d'anni. In quel paio d'anni ho collezionato ore di anticamera negli uffici dei casting directors per demenziali campagne pubblicitarie, provini fantozziani e due partecipazioni non esaltanti (dico come prestazione mia) a due serie televisive. Troppo tardi mi siono resa conto che, per chi ha in testa il cinema, a Milano non si conclude un'accidente se non con l'intervento di Sant'Ambrogio in persona.
Alla fine i soldi per andare a Roma non li avevo.
Aggiungete che in questo paese, lasciare un lavoro è un rischio grosso se hai passato i 35. Voglio dire che molto difficilmente ne trovi un'altro e se sei una che ha bollette da pagare, alla lunga può essere un problema.

Così sono tornata al mio lavoro: l'insegnamento.  che è un lavoro non indegno, anzi addirittura divertente se fatto in un certo modo. Io ce la metto tutta, devo dire, ma che ci volete fare? il Sogno è il Sogno e come diceva Langston Hughes:

"Hold fast to your dreams
for if dreams die
life is a broken-winged bird
that cannot fly"

Sono una prof di italiano (anche se sono laureata in lingue) in una scuola professionale, il che significa che non ho né lo stipendio, né l'orario di lavoro, né le vacanze di cui gode un'insegnante statale. Alunni difficili, tante ore di lezione, giorni di ferie 36, più o meno.
Ma questo è secondario. Potrebbe anche andare bene se non fosse per il Sogno, ancora lui, benedetto.
Comunque. Ho deciso che mi resta ancora l'irrazionale, l'azzardo, il Miracolo (quello di cui paralava Troisi nel film, ma più piccolo).
Posso ancora fare qualche follia. Questo blog, l'ultima in ordine di tempo, ha la quadruplice funzione di sfogo, divertimento, terapeutica autoironia, attesa del miracolo.

Sappiate che chi scrive ha già tentato il "metodo Stallone", cioè ha scritto un soggetto cinematografico ritagliato su misura per sé e lo ha spedito ad un regista. (Si trattava di Kenneth Branagh che, caso più unico che raro, mi ha pure risposto. Non era interessato, ma insomma ha risposto. Vabbè era la sua assistente personale, ma è stata davvero carina e ci siamo scritti più di una volta).

Chi scrive ha studiato alla New York Film Academy, mica bazzeccole. (vi racconterò)

Chi scrive sa recitare e improvvisare in inglese e con qualche impegno in più anche in francese. (Scusa se è poco)

Chi scrive non è purtroppo sufficientemente "gnocca" né giovane, ed è priva di faccia tosta, conoscenze o parentele significative, ma qualche buon giudizio lo ha avuto (un regista premiato al Sundance!)

Comunque. If Spielberg needs me...

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