Cambiamenti.
Non so quando e come sia cominciato.
Da un po’ di tempo in qua provo una singolare soddisfazione nel dedicarmi a compiti manuali semplici. Non parlo delle pulizia di casa, pavimenti-vetri-polvere, ché ancora trovo frustranti per quel loro richiedere tempo-fatica-sudore, salvo essere poi vanificate in un amen. Parlo di cose come affettare un pomodoro, passare il panno umido sul lavello, bagnare le piante.
Il cucchiaio di legno che lentamente traccia un solco morbido nel sugo, sgombera nel contempo la folla dei pensieri. Li mette in fila ordinati o, meglio ancora, li rimanda dove sono venuti, nell’Archivio delle Preoccupazioni Inutili.
Taglio il radicchio a striscioline e l’anima lievemente si gonfia di un sospiro di sollievo, ché tutto sembra, per virtù di quel gesto, quieto nel suo ordine naturale.
Pulire le lettiere dei gatti diventa la cosa migliore da fare la mattina prima di andare al lavoro (i miei felini, grati, le visitano subito dopo), verso un luogo dove mi si chiede di essere brava, intelligente, simpatica, comprensiva, tollerante e un po’ (anzi parecchio) psicologa.
Non pretendono tanto le piantine di erbe aromatiche. Ecco perché ci parlo. Non veri discorsi. Due parole appena. Complimenti per come sono belle, più che altro.
L’altro ieri abbiamo messo a dimora le dieci piante di mirtilli che da qualche settimana attendevano sul nostro balcone. Arrivate piccine, sono diventate rigogliose in quell’attesa. Le abbiamo piantate nel nostro bosco. Come faccio a spiegarvi che un po’ lo sento il vuoto che hanno lasciato qui a casa. Erano diventate parte di un’abitudine. Bagnarle, controllare le foglioline nuove. Spero stiano bene.
Non so quando e dove sia cominciata questa nuova me, ma la custodisco con attenzione.
So che è venuta fuori dalle traversie passate, dalle ansie, dai dolori anche fisici. Da tutte quelle cose che lentamente, faticosamente, pazientemente, mi hanno condotta alle cose davvero importanti. A ridurre il più possibile recriminazioni e menate e a creare dentro e intorno a me serenità. Non che ci riesca sempre, ma insomma, ci provo. Accogliere il mio compagno in questa atmosfera concretamente serena, gli accende subito un sorriso.
E’ bello. Semplice, anche. Più di quanto pensassi.
Non ci avrei creduto solo qualche anno fa. Forse allora mi avrebbe irritato leggere cose come quelle che sto scrivendo ora. Chissà. (E se sarà così per qualcuno di passaggio qui, abbia pazienza, mi sopporti, se crede.)
E non è un rinchiudersi, no. Al contrario la bellezza e la sofferenza del mondo si fanno ancora più presenti. Con la differenza che l’esigenza di un’azione concreta, se pure piccola si fa più forte.
Ho anche più facilità al pianto. Un po’ sarà colpa degli ormoni impazziti, non dico di no. Molto è però uno struggimento dolce che mi prende davanti a un qualche tipo di incanto. Un po’ di umido negli occhi, non crediate, che però diventa pianto davanti alle immagini televisive di piccoli spaccapietre in una contrada lontana del Guatemala. Davanti a qualsiasi tipo di dolore che mi vede impotente.
Sgomento e meraviglia, gratitudine e lamento, prendono tutte la forma di una preghiera. Di una parola o di tante. Una preghiera che è essenzialmente abbandono confidente. “ Pensaci tu, Padre.Tu vedi più lontano di me”.
A volte è solo un Segno di Croce, la sinistra sul cuore.