martedì, 27 febbraio 2007

Altre canzoni

 

Il primo nome del complesso avevano dovuto sceglierlo in fretta e furia, appena prima della festa in cui li avevano chiamati a suonare. Del resto si erano messi insieme da qualche settimana sì e no. Comunque s’imponeva un nome e “The red foxes” era il primo che gli era venuto in mente. Poco convincente al punto che neanche l’avevano scritto sulla batteria. Comunque, per il momento andava.

All’oratorio avevano destinato il grosso capannone in fondo al cortile a quella festa pomeridiana con musica e balli. La prima della mia vita. La prima in cui avrei ballato un lento. Non so se mi spiego.

Franco, Piero, Ruggero e Flavio erano due coppie di fratelli e, rispettivamente, chitarra solista, chitarra ritmica, batteria e basso. Come “valore aggiunto”, Franco era il mio ragazzo e Ruggero il mio migliore amico. Franco e Ruggero  avevano 15 anni, Piero 13, Flavio 17, io 14.

Non avevano previsto una cantante, ma per un esagerato senso di maschile identità, a cantare “Venus” con il ritornello “I’m your Venus, I’m your fire, at your desire”, avevano voluto me che con le note ci andavo abbastanza d’accordo. Poi mi avevano cucito addosso anche “Insieme” di Mina, abbassandola leggermente e qualche canzone di Battisti con in testa “Fiori rosa, fiori di pesco”. Loro avevano messo su un repertorio vario, ma principalmente  si erano buttati su “Senza orario, senza bandiera” dei New Trolls, tutti i pezzi, nessuno escluso che sarebbero rimasti il loro cavallo di battaglia per tutta la loro cosiddetta vita artistica.

Quel pomeriggio affrontai il mio primo pubblico aiutata da Flavio che mi dava gli attacchi, non perché non sapessi quando doveva entrare la voce, ma perché di me non mi fidavo e allora, meglio un occhiata rassicurante al bassista. Era ancora lontano il Karaoke e le parole che diventano blu quando devi cominciare. (Per fortuna, perché così ho imparato a sentire la musica), Andò bene, un po’ perchè si sbagliò poco, un po’ perché il pubblico era di bocca buona. Dopo aver cantato ballai quel famoso primo lento con annessa avance che respinsi educatamente, non senza sentirmi lusingata perché lui era uno grande (17 anni!).

I miei amici sentirono che stava cominciando una carriera, insomma qualcosa del genere. Per prima cosa cambiarono il nome e scelsero Hyksos, una tribù bellicosa dell’antico Egitto, nonostante fossero tutto tranne che dei tipi bellicosi. Poi stabilirono il quartier generale a casa di Ruggero e Flavio che era sempre vuota il pomeriggio perché la loro mamma lavorava fino a tardi.

Avreste dovuto vederla quella casa. Praticamente un porto di mare dove approdava un sacco di gente a tutte le ore per sentirli suonare. E loro a provare puntigliosamente finché un dato pezzo non era perfetto e poi a improvvisare in un impeto di pura gioia  e musica.

Io mi scapicollavo lì appena finito di studiare con la minigonna nera, gli stivali allacciati davanti,una mogliettina rossa con sotto niente e su tutto questo il maxi cappotto sbottonato, perché sennò come si vedevano le gambe? Mi accomodavo sui divani insieme ai visitatori del momento sperando che Franco trovasse il tempo per andare a baciarci un po’ nell’altra stanza. Valli a capire i ragazzi a quell’età, lui si sentiva in imbarazzo davanti agli amici, temeva di trascurarli appartandosi con me, quindi  mi faceva sospirare non poco. Al contrario, Ruggero il proverbiale migliore amico innamorato, avrebbe dato qualsiasi cosa per stare con me anche davanti al mondo intero. Ma io, ahimé,  per quanto trascorressi in sua compagnia la maggior parte del mio tempo, non ero innamorata di lui…Una vecchia storia direte voi, ma tant’è.

Erano tempi straordinari. Si suonava e cantava dovunque capitasse, per esempio in treno, quando andavamo a trovare gli amici conosciuti ai campi- scuola.

Questi famosi  campi- scuola si tenevano per lo più in una casa della diocesi a Campioli, in montagna. Una settimana di divertimento assoluto e belle esperienze di riflessione e vita insieme. Una settimana di canti. Sia che fossero quelli della messa preparata insieme, col Padre Nostro cantato tenendoci per mano, magari seduti sul prato, sia che fossero le canzoni della sera davanti a un falò o attorno a un tavolo.
In vacanza o a casa, c’era sempre una buona scusa per cantare. Guccini, Battisti, New Trolls, De André. Non è possibile citarli tutti. Chi è della mia generazione sa.

Quando poi gli Hyksos andavano in giro a suonare li seguiva una piccola folla di amici che saliva sul palco a fare un pittoresco coro quando intonavano Jesahel (Aiutatemi, si scriveva così?). Poi il pezzo forte, “Samba pa ti” dei Santana e tutti gli occhi, ma soprattutto i miei,  erano per Franco e le sue dita lunghe e forti che stringevano la chitarra solista. Ci riscuotevamo alla fine con “Oye como va” e sentivamo, chissà perché di essere in qualche modo speciali.

Ma non eravamo i soli. Nella nostra piccola città di 20.000 abitanti scarsi, di gente che suonava ce n’era un sacco. “I punti interrogativi” e “I campi di fragole” composti da ragazzi di 5/6 anni più grandi di noi, a cui guardavamo con malcelata ammirazione, “I Bebé” nostri coetanei, poi i cantanti solisti che si esibivano nelle feste di paese e ai concorsi canori locali, più una miriade di strimpellatori della domenica, più o meno dotati.

C’era musica in  giro. Magari incerta e casereccia, ma c’era ed era un pretesto in più per stare insieme e stringere amicizie di un giorno o di una vita.

Lo so che ognuno ha cari i suoi bei ricordi. I miei di quel periodo sono davvero straordinari  e non solo perché la pelle era più soda, il passo più elastico e gli ammiratori più numerosi. Credevamo, pensate un po’ di salvare il mondo, perché avevamo degli ideali e raccoglievamo carta in un campo di lavoro a beneficio di qualche causa. Ingenui forse, ma era una sensazione che ci faceva stare bene e che ci ha permesso di crescere un po’ meno fragili.

Oggi io guardo i miei ragazzi e li amo, ma non li invidio. Non vorrei avere 15 anni adesso. Nonostante il bombardamento mediatico, più cd, ipod, MP3, mi sembra ci sia meno musica in giro. Forse è solo una mia impressione. Qui in città complessi di adolescenti, che io sappia, non ce n’è. Ci sono dei miei coetanei che hanno  ripreso gli strumenti e suonano per divertimento. Poi ci sono quelli che ne hanno fatto una professione o quasi, ma sono un’altra cosa.

Io non sono certo una che si sfinisce a riascoltare le vecchie canzoni. Quelle vanno bene per le rimpatriate, ma di solito ascolto la musica che viene prodotta oggi. Un po’ di tutto, tranne quella da discoteca. La house, in particolare, non fa per me. Mi viene l’ansia al pensiero di spararmela a tutto volume nelle orecchie come fanno i miei ragazzi. Non mi fa neanche venir voglia di ballare, e io sono una che fa fatica a stare ferma se solo c’è una musica appena appena.

A voler trovare una definizione nuova e se mi passate il termine, quella della mia adolescenza era più una home music. Qualcosa che faceva venir voglia di stare insieme non per far numero e casino, ma per incontrarci in un luogo che potessimo considerare casa, home, appunto, con il significato che chiunque abbia fatto due lezioni di inglese conosce e che è sottilmente diverso da house.

Certo ognuno di noi finisce per considerare il proprio tempo migliore come…il migliore in assoluto e forse io pecco di obbiettività nel guardare indietro, ma quando ripenso a quella casa caotica in cui provavamo, alle canzoni, ai viaggi, alle nostre mani intrecciate davanti a un falò, sorrido da sola e canto.

 

 

Franco ora, moglie e due figli, è uno stimato ingegnere elettronico, Piero, sposato anche lui, è un medico, Ruggero vive in Brasile, è marito e padre felice e gestisce una pousada, Flavio ha famiglia anche lui e credo suoni ancora.
Non li vedo da tanto, ma il mio affetto per loro è immutato
.

A noi, come eravamo allora e come siamo adesso dedico questo post.

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giovedì, 22 febbraio 2007

Canzoni

 

In famiglia ci piaceva cantare.

Non pensate a degli emuli dei von Trapp*, anche se a ben vedere il numero c’era (6 figli + 2 genitori).  Cantavamo quando ci pareva e basta, insieme o da soli.

La mamma e il papà avevano una bella voce, e quando dico “bella”, intendo piacevole, gioiosa, piena. Niente virtuosismi o simili.

Il canto era stato uno degli stratagemmi del papà per conquistare la mamma. Pur non avendo una voce lirica, l’aveva intrattenuta cantando le arie più famose,  soprattutto “Che gelida manina”. Quando le capitava di ascoltarla, dopo la morte di papà, le veniva sempre il magone, allora la cantavamo insieme interpretando  tutte e due le parti.

Il magone non è una cosa così brutta. Anzi a volte fa bene perché uno si fa un piantino, quindi si soffia il naso e poi sta meglio. Se poi nel frattempo ha anche cantato, meglio ancora.

Comunque noi figli l’abbiamo ereditata questa bella voce. Non grande potenza vocale, ma senso del ritmo, gusto dell’interpretazione, e allegria a sufficienza. Forse solo la voce di Achille, il terzo dei fratelli, all’inizio tentennava un po’ nell’intonazione e nel seguire il filo delle note. Uno svantaggio per un prete che si doveva districare tra messe e campi scout, ma lui decise di dar retta a un tale che gli spiegò che il segreto per perdere quelle incertezze era insistere a cantare ugualmente. Lo fece e ora la sua voce è delicata, ma salda e piena di una gioia particolare.

Si cantava soprattutto in auto, nei lunghi tragitti delle vacanze che ci portavano in Abruzzo, terra natale di  mio padre, ma anche negli spostamenti più brevi. Forse era il viaggio stesso che ci faceva dar fiato alle trombe. Il puro entusiasmo di essere in movimento e il fatto di essere insieme. 

Il repertorio comprendeva le classiche canzoni di montagna, dal sempre verde “Quel mazzolin dei fiori” passando per il lugubre “Testamento del capitano”, fino all’apparentemente spensierata “Quando saremo fora della Valsugana”.

Cantavamo “Fra Martino” a canone (spero si dica così), ma alla fine qualcosa andava sempre storto e scoppiavamo a ridere.

Poi c’erano le canzoni di carattere religioso, la cui apoteosi era rappresentata da “When the saints go marching in”, quelle da fuoco di bivacco, quelle mimate (“la macchina del capo ha un buco nella gomma”), quelle dialettali allegre. Il gran finale era di solito :”la bella la va al fosso”con il ritornello/tormentone “ravanei, rimulazz barbabietoli e spinazz tre palanche al mazz”  cantato a squarciagola.

Quando eravamo a casa degli zii in Abruzzo, si organizzava in grande. Mio cugino Guido suonava il bassotuba, l’ultimo dei miei fratelli l’armonica a bocca, l’amico Sandro il piano e vai con lo spettacolo. Il pezzo forte erano gli stornelli improvvisati. “ Io canto gli stornelli e ne so tanti…”

Credo proprio che nessun karaoke avrebbe potuto darmi ricordi tanto belli.

La voce che ricordo meglio è quella di mia madre.

Non so come spiegarvi, ma è come se fosse incisa indelebilmente nella mia testa, benedetta. La sua risata e la sua voce.  La sento distintamente unirsi a me nel canto in chiesa. Sento l’allegria di quando d’estate, entrava nella nostra stanza di ragazze e alzando le tapparelle intonava “svegliatevi bambine!”. Allora mi rifugiavo sotto le coperte per continuare a dormire, oggi cosa darei per essere di nuovo svegliata così.la mia mamma

Negli ultimi anni prima che la sua mente si offuscasse e  perdesse ogni ricordo di noi, la sorprendevo spesso a cantare insieme al mio compagno canzoni che lui conosceva a malapena, ma che cantava con la stessa gioia, “Non ho l’età”, “Come pioveva”, “Il ragazzo della via Gluck”. Cantavano e ridevano e a volte io ero troppo stanca e nervosa per unirmi a loro. Che follia. Ora vorrei ci fosse una seconda occasione per sedermi accanto a loro e cantare, ma non c’è.

Non c’è. E perdonami mamma, se puoi, perché io ancora non ci riesco. Di questa e altre cose.

Nei suoi ultimi 3 anni di vita, io sparii dalla sua memoria come quasi tutto il resto.
”Chi è lei?” mi chiedeva quando andavo a trovarla, da mio fratello.

“Sono tua figlia, Anna”
”Che bella cosa!” esclamava lei.

Così.

Verso la fine le sue comunicazioni si limitavano a poche frasi  sempre uguali, tra queste una ancora ci accompagna tutti:

“Siamo tutti felici e contenti. Sereni e tranquilli.”

La storia del suo atteggiamento verso la vita in una frase. Per noi un'eredità.

La morte me l’ha restituita com’era quando la sua mente era intatta.

La sento vicina come non so dire.

Le parlo un po’ ogni giorno, cose banali, niente di che, mentre cucino o carico la lavatrice.

Sento la sua risata a volte. Ma in genere canta. Ragazzi, se canta.

 

* Per i pochissimi che non lo sapessero la famiglia von Trapp è la protagonista del film “The sound of music”, vale a dire “Tutti insieme appassionatamente”. La loro storia, che va ben oltre la trama del film, è anche narrata in un libro.

 

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martedì, 20 febbraio 2007

Giochino.

"Nominata" da Listen volentieri rispondo al questionario.

SONO:
Una donna con una fervida immaginazione
TENDENZIALMENTE SEMBRO:
Più sicura e spavalda di quanto non sia in realtà.
FREQUENTO:
Le persone che mi fanno sentire bene.
EVITO:
Le persone volgari dentro. I violenti. I pettegoli. Gli indifferenti verso la vita.
AMO:
Il mio compagno, tanto per cominciare.
La capacità di mettersi nei panni degli altri, il coraggio, la generosità, il rispetto della parola data, la lealtà, la capacità di perdonare e chiedere scusa, un senso sano dell’onore e della dignità. La natura, gli animali in particolare. Ridere, ballare, cantare.
 
ODIO:
L’arroganza, la violenza, qualsiasi forma di sopraffazione, la mancanza di rispetto e sensibilità, l’ipocrisia, l’invadenza  i pregiudizi. Il cinismo ad oltranza. La caccia.
ADORO:
Recitare. Viaggiare
DETESTO:
Le polemiche sterili. Le unghie lunghe, maschili e femminili. Il fegato e le frattaglie in generale. 
 
RICORDO:
Il più possibile di tutte le cose belle, ma soprattutto i miei genitori.
RIMUOVO:
I pensieri negativi. Le cose che peggiorano la qualità della mia vita.
 
RESTO INDIFFERENTE:
In generale allo sport. Alla moda come status symbol.
  
MI COLPISCE:
Il coraggio, la capacità di perdonare e scusarsi, l’onestà, la creatività, la forza d’animo nelle avversità. La capacità di vivere bene con poco. Le scelte di vita coraggiose. La capacità di donarsi per gli altri.
 
MI INNERVOSISCE:
L’ignoranza ottusa, la superficialità, il pettegolezzo. I rumori, la musica alta, gli spazi ristretti. L’ostentazione della ricchezza.
 MI RILASSA:
leggere, pasticciare con i colori, un bel film.
CHIEDO:
Lealtà

OFFRO:
Lealtà
SE MI DANNO 10:
Sono contenta. Il giudizio degli altri conta ancora troppo per me.
 
SE DO 10:
E’ un 10 autentico.
IMPAZZISCO:
per il gelato alla crema di una gelateria qui vicino.
 
MI DEPRIMO:
Per l’ignoranza esibita con orgoglio. Per l’indifferenza verso i mali del mondo e verso gli altri in generale.
 
MI VESTO:
In modo da essere comoda, a mio agio e nello stesso tempo carina.
MI SPOGLIO:
Quando l’occasione lo richiede.
MI ELETTRIZZA:
Il silenzio prima di cominciare lo spettacolo, recitare, il pubblico, gli applausi
MI DEMORALIZZA:
L' apatia, la mancanza di curiosità. L’indifferenza.
MI PIACEREBBE:
Essere libera dal “bisogno” di lavorare…per potere finalmente fare il lavoro che mi piace.

Come da regola del gioco, devo a mia volta nominare 3 amici:
Dodo, Yzma, Farsergio.

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domenica, 18 febbraio 2007

L’essere umano impara dai propri errori?

 

Se la risposta è sì, perché io continuo ostinatamente a:

 

-         rifiutarmi di destinare in ogni stanza  un luogo ove riporre gli occhiali, cosi che mi ritrovo ogni santo giorno a trascorrere il  50% del tempo a cercarli affannosamente?

-         cambiare di posto alle cose perché così sono sicura che le trovo, salvo poi dimenticarmene subito dopo, tanto che sarebbe stato molto meglio lasciarle dov’erano?

-         cercare di fare le cose con una mano sola (in totale spregio del fatto di averne avute in dotazione due) tentativo che 9 volte su 10 provoca un danno (spargimento di sostanze sul pavimento, rottura di vasellame, ecc)?

-         prendere tremende zuccate contro la tapparella abbassata a metà, perché tanto devo solo uscire sul balcone un attimo e poi quando rientro la vedo non sono mica scema?

-         ammassare disordinatamente i miei fogli nella borsa da lavoro, al punto che non mi riesce di trovare niente quando serve, cosa questa di pessimo esempio per i miei allievi?

 

Perché? Santi numi, perché?

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categoria:sfoghi
domenica, 18 febbraio 2007

VII Domenica del Tempo Ordinario

Luca 6, 27-38


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«A voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici,
fate del bene a coloro che vi odiano,
benedite coloro che vi maledicono,
pregate per coloro che vi maltrattano.

A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l'altra;
a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica.
Dá  a chiunque ti chiede;
e a chi prende del tuo, non richiederlo.
Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.
 
Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete?
Anche i peccatori fanno lo stesso.
E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene,
che merito ne avrete?
Anche i peccatori fanno lo stesso.
E se prestate a coloro da cui sperate ricevere,
che merito ne avrete?
Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto.

Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell'Altissimo; perché egli è benevolo verso gl'ingrati e i malvagi.

Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro.

Non giudicate e non sarete giudicati;
non condannate e non sarete condannati;
perdonate e vi sarà perdonato;
date e vi sarà dato;
una buona misura, pigiata, scossa e traboccante
vi sarà versata nel grembo,
perché con la misura con cui misurate,
sarà misurato a voi in cambio».

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categoria:la parola
mercoledì, 14 febbraio 2007

Stanotte ho sognato

due miei amici che mi dicevano che la piccola forma di ricotta che avevano depositato in banca un anno prima, lungi dal produrre un allevamento di vermi, aveva invece decuplicato il suo volume. 
Mentre osservavamo ammirati  il ricottone che campeggiava su un piatto, un solerte funzionario bancario provvedeva ad informare telefonicamente i miei amici che il valore del latticino aveva raggiunto i 188 milioni di euro. In quella io mi accorgevo che nel ricottone  si era prodotta una piccola frana (una frana da 500 mila euro per intenderci), cosa che nuoceva assai al suo glorioso aspetto. Così, mentre i miei amici erano distratti decidevo di rifilarlo un pochino col coltello. Malauguratamente, nel farlo finivo per tagliarne via una fetta esagerata (5, forse 10 milioni di euro più o meno). Facevo quindi sparire goffamente il maltolto  ficcandomelo in bocca tipo Charlot con le ciambelle. Mi svegliavo prima di incappare nell'ira degli amici.

Sarà stato il paracetamolo assunto prima di addormentarmi?
La spruzzata di antibiotico  in gola?
O i capperi nel sugo di pomodoro?
 

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martedì, 13 febbraio 2007

Sondaggio senza capo né coda

1. Di ritorno a casa stanchi e un filino depressi,  su quale cibo vi buttate per sentirvi meglio?
Pane tostato e burro. (Il burro esiste solo a tale scopo, oltre che per la colazione della domenica, visto che non lo uso mai per cucinare).
La seconda opzione è un pezzetto di parmigiano. Era quello che ci proponeva sempre mia madre come cura di lievi malesseri del corpo e dell'anima (traduco dal dialetto: "mangia un pezzo di formaggio buono che ti tira su il cuore")

2. Qual è la frase che in assoluto vi fa sentire meglio?
"Stai tranquilla" . Detto con la dovuta convinzione, s'intende, e non per archiviare frettolosamente una questione.

3. Quale di queste frasi vi irrita di più? (potete aggiungere la vostra personale se non compare in questo elenco)
- Stai bene solo tu.
- Non capisci niente.
- Te l'avevo detto, io.
Per quanto mi riguarda vince la prima con largo vantaggio.

4. Qual è il regalo più raccapricciante che vi sia stato mai fatto? cosa ne avete fatto?
Un portagioielli in forma di micro armadio stile impero con ante e cassettini.
L'ho nascosto.

5. Il regalo più bello, invece?
Sarà banale, ma è una rosa rossa regalatami da quello che sarebbe poco dopo diventato il mio attuale compagno.

6. Nominate una paura che avete e vi secca ammettere.
Ho paura di viaggiare da sola. Lo faccio ugualmente se serve, ma non mi piace. Devo però portarmi dietro più soldi possibile (per ogni evenienza).

7. Nominate almeno un film che avete visto più di due volte e che un po' vi secca ammettere.
In realtà non mi secca affatto. Ne cito tre: Tutti insieme appassionatamente. La vita è meravigliosa. Il gladiatore. (per alcuni questo forse getterà su di me una luce sinistra...pazienza.)russell_crowe

8. Nominate il "luogo letterario" in cui vi piacerebbe vivere.
La Terra di Mezzo, quasi ovunque escluso Mordor.

9. Scegliete un potere magico (aggiungetene se volete)
- invisibilità
- il potere di capire e parlare il linguaggio degli animali
- il potere di trasformarvi in un animale a scelta
- volare
- parlare tutte le lingue del mondo
- trasformare tutto in oro
Io dico: comunicare con gli animali! (ma è dura sceglierne uno solo)

10. Andiamo sul frivolo. Se non fosse ridicolo e infantile (e non facesse pure arrabbiare il vostro partner), il poster di quale celebrità sarebbe appeso davanti al vostro letto?
Ora e sempre Russell Crowe. 

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martedì, 06 febbraio 2007

Giusto stamattina

 

In coda all’ufficio accettazione del reparto di radiologia del nostro ospedale, mi cade l’occhio su una bacheca all’interno dello stesso dove, di fianco all’immagine benedicente di Padre Pio, campeggia il sorriso smagliante di Richard Gere.

Sulla parete dell’ufficio successivo, che intravedo attraverso una porta aperta, ammicca fascinoso Gorge Clooney, a propiziare la giornata grigia di qualcuno. Un’impiegata scontrosa smista le persone in coda dando il minimo delle spiegazioni.

Magari ci fosse in giro il dottor Kovač.

Goran Visnjc/Dr. Kovac

(Dr. Luka Kovač - E.R. alias Goran Visnjič, attore) 

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venerdì, 02 febbraio 2007

Ancora sui "Poeti per Caso"

Tanto per cominciare ringrazio di cuore tutti voi avete accolto l'invito a visitare il sito dei miei ragazzi e a commentare.
Tengo a precisare che  i miei ragazzi potranno accedere al sito solo una volta alla settimana mediamente, quindi le loro risposte arriveranno un po' con il contagocce.
Dal momento che si tratta di un blog didattico, con tanto di nome della scuola, onde evitare la comunicazione della password ai proverbiali cani e porci , con il rischio degli incidenti spiacevoli che potete immaginare, i ragazzi potranno inserire i loro lavori solo in mia compagnia e dopo che io li avrò fatti accedere al blog. Questo complica un po' le cose e allunga i tempi, ma era la soluzione più sicura, non potendo io vigilare sui contenuti immessi 24 ore su 24. 
Sempre a causa dei tempi ristretti, i ragazzi risponderanno ai commenti prevalentemente su "poetipercaso".   

Vorrei che aveste visto la faccia dell'autore della prima poesia, davanti ai 17 commenti che c'erano stamattina sotto al suo componimento. Christian, che esiste davvero e ha davvero 15 anni quasi 16, non è il tipo che si scopre troppo, ma il suo linguaggio non verbale è per me un libro aperto. Con un sorriso da un orecchio all'altro mi ha sussurrato solo questo: Fa effetto, prof, vedere la mia poesia su internet.
Ultimamente il giovanotto era un po' a corto di motivazioni per la scrittura e aveva ripreso ad esercitarsi nel suo sport preferito: provocare i prof.  Oggi è stato un angioletto e se ne è andato a casa con tutti i commenti stampati sotto il  braccio. C'è da credere che ricomincerà a scrivere.

Grazie a tutti ancora.

postato da: Ihadadream alle ore 14:22 | Permalink | commenti (16)
categoria:scuola
giovedì, 01 febbraio 2007

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Dopo tanto rimandare, è nato il blog dedicato ai testi creati dai miei ragazzi e ragazze. E' un blog "nudo e crudo" che vuole semplicemente contenere  i loro lavori migliori senza lunghe introduzioni. Solo le parole necessaria a spiegare, ove è necessario, da quali stimoli hanno preso vita.
Al momento c'è solo una poesia, ma si arricchirà.
Grazie infinite a chi sarà così gentile da visitarlo e magari lasciare un commento. I ragazzi ve ne saranno grati. Hanno bisogno di essere visti, se capite cosa intendo.
Il laboratorio di scrittura creativa sulla poesia è stata una sfida vera e propria, soprattutto considerato che l'istituto in cui insegno è quello che una volta si definiva "scuola professionale". Alcuni dei miei ragazzi vengono da famiglie culturalmente deprivate o sono stranieri,  sotto questa luce le loro poesie risultano ancora più sorprendenti. Almeno così penso io.
Vi sarò  grata se vorrete segnalare l'indirizzo anche ai vostri figli o conoscenti adolescenti. Hanno bisogno dello scambio di pareri ed esperienze con i loro pari. Ecco qui:

 http://poetipercaso.splinder.com

Grazie a chiunque troverà il tempo di farci un salto.

postato da: Ihadadream alle ore 07:51 | Permalink | commenti (10)
categoria:segnalazioni