Altre canzoni
Il primo nome del complesso avevano dovuto sceglierlo in fretta e furia, appena prima della festa in cui li avevano chiamati a suonare. Del resto si erano messi insieme da qualche settimana sì e no. Comunque s’imponeva un nome e “The red foxes” era il primo che gli era venuto in mente. Poco convincente al punto che neanche l’avevano scritto sulla batteria. Comunque, per il momento andava.
All’oratorio avevano destinato il grosso capannone in fondo al cortile a quella festa pomeridiana con musica e balli. La prima della mia vita. La prima in cui avrei ballato un lento. Non so se mi spiego.
Franco, Piero, Ruggero e Flavio erano due coppie di fratelli e, rispettivamente, chitarra solista, chitarra ritmica, batteria e basso. Come “valore aggiunto”, Franco era il mio ragazzo e Ruggero il mio migliore amico. Franco e Ruggero avevano 15 anni, Piero 13, Flavio 17, io 14.
Non avevano previsto una cantante, ma per un esagerato senso di maschile identità, a cantare “Venus” con il ritornello “I’m your Venus, I’m your fire, at your desire”, avevano voluto me che con le note ci andavo abbastanza d’accordo. Poi mi avevano cucito addosso anche “Insieme” di Mina, abbassandola leggermente e qualche canzone di Battisti con in testa “Fiori rosa, fiori di pesco”. Loro avevano messo su un repertorio vario, ma principalmente si erano buttati su “Senza orario, senza bandiera” dei New Trolls, tutti i pezzi, nessuno escluso che sarebbero rimasti il loro cavallo di battaglia per tutta la loro cosiddetta vita artistica.
Quel pomeriggio affrontai il mio primo pubblico aiutata da Flavio che mi dava gli attacchi, non perché non sapessi quando doveva entrare la voce, ma perché di me non mi fidavo e allora, meglio un occhiata rassicurante al bassista. Era ancora lontano il Karaoke e le parole che diventano blu quando devi cominciare. (Per fortuna, perché così ho imparato a sentire la musica), Andò bene, un po’ perchè si sbagliò poco, un po’ perché il pubblico era di bocca buona. Dopo aver cantato ballai quel famoso primo lento con annessa avance che respinsi educatamente, non senza sentirmi lusingata perché lui era uno grande (17 anni!).
I miei amici sentirono che stava cominciando una carriera, insomma qualcosa del genere. Per prima cosa cambiarono il nome e scelsero Hyksos, una tribù bellicosa dell’antico Egitto, nonostante fossero tutto tranne che dei tipi bellicosi. Poi stabilirono il quartier generale a casa di Ruggero e Flavio che era sempre vuota il pomeriggio perché la loro mamma lavorava fino a tardi.
Avreste dovuto vederla quella casa. Praticamente un porto di mare dove approdava un sacco di gente a tutte le ore per sentirli suonare. E loro a provare puntigliosamente finché un dato pezzo non era perfetto e poi a improvvisare in un impeto di pura gioia e musica.
Io mi scapicollavo lì appena finito di studiare con la minigonna nera, gli stivali allacciati davanti,una mogliettina rossa con sotto niente e su tutto questo il maxi cappotto sbottonato, perché sennò come si vedevano le gambe? Mi accomodavo sui divani insieme ai visitatori del momento sperando che Franco trovasse il tempo per andare a baciarci un po’ nell’altra stanza. Valli a capire i ragazzi a quell’età, lui si sentiva in imbarazzo davanti agli amici, temeva di trascurarli appartandosi con me, quindi mi faceva sospirare non poco. Al contrario, Ruggero il proverbiale migliore amico innamorato, avrebbe dato qualsiasi cosa per stare con me anche davanti al mondo intero. Ma io, ahimé, per quanto trascorressi in sua compagnia la maggior parte del mio tempo, non ero innamorata di lui…Una vecchia storia direte voi, ma tant’è.
Erano tempi straordinari. Si suonava e cantava dovunque capitasse, per esempio in treno, quando andavamo a trovare gli amici conosciuti ai campi- scuola.
Questi famosi campi- scuola si tenevano per lo più in una casa della diocesi a Campioli, in montagna. Una settimana di divertimento assoluto e belle esperienze di riflessione e vita insieme. Una settimana di canti. Sia che fossero quelli della messa preparata insieme, col Padre Nostro cantato tenendoci per mano, magari seduti sul prato, sia che fossero le canzoni della sera davanti a un falò o attorno a un tavolo.
In vacanza o a casa, c’era sempre una buona scusa per cantare. Guccini, Battisti, New Trolls, De André. Non è possibile citarli tutti. Chi è della mia generazione sa.
Quando poi gli Hyksos andavano in giro a suonare li seguiva una piccola folla di amici che saliva sul palco a fare un pittoresco coro quando intonavano Jesahel (Aiutatemi, si scriveva così?). Poi il pezzo forte, “Samba pa ti” dei Santana e tutti gli occhi, ma soprattutto i miei, erano per Franco e le sue dita lunghe e forti che stringevano la chitarra solista. Ci riscuotevamo alla fine con “Oye como va” e sentivamo, chissà perché di essere in qualche modo speciali.
Ma non eravamo i soli. Nella nostra piccola città di 20.000 abitanti scarsi, di gente che suonava ce n’era un sacco. “I punti interrogativi” e “I campi di fragole” composti da ragazzi di 5/6 anni più grandi di noi, a cui guardavamo con malcelata ammirazione, “I Bebé” nostri coetanei, poi i cantanti solisti che si esibivano nelle feste di paese e ai concorsi canori locali, più una miriade di strimpellatori della domenica, più o meno dotati.
C’era musica in giro. Magari incerta e casereccia, ma c’era ed era un pretesto in più per stare insieme e stringere amicizie di un giorno o di una vita.
Lo so che ognuno ha cari i suoi bei ricordi. I miei di quel periodo sono davvero straordinari e non solo perché la pelle era più soda, il passo più elastico e gli ammiratori più numerosi. Credevamo, pensate un po’ di salvare il mondo, perché avevamo degli ideali e raccoglievamo carta in un campo di lavoro a beneficio di qualche causa. Ingenui forse, ma era una sensazione che ci faceva stare bene e che ci ha permesso di crescere un po’ meno fragili.
Oggi io guardo i miei ragazzi e li amo, ma non li invidio. Non vorrei avere 15 anni adesso. Nonostante il bombardamento mediatico, più cd, ipod, MP3, mi sembra ci sia meno musica in giro. Forse è solo una mia impressione. Qui in città complessi di adolescenti, che io sappia, non ce n’è. Ci sono dei miei coetanei che hanno ripreso gli strumenti e suonano per divertimento. Poi ci sono quelli che ne hanno fatto una professione o quasi, ma sono un’altra cosa.
Io non sono certo una che si sfinisce a riascoltare le vecchie canzoni. Quelle vanno bene per le rimpatriate, ma di solito ascolto la musica che viene prodotta oggi. Un po’ di tutto, tranne quella da discoteca. La house, in particolare, non fa per me. Mi viene l’ansia al pensiero di spararmela a tutto volume nelle orecchie come fanno i miei ragazzi. Non mi fa neanche venir voglia di ballare, e io sono una che fa fatica a stare ferma se solo c’è una musica appena appena.
A voler trovare una definizione nuova e se mi passate il termine, quella della mia adolescenza era più una home music. Qualcosa che faceva venir voglia di stare insieme non per far numero e casino, ma per incontrarci in un luogo che potessimo considerare casa, home, appunto, con il significato che chiunque abbia fatto due lezioni di inglese conosce e che è sottilmente diverso da house.
Certo ognuno di noi finisce per considerare il proprio tempo migliore come…il migliore in assoluto e forse io pecco di obbiettività nel guardare indietro, ma quando ripenso a quella casa caotica in cui provavamo, alle canzoni, ai viaggi, alle nostre mani intrecciate davanti a un falò, sorrido da sola e canto.
Franco ora, moglie e due figli, è uno stimato ingegnere elettronico, Piero, sposato anche lui, è un medico, Ruggero vive in Brasile, è marito e padre felice e gestisce una pousada, Flavio ha famiglia anche lui e credo suoni ancora.
Non li vedo da tanto, ma il mio affetto per loro è immutato.
A noi, come eravamo allora e come siamo adesso dedico questo post.










