martedì, 30 gennaio 2007

Ansia da blog

 

Mia madre usava una particolare espressione dialettale per i momenti (frequentissimi) in cui si sentiva psicologicamente oppressa dalle tante cose da fare. Diceva “Sono infescià”. Allo stesso modo, un’incombenza che, non invitata, andava ad aggiungersi alle altre senza per altro produrre alcun frutto apprezzabile, era considerata un infésh.

Credo che sia una condizione in cui possano riconoscersi soprattutto le donne che vedono abbinarsi lavoro e faccende domestiche. (Mia madre era casalinga, ma aveva sei figli e un marito abituato male)

Lo stato di infésh, può al massimo attenuarsi, mai sparire se non in vacanza, a patto che non si scelga di farsi del male decidendo di affittare una casa o una roulotte ove si riproduce lo stesso meccanismo. Una donna (forse anche qualche uomo) si trova a dover forse pensare avanti, anticipare il futuro minimo, che so,  dei panni che devono essere pronti quel tal giorno, dei vetri che non si può più  andare avanti così, della cena diversa da inventare, dei compiti da correggere, della relazione da scrivere, eccetera eccetera in ordine sparso. A ciò si aggiungono paturnie e menate, spesso risibili, con cui l’essere umano ama allietarsi l’esistenza.  Anna qualche anno fa

Mi trovo a vivere un momento simile in fase acuta. “Sono infescià”, come direbbe mia madre. Nonostante io mi occupi della casa in modo assai disinvolto, ho un sacco di cose da fare e, se pure mi rendo conto che il tempo che passo a preoccuparmi è quasi lo stesso che dedico a farle, non riesco a uscire da questo circolo vizioso. E’ la fase di preparazione che frega. Preparare le lezioni, preparare il corso che devo fare fuori di scuola, preparare quella lettura di poesie, ecc. è estenuante perché i pensieri si affollano insieme alle ansie di riuscita. Quando giunge il momento di farle quelle attività, non è poi così tremendo.

Per quanto riguarda il blog, lungi dall’essere un infésh,  è uno spazio mio a cui tengo moltissimo ma, in quanto aperto al pubblico, ha comunque delle regole sue che vanno rispettate. Scrivere qualcosa di interessante, rispondere ai commenti, far visita agli amici. Tutte cose che amo fare, ma che richiedono tempo. Tempo che ultimamente è piuttosto risicato. A questo si aggiunga che io e il mio compagno ci siamo dati come nostra regola quella di tenere il pc spento la sera dopo cena, momento dedicato a stare insieme, anche solo a guardare un film.

Perciò, sempre della serie “menate autocreate”, e in base all’assunto del tutto falso che gli altri non facciano altro che pensare a me, sono al momento preda di “ansia da blog” che si traduce sostanzialmente nel timore di perdere gli amici, stufi della mia latitanza. Nonostante faccia quotidianamente atto di umile consapevolezza di non essere al centro del mondo, non posso non essere un po’ preoccupata soprattutto dal momento che molte delle persone che stimo di più sono assai presenti sui blog.

Ecco perché, per quanto inutile  e superflua questa precisazione possa essere, vorrei scusarmi per non essere più presente sui vostri blog, ma proprio non ce la faccio più di così al momento. 

Posso confidare in un sorriso di tenerezza?

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categoria:a proposito di anna
domenica, 28 gennaio 2007

4° Domenica del Tempo ordinario

Dalla prima lettera ai Corinzi.

Non tutti sono apostoli o profeti o catechisti. Non tutti hanno il dono di fare miracoli, 30di compiere guarigioni, di parlare in lingue sconosciute o di saperle interpretare. 31Cercate di avere i doni migliori.
Ora vi insegno qual è la via migliore:

 

1Se parlo le lingue degli uomini
e anche quelle degli angeli,
ma non ho amore,
sono un metallo che rimbomba,
uno strumento che suona a vuoto.
2
Se ho il dono d'essere profeta
e di conoscere tutti i misteri,
se possiedo tutta la scienza
e ho tanta fede da smuovere i monti,
ma non ho amore,
io non sono niente.
3
Se do ai poveri tutti i miei averi,
se offro il mio corpo alle fiamme,
ma non ho amore,
non mi serve a nulla.
4
Chi ama
è paziente e generoso.

Chi ama
non è invidioso
non si vanta
non si gonfia di orgoglio.
5
Chi ama
è rispettoso
non cerca il proprio interesse
non cede alla collera
dimentica i torti.
6
Chi ama
non gode dell'ingiustizia,
la verità è la sua gioia.
7
Chi ama
è sempre comprensivo,
sempre fiducioso,
sempre paziente,
sempre aperto alla speranza.
8
L'amore non tramonta mai:
cesserà il dono delle lingue,
la profezia passerà,
finirà il dono della scienza.
9
La scienza è imperfetta,
la profezia è limitata,
10
ma quando verrà ciò che è perfetto,
esse svaniranno.

11
Quando ero bambino
parlavo da bambino,
come un bambino
pensavo e ragionavo.
Da quando sono un uomo
ho smesso di agire così.
12
Ora la nostra visione è confusa,
come in un antico specchio;
ma un giorno saremo a faccia a faccia
dinanzi a Dio.
Ora lo conosco solo in parte,
ma un giorno lo conoscerò pienamente
come lui conosce me.
13
Ora dunque ci sono tre cose che non svaniranno:
fede, speranza, amore.
Ma più grande di tutte è l'amore.

(La traduzione è quella della Bibbia interconfessionale. Trovate questa e la versione CEI al sito: www.labibbia.org)

 

 Inno alla carità (Bibbia versione CEI)

                         

1 Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!  

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categoria:la parola
mercoledì, 24 gennaio 2007

The call of the wild

 

Ho voglia di rotolarmi nell’erba.

Non sto parlando di sesso agreste. Sto parlando di sentire terra viva sotto il mio corpo. Sto parlando di vento e nubi sfilacciate d’azzurro da accogliere tra le braccia aperte sul prato. E di una formica che scala il monte impervio della mia mano.

Sto parlando di un ruscello gelato bordato di muschio e della meravigliosa sensazione pungente dell’acqua spruzzata sul viso.
Sto parlando del mio piede nello scarpone che aderisce al terreno accidentato del sentiero. Del mio piede saldo e riconoscente.

Sto parlando dei copricapi di ghiande che si ammucchiano nella mia tasca. E di un bastone che io stessa ho decorato con un coltellino. di bonnie marris

Sto parlando della voglia che ho di tornare ad una casa che si apra su un ampio terreno non troppo curato. Vicino, un bosco e un ruscello piccolo, ma determinato. Castagne e funghi da cercare in autunno. E un orto dietro la casa.
Sto parlando di mangiare all’aperto quando il clima si addolcisce.

Di uscir fuori appena le pareti si fanno strette.

Una passeggiata insieme ai cani che danzano avanti e indietro, mentre i gatti si chiedono il perché.

Sto parlando di respiri lenti e profondi.

E di una volpe amica.

 

A questo penso spesso tornando nel mio appartamento al terzo piano di un condominio (e che comunque meno male che c’è). 

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sabato, 20 gennaio 2007

Sarò breve (io)

Chi mi conosce da un po' sa che ho un fratello sacerdote-missionario, attualmente in Italia dopo aver trascorso 20 anni in Bangladesh, che tiene una rubrica fissa su una rivista (Venga il tuo regno) pubblicata dall'ordine cui appartiene, il P.I.M.E. (Pontificio Istituto Missioni Estere). Credo che Achille abbia il dono di riuscire ad arrivare, con le cose che dice, a credenti e non, religiosi e non. Ecco perché ogni tanto mi piace pubblicare anche qui qualche suo articolo.
Quello che segue è l'ultimo in ordine di tempo.

BREVITÀ

 

"Mi scuso per la lunghezza della mia lettera,

ma non ho avuto il tempo di scriverne una più breve".

Blaise Pascal (Lettres Provinciales, XVI, 1656)

 

Certamente c’è un modo di essere breve che indica superficialità e noncuranza, ma forse è la prolissità che più ci affligge. Come guarire da questo malanno che di solito notiamo negli altri?

Non mancano i consigli dei saggi: Pitagora direbbe: Non dire poco con tante parole, ma tanto in poche parole. Fenelon aggiungerebbe: Più parole dici, tanto meno verranno ricordate. Quanto meno le parole, tanto più grande profitto.

Consigli che fanno riflettere e suggeriscono una domanda: sono in grado di accorgermi quando sto parlando troppo? E perché lo faccio? Forse perché, come scrive Pascal, non abbiamo tempo per essere più brevi, ma ci possono essere altri motivi… Seneca, ci inviterebbe a considerare anche la brevità della vita: Noi non disponiamo di poco tempo, ma ne abbiamo perduto molto.

L’elogio della brevità è un invito alla meditazione: brevità prolungata che ci apre alla contemplazione.

La lunga parola dell’Antico Testamento che ha ispirato numerosi profeti si compendia nel bambino che nasce a Betlemme. E questa parola domanda di nascere nel cuore dei credenti. San Francesco ne concluderà che il predicatore deve fare una parola breve poiché il Cristo è una parola breve del Padre che riassume la Legge ed i Profeti. Il Cristo parola breve riassume il suo insegnamento in un solo comandamento: quello dell’amore.

 

Maria ha realizzato il sogno di Dio e l’ha fatto diventare storia dando la sua disponibilità, dicendo: “Sì”. Due lettere semplici, una parola breve che ha manifestato la sua massima donazione e Dio si è fatto suo figlio!

Anche il “Sì” di chi si sposa è parola breve per una donazione massima.

 

Il problema sorge quando incominciamo a moltiplicare le parole  senza accorgerci che la donazione incomincia a diminuire…

 

P. Achille B. - Pime
 www.atma-o-jibon.org 
 www.pime.org

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lunedì, 15 gennaio 2007

Della serie: "se ne impara una tutti i giorni"...

...lo sapevate che esiste un'organizzazione che addestra ratti per l'individuazione delle mine di terra "lasciate indietro" dalle guerre?
L'organizzazione si chiama APOPO e i ratti sono della specie "ratto gigante africano". Ho scoperto tutto ciò nel corso di un programma dal titolo When animals talk in onda su Animal Planet, canale che frequento molto spesso, stante il mio amore per gli animali.
L'idea di utilizzare i ratti come sminatori è venuta ad un gruppo di ricercatori belgi e della Tanzania (Tanzaniani?!) insieme a degli addestratori. I ratti si sono rivelati le creature ideali per tale scopo per molti motivi:

- sono troppo leggeri per innescare l'esplosione delle mine (è falsa la voce che vengano usati come kamikaze);
- hanno un olfatto straordinario in grado di individuare l'odore  delle mine con rivestimento sia in metallo che in plastica;
- è facile addomesticarli, allevarli e addestrarli;
- costa poco mantenerli;
- sono piccoli e facili da trasportare (il documentario mostrava il loro trasferimento in Mozambico per una "missione");
- una volta appreso il compito, con il sistema delle ricompense, i ratti amano ripetere gli esercizi;ratto sminatore

Il ratto gigante della Tanzania arriva al massimo a pesare 1,5 kg ed è lungo tra i 30 e i 40 cm, esclusa la coda lunga 40 cm circa. Normalmente vive in tane sotterranee suddivise in varie stanze. Immagazzina il cibo in tasche simili a quelle dei criceti. E' intelligente e docile, qualità che insieme all'olfatto prodigioso lo rendono molto adatto al compito. Soprattutto se nato in cattività, il ratto gigante ama le coccole e le passeggiate, un po' come i cani.
I ratti "lavorano" o si esercitano per circa mezz'ora al giorno, cinque giorni la settimana. Nel resto del tempo hanno spazi liberi a disposizione in cui scorrazzare e non cercano nemmeno di scappare. Si affezionano ai loro addestratori, ma possono lavorare anche con altri se è il caso.ratto sminatore2

Di solito non mi piace molto l'idea stessa di "addestramento" di un animale, ma considerata la buona qualità di vita di questi ratti,  il fatto che non corrono pericoli (ne corrono assai di più i cani che sono più pesanti!) e la necessità di risolvere il problema terribile delle mine senza ulteriori perdite di vite umane, posso dire che la cosa mi è sembrata positiva e convincente nel complesso.
Per chi vuole saperne di più ecco i links:ratto sminatore3

www.apopo.org

www.herorat.org

Molto carino l'ultimo, graficamente parlando, con anche la possibilità di adottare un ratto.

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categoria:segnalazioni
martedì, 09 gennaio 2007

Ritrovamenti

 

Quando ancora avevo energia e voglia sufficienti a partecipare alle gite scolastiche, amavo sedere in pullman vicino ad un simpatico collega che, diversamente da me riusciva a leggere sul mezzo in movimento senza che gli venisse da vomitare.
Per ingannare a noia delle lunghe ore di viaggio,  non appena i ragazzi smettevano di vociare e si  assopivano, lui leggeva per me brani da libro che aveva con sé. Una volta si presentò con una raccolta di racconti che non conoscevo e che si rivelò decisamente esilarante. Leggeva, ma presto gli toccava fermarsi per ridere insieme a me fino alle lacrime.
Certo deve piacere quel tipo di umorismo che consiste nel raccontare cose assurde con la più assoluta serietà. Questo si può trovare appunto in “Vite brevi di idioti” di Ermanno Cavazzoni,  autore forse più noto per il romanzo “Il poema dei lunatici” e per aver lavorato con Fellini alla sceneggiatura del film “La voce della luna”.

Qualche giorno fa, ho ritrovato il volumetto dopo aver fortemente temuto di averlo perso. Vi propongo brani da uno dei racconti. (Chi conosce il testo o decide di leggerlo non potrà che apprezzare la straordinaria scelta di nomi, cognomi e relativi abbinamenti)

 

La repubblica degli idioti congeniti

 

Un idiota di nome Sereno Bastuzzi viveva dentro un pagliaio. Il pagliaio era annesso a una casa colonica un tempo abitata. Nel pagliaio vivevano anche il padre e la madre di Sereno Bastuzzi che erano idioti congeniti e facevano i contadini. Ovverosia vivevano autosufficienti su un pezzetto di terra ereditato.

Un idiota ha una concezione tutta sua dell’agricoltura; non compra e non vende niente; non usa trattori né altri motori agricoli; non pota le piante né dà concimi chimici, diserbanti o antiparassitari: Non semina perché non connette il seme alla pianta. Un idiota considera invece stupidi gli altri e ride quando li vede buttare il grano per terra. Infatti condivide la scelta delle galline di andarlo a beccare. Un idiota per sua natura non mangia la carne, infatti la famiglia Bastuzzi non la mangiava; mangiavano invece le uova, i radicchi, altre erbe somiglianti ai radicchi; o imparentate ai radicchi. I radicchi sono al centro della loro alimentazione e sono individuati tra i campi per primi e con gioia: Hanno invece in antipatia le ortiche e le  pestano, di modo che dove vive un idiota o una famiglia di idioti ci sono pochissime ortiche. L’idiota lo fa per vendetta, non per eliminare razionalmente dall’agricoltura le piante infestanti. E così pure coi rovi, che sono motivo di lamenti e di ritorsioni. (…)

D’estate l’idiota sta sotto gli alberi al fresco, di preferenza vicino al ruscello, e non si espone ai raggi del sole se non per necessità alimentari. Piace la vicinanza delle galline con le quali c’è simpatia. Quando il gallo trova una spiga o un verme per terra, e con un suo verso particolare chiama a raccolta, corre anche l’idiota che spesso è il più svelto a mangiarlo. Piace anche la vicinanza di mucche, le quali sono affettuose verso gli idioti; e se ne vedono uno sdraiato al fresco sopra l’erbetta, gli vanno vicino e lo imitano. Sembra che le mucche distinguano gli idioti dai sani, e mentre temono i primi per le loro manie, hanno grande confidenza coi primi. (…)

Le galline che sono proprietà di un idiota muoiono di morte naturale, cioè di vecchiaia; cosa che non si osserva mai presso la popolazione civile dove le galline vengono sempre uccise e cotte. La famiglia Bastuzzi non aveva questa abitudine di cuocerle perché non conoscevano il fuoco. Una gallina che si sente morire si allontana dalla comunità, va ai confini della proprietà dei Bastuzzi, si nasconde in un fosso o in un cespuglio spinoso e sta in silenzio. Anche le mucche vanno a morire ai confini della proprietà, in un luogo spelacchiato dove non passa nessuno e la terra è franosa.


Quando un animale esce dalla proprietà dei Bastuzzi, in genere viene preso a sassate dai contadini vicini, o rincorso con un bastone: D i modo che impara presto i confini così come son registrati al catasto. Anche i Bastuzzi hanno acquisito in tal modo il senso della proprietà territoriale e non si azzardano a uscire. Sereno Bastuzzi spesso cammina lungo i confini, seguito da mucche e galline, e gurdato in cagnesco dai confinanti che hanno un’agricoltura razionale e intensiva, e faticano per migliorare la terra. I Bastuzzi invece non fanno nessuna fatica e non sembrano mai preoccupati dell’andamento della stagione da un punto di vista agricolo. Il che è  motivo di ira da parte dei confinanti.

 

In estate I Bastuzzi si sveglian col sole e vanno sugli alberi a mangiare la frutta; la frutta è inselvatichita. Intanto, sotto, galline tacchini anitre e mucche pascolano. Non rispettano l’orario di pranzo o cena: Bevono l’acqua con molto diletto. Sereno Bastuzzi sembra che l’assapori intensamente; socchiude gli occhi e la mastica come fosse un liquore. (…)

Il dottor Consolini nel suo studio dice che in inverno i Bastuzzi stanno nel vecchio pagliaio, e quando la giornata è cortissima e grigia dormono sempre. La dottoressa Stanca afferma che russano a intermittenza. Ogni tanto uno di loro si alza e cerca a tentoni le noci o le nocciole o scava le carote nel vecchio orto. E’ impossibile che sporchino di letame la paglia. Conoscono inoltre l’uso degli abiti, cioè giacche di lana ereditate dagli avi. Mangiano anche la neve. Ma d’inverno non ridono, si muovono lenti e assenti come sonnambuli, poi tornano dentro la paglia. (…) Tutti dimagriscono, anche oche e galline. Qualcuna muore, le più labili. Anche questo è motivo d’ira dei vicini, cioè che le galline siano abbandonate a se stesse invece che essere uccise. Ciò mina le basi della società contadina e attira i polli dai pollai degli altri. I vicini sostengono che i Bastuzzi sono pericolosi per l’agricoltura, e danno il cattivo esempio ai figli, i quali credono che quella sia una repubblica e  Bastuzzi dei repubblicani, non degli idioti. Quando un bambino scappa di casa perché ad esempio ha litigato col padre e passa un giorno in mezzo ai Bastuzzi, torna a casa con la mentalità libertaria  e prossima alla mentalità dei bovini o degli uccelli da cortile; cioè concepisce solo il presente fuggente e sottovaluta il padre. (…)
postato da: Ihadadream alle ore 13:57 | Permalink | commenti (18)
categoria:libri