lunedì, 25 settembre 2006

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Quando sono molto stanca, come oggi per esempio, per rendere l'idea del mio stato dico che sono "cotta come una rana".  E' una mia personale variazione dell'espressione, che ho udito da più persone, "fatto come una rana", il cui significato non ha bisogno di essere spiegato.
Quanto alla parola "cotto" l'ho mutuata dal sardo "cottu", termine con cui si indica un individuo in stato di estrema ubriachezza, almeno dalle parti che conosco io.
L'associazione di idee ci sta tutta perchè quando sono stanca, mooolto stanca, io mi trovo in uno stato molto simile ad una leggera ebbrezza: allentamento dei freni inibitori, sensazione che il cervello navighi beato nella scatola cranica, ridarella.
C'è da dire che io sono astemia. Il vino, ahimé, non mi piace e l'unica semi sbornia che posso ricordare è relativa ad una notte di Natale in cui io e il mio fratello più grande abbiamo tirato tardi bevendo Porto e raccontandoci cose mai dette prima. Il giorno dopo, un gran mal di testa.
Quando sono stancastanca  invece è una meraviglia. Una volta superato il momento critico in cui potrei addormentarmi di schianto, subentra una leggera euforia che scioglie la lingua e mi fa scoppiare a ridere per un nonnulla. E non ci sono effetti collaterali. 
 Cosa c'entri la rana in tutto questo, Dio solo lo sa. Mi sembra una animaletto dall'aria piuttosto sussiegosa, per nulla incline ad eccessi. Semplicemente mi piace l'espressione in sè. Il suono delle parole. "Rana" fa parte del mio personale elenco di parole che mi fanno ridere insieme a "picozza", e "pinguedine", tanto per citarne due.

Ora, considerato che questo post è stato concepito e scritto in uno stato molto vicino all'estrema stanchezza (3-4 ore di sonno stanotte) non meravigliatevi come prima cosa del suo risibile contenuto e in secondo luogo dell'invito (che potete bellamente ignorare) a lasciare un vostro personale modo di dire, una vostra peculiare similitudine o un  piccolo elenco di parole che vi fanno scompisciare.

Io vado a dormire.

postato da: Ihadadream alle ore 13:53 | Permalink | commenti (21)
categoria:parole
martedì, 19 settembre 2006

Avviso ai naviganti

In questi giorni succede che:

- il mio computer è rotto e non so quando potrò comprarne un altro;
- stanno trasferendo gli uffici qui a scuola e comunque, non avendo una postazione esclusivamente per me, a volte devo aspettare il mio turno;
- quando finalmente accedo al computer devo anche preparare materiale per le lezioni.

Da tutto ciò consegue che il tempo a mia disposizione per scrivere nel blog e soprattutto ricambiare le visite degli amici è, con mio grande dispiacere, molto poco al momento.

Perdonatemi la scarsa presenza di questi giorni. Conto di recuperare presto il tempo perduto.

Vi abbraccio con calore!

Anna

postato da: Ihadadream alle ore 09:27 | Permalink | commenti (21)
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venerdì, 15 settembre 2006

Visto in tv

C'era un documentario qualche giorno fa, su Geo & Geo. Raccontava delle vite di alcuni uomini in un villaggio del Congo, che per portare le loro merci al mercato della città usano un bizzarro mezzo di trasporto: un monopattino di legno. Un grosso monopattino, per intenderci, in cui, a parte una molla di acciaio che funziona da ammortizzatore e una striscia di pneumatico appiccicata alla ruota, è fatto interamente di legno. Anche le ruote, appunto.
La telecamera seguiva il giovane protagonista del documentario mentre, caricate sul mezzo 400 chili di patate imballate in un paio di lunghi salami messi di traverso, si lanciava (è il caso di dirlo) lungo la strada in discesa verso la città. Unica possibilità di frenata: il suo piede premuto contro un pezzo di pneumatico posto contro la ruota.
Il giovane, il corpo proteso in avanti contro il carico, le braccia saldamente attaccate al manubrio (di legno) appariva concentratissimo a mantenere in strada il mezzo, cosa tutt'altro che semplice come testimoniava la presenza di mezzi e persone incidentate lungo la strada (non asfaltata). A volte, spiegava il commentatore, un'uscita di strada può essere persino fatale data la velocità con cui procede il monopattino.
E in effetti il primo problema di questi audaci autisti è restare vivi e mantenere intatto il mezzo. Il secondo problema si presenta  invece al sopraggiungere di una salita, in corrispondenza della quale però, stazionano in pianta stabile alcuni individui che mantengono la famiglia (!) con i soldi che guadagnano spingendo i monopattini (una cosa come 10 centesimi a spinta). 

Tra mille peripezie il nostro protagonista arrivava finalmente al mercato dove aveva la soddisfazione di riuscire a vendere tutte le sue patate. In una bella inquadratura  mostrava contento il guadagno di tanta fatica: un migliaio di franchi congolesi,  vale a dire...quattro euro.
Ci pensate? quattro euro. Gli bastano per sfamare la sua famiglia e questo è per lui motivo di soddisfazione. Ci mancherebbe.
Inoltre niente incidenti. Il monopattino è intatto. Guai se non lo fosse. Farsene costruire uno nuovo dall'artigiano del villaggio costa l'equivalente di 50 euro. Facile capire perché un irreparabile danneggiamento del mezzo sarebbe una tragedia.
IL ritorno avveniva a bordo di un camion di passaggio che caricava  uomini e mezzi sul rimorchio finché non era strapieno.

Il sogno di questi "piloti" di monopattini? Guadagnare abbastanza da far studiare i figli. L'ambizione  almeno per loro di un lavoro diverso e migliore.

Vite molto lontane dalle nostre.
Altre priorità.
Altra resistenza.
Altro valore attribuito alle cose.

Personalmente, mi sono sentita un pò a disagio con tutto il mio lamentarmi di questi giorni. Paragonato a quello il mio lavoro è un paradiso, i miei allievi degli angioletti, le difficoltà, una passeggiata.
Non è che adesso abbia smesso di desiderare un'altra vita, ma questo documentario mi ha ricordato una cosa imparata tempo fa: contare le benedizioni  è di gran lunga più produttivo che lamentarsi.


Con spirito più baldanzoso sono dunque entrata per la prima volta in classe questa mattina e ho subito individuato alcuni elementi a cui farebbe bene( per qualche tempo, intendiamoci, mica per sempre!) la cura del monopattino (al massimo  posso fargli uno "sconto" sul peso delle patate).

postato da: Ihadadream alle ore 14:04 | Permalink | commenti (15)
categoria:riflessioni, tv
venerdì, 08 settembre 2006

Cose da non credere.
In cui chi scrive fornisce alcune pacate spiegazioni circa il suo moderatissimo entusiasmo all'idea di riprendere il lavoro e conclude rivolgendo un accorato appello ai lettori (e poi vi assicuro che non ne parlo più).

Io insegno in una scuola che se la chiami così i miei capi si irritano.
Non parlo del mio direttore, brav'uomo, ma dei mega direttori intergalattici che risiedono nel capoluogo della mia regione.
Il nostro è un centro di servizi formativi, scusate se è poco.
Nemmeno la parola insegnante gli piace granché a quelli. Docente è benignamente tollerato, formatore è la definizione giusta. Tutti e tre i termini non cambiano comunque la realtà che vede il suddetto insegnatedocenteformatorechedirsivoglia occupare lo spazio normalmente assegnato al "due di picche" o, se volete, alla proverbiale "ultima ruota del carro".

Nessuna sorpresa che qui siano in pochi a voler  insegnare. Da una quindicina di anni a questa parte c'è stata una corsa da parte di molti a cercare di occupare le nuove funzioni che si venivano delineando con il nuovo assetto del centro: responsabile di commessa, tutor, progettista, ecc. Io non ero interessata a nessuno di questi ruoli. Insegnare è quello che so fare, dunque  ho continuato, nonostante il compatimento di quanti qui dentro dicevano che "non si può più fare solo il professore, insomma ecchediamine!". Adesso siamo al punto che ci tocca assumere gente esterna con contratti a termine per coprire i posti di chi in classe non ci va più.

Per farla breve, i nostri corsi sono finanziati dalla regione che stabilisce certe regole cui non possiamo contravvenire pena il pagamento di penalità e il rischio di perdere l'approvazione di altri corsi l'anno successivo.
Tanto per cominciare stabilisce un numero preciso di alunni per classe. Per esempio, in prima devono essere 18, non uno di più non uno di meno (salvo richiesta straordinaria e motivata di deroga). Se ne perdiamo uno e non riusciamo a sostituirlo, paghiamo. La conseguenza immediata è che, salvo un tentativo di omicidio colto in flagrante, non possiamo espellere nessuno. Possiamo sospendere, ma con moderazione onde evitare che il frugoletto non si scoraggi e decida di abbandonare la scuola. Per lo stesso motivo (udite, udite) non possiamo bocciare, se non, in linea assolutamente teorica, alla fine del ciclo formativo, cioè all'esame finale (cosa che non accade quasi mai, se no sorgono problemi di altro tipo)
Cosa succede allora al prof che presenta agli scrutini di fine anno votazioni insufficienti? E' costretto ad alzarle con la magra consolazione dell'aggiunta di due consonanti: V.C. (voto di consiglio) di cui non frega una cippa a nessuno. In pratica perde la faccia.

Cosa fa allora l'insegnante che vuole salvare la capra della propria dignità e i cavoli rappresentati dalla necessità di trasmettere un minimo di contenuti e mantenere una parvenza di disciplina? Abbassa drasticamente le proprie pretese e nel contempo fa salti mortali e giochi di prestigio per interessare/trattenere/divertire la turba schiamazzante che sempre più rifiuta (letteralmente) di fare il benché minimo sforzo. Credetemi, non è facile.
L'anno scorso mi è andata discretamente. Ho tenuto un laboratorio di poesia e ha funzionato, ma io ho molto margine di azione. Chi insegna tecnologia meccanica, tanto per fare un esempio, ha qualche difficoltà in più. Ancora non si è piegato a fare, che so, improvvisare un rap per imparare qualche formula.

Usufruendo di finanziamenti pubblici siamo, come è giusto, soggetti ad ispezioni a sorpresa. Il punto cruciale è quello che viene ispezionato. La cosa più importante dell'universo è la correttezza nella compilazione dei registri: le firme devone essere identiche a quelle depositate e nessuna deve mancare (questo posso pure capirlo perchè si deve controllare che il corso non sia puramente fittizio). Sui registri vegliano le nostre fide segretarie che ci segnalano qualsiasi anomalia. Va da sè che la prima cosa che un insegnante deve fare appena entrato in classe è firmare il registro. Scordatevi il registro che si usa nella scuola statale. Si tratta di tutt'altra cosa. Firmano i ragazzi e poi noi. Sul frontespizio c'è un foglio, che cambia tutte le settimane, con l'orario. Io devo solo fedelmente copiare una cosa di questo genere:

Competenze di base: comunicare in lingua italiana.
Argomento: (che so) regole di sintesi e di argomentazione
orario: 9.00-10.00
Firma: Anna Ihadadream

La cosa interessante riguarda gli argomenti. Sono già stabiliti per tutto l'anno in base al progetto.  Io devo solo copiare quello ce c'è scritto e gli ispettori andranno in brodo di giuggiole nel rilevare che tutto corrisponde. Quello che succede quindi è che, dopo aver firmato con la massima cura, io chiudo il registro e spiego quello che voglio e siccome sono una persona con una coscienza, non uso quel tempo per leggere il giornale o insegnare ai ragazzi a costruire una bomba artigianale. Faccio italiano. Lo faccio in modo che imparino qualcosa e si divertano allo stesso tempo. A volte ci riesco a volte no. Il punto è che nessuno controlla la qualità dell'insegnamento e considerato il tipo di burocrati che girano è una benedizione che sia così.
Da questa assurdità deriva quanto meno il vantaggio non trascurabile che, se sulla carta siamo rigidamente ingabbiati in contenuti predeterminati da gente che magari non ha mai visto una classe, nella realtà godiamo di una discreta libertà di insegnamento, sconosciuta in altre scuole.  (Del resto i programmi che dovremmo svolgere sono tali che sarebbe pressocchè impossibile svolgerli con le ore a disposizione e con il tipo di allievi che abbiamo.) 

Siamo però  sommersi dalla carta. Dobbiamo certificare/spiegare/motivare ogni cosa. Intanto viene risicato il tempo per i nostri ragazzi che spesso vivono realtà difficili, sono soli e spauriti. E ogni anno la quantità di carta aumenta e il tempo per le cose reali diminuisce. Questo panorama desolante non deve però farvi pensare che la qualità dell'insegnamento sia scadente. Sulle risme di carta  e  le pile di dischetti del computer si elevano indomiti un manipolo di insegnanti che nonostante tutto continuano a fare bene il loro mestiere. Belle persone che non si risparmiano e che ho piacere di incontrare ogni giorno. Nella logica che ho io, di valutare soprattutto le cose positive, questo è un elemento non da poco.

Con tutto questo però, mantenere però un livello di passione ed entusiasmo tale da fare il mio lavoro in modo efficace non è facile. Anzi, personalmente al momento mi appare difficilissimo. Aggiungete che, non essendo più giovanissima, patisco più di prima quando un pischello di 15 anni mi manda a stendere. E vero che mi affeziono anche ai miei topini, ma se volete la cruda verità io sono proprio un po' stanca di combattere.  E' giunto quindi  il momento di rivolgere il mio A.A.

Appello Accorato.

Come potete immaginare non sono esente dalla necessità di pagare le bollette, fare la spesa e cosucce di questo genere. Se potessi far fronte a queste cose da un un casolare immerso nel verde circondata dagli animali che amo, dedicandomi alla scrittura e ai miei passatempi creativi, lo farei seduta stante, ma tant'è.
Premesso questo, mi rendo disponibile per un altro lavoro tenuto conto di quanto segue:
Punti forti:
- sono laureata in lingue, parlo bene l'inglese e potrei per esempio tradurre in italiano romanzi (non dico cose importanti, magari gialli o simil Harmony o fantasy che amo e di cui sono abbastanza esperta); in francese me la cavo e basta:
-amo gli animali e ci so fare con loro, mi piace vivere a contatto con la natura:
- mi piace il contatto con la gente e ciò che riguarda l'ospitalità, se qualcuno vuole disfarsi del suo bed and breakfast o agriturismo in cambio di una canzone (non so se conoscete questo modo di dire) o magari vuole solo affidarmelo in gestione, io sono qui;
-  sono una a cui piace imparare:
-  credo che saprei gestire la posta del cuore  di una rivista ammesso che esistano ancora cose del genere;
- so recitare.
- sono una tipa leale;
- sono abbastanza creativa;
- sorrido molto;
- mi affeziono alle persone
- credo nei miracoli;
- sono disposta a trasferirmi, purché ovviamente la cosa coinvolga il mio compagno che è uno di quei tipi che sa fare di tutto (premesso che lui ha già un discreto un lavoro, ma amerebbe come me fare il contadino);

Punti deboli:
- ho la patente ma non so guidare.
- non so e non amo fingere, adulare, intrallazzare;
- non so fare i conti (se non quelli più elementari e non bene):
- mi affeziono alle persone;
- non ho moltissima pazienza, se non forse con gli animali.

Al momento non mi viene in mente altro se non che quello che ho appena scritto è assolutamente folle e forse frutto dell'afa e della disperazione al pensiero dell'imminente inizio dei corsi (next week!)
Detto questo, vado a casa perché sono esausta. Qui fa un caldo bestiale e io devo ancora passare dal supermercato che stasera faccio l'insalata di riso. (non ho nemmeno la forza di vedere se ho fatto errori, anzi ci saranno sicuramente. Scusate, li correggo domani.)

postato da: Ihadadream alle ore 14:53 | Permalink | commenti (17)
categoria:scuola, a proposito di anna
lunedì, 04 settembre 2006

Ça va sans dire...

...che il regista non si è fatto vivo;
che nessuno ha pensato bene di omaggiarmi della sua azienda agricola/fattoria/agriturismo;
che non ho vinto nulla (forse perché non ho giocato a nulla?!);
che , come previsto, le vacanze (intese come soggiorno piacevole in altro luogo) sono finite troooooppo presto;
che non sono riuscita a cambiare lavoro, luogo di residenza, vita;
che mi trovo al momento seduta al computer qui a scuola come tragicamente previsto...

MA

ho trascorso 10 giorni in un bellissimo bed and breakfast su una collina vicinissima a Sansepolcro.Qualche volta mi sedevo su una panchina in giardino e mi trastullavo fingendo che fosse mio.
Ho avvistato alcuni caprioli, una lepre, due scoiattoli.
Ho fraternizzato con una gattina di nome Penny.
Ho mangiato bene senza spendere una follia.
Ho visto dei bei posti.
Ho avuto tempo per leggere.

COME SE NON BASTASSE

al ritorno su questo blog ho trovato messaggi di vecchi e nuovi amici che mi hanno fatto venire voglia di scrivere  e in generale di "esserci" dopo un periodo di volontaria e necessaria assenza dal computer.
Consideratevi dunque tutti stretti in uno di quegli abbracci che si prolungano un po' (un abbraccio per ciascuno, s'intende!).

A prestissimo!

postato da: Ihadadream alle ore 13:45 | Permalink | commenti (22)
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