lunedì, 31 luglio 2006

Avviso ai naviganti

Questo blog va in vacanza e riapre ufficialmente ai primi di settembre. (Ufficiosamente fooorse un po' prima, ma non so.)

Un grazie grosso come una casa a tutti quelli che ne hanno fatto una tappa abituale o saltuaria.
Non sapete il bene che mi avete fatto.

Grazie a chi è passato una sola volta per caso.
A chi ha commentato e a chi no.
A tutti quelli che in futuro passeranno di qui.

Buone vacanze!

Anna

postato da: Ihadadream alle ore 09:39 | Permalink | commenti (32)
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venerdì, 28 luglio 2006

Cambiamentibreaking_the_silence_MH

Non so se è per via del lavoro che faccio, che sembra finito ai primi di luglio quando i ragazzi non ci sono più, e pare ricominciare a metà settembre quando ritornano (pare e sembra perché le mie ferie effettive cominciano un po' più tardi), ma io ho sempre avuto la sensazione che l'Anno Vecchio finisca con l'inizio dell'estate e quello Nuovo cominci a settembre. In mezzo,  le vacanze mi si presentano come una magica terra di nessuno in cui può accadere di tutto. In cui l'aria crepita di un'energia trasformatrice da cui non si sa cosa uscirà.
E' il tempo del sogno e dell'inaspettato. Il luogo di nascita dei cambiamenti che non si osa nemmeno desiderare. La casa dell'impossibile che diventa possibile.

Non c'è alcun fondamento razionale nella mia sensazione che qualcosa stia per cambiare in meglio. Il più delle volte, le vacanze non hanno portato con loro alcun mutamento significativo. Nonostante ciò, puntualmente tutti gli anni, l'innalzarsi estivo delle temperature si accompagna, quale parziale refrigerio della mia mente accaldata, ad un'aria birichina di imminenti belle novità, di impreviste piacevoli sterzate verso luoghi impensati. Un'aria in cui il mio cervello galleggia beato immaginando scenari improbabili che soddisfano la mia fame di vita nuova ( e di cui spero vi limiterete a sorridere evitando sganasciamenti)

Il regista a cui ho scritto risponderà dicendo che proprio una faccia come la mia stava cercando per il suo film.
Durante il nostro viaggio in Umbria ci imbatteremo in una fattoria il cui proprietario è un ricco e anziano benefattore che ce la affiderà accettando di essere pagato quando disporremo del denaro.
Erediterò /vincerò una fortuna , cosa che mi permetterà di lasciare il mio lavoro e dedicarmi a quello che mi piace.
Incontrerò Russell Crowe (questo non è fondamentale, ma se capita...)
E via farneticando.

Comunque sia, in qualche modo la mia vita cambierà radicalmente in meglio.

Mia madre soleva ripetermi una frase che da ragazzina mi faceva arrabbiare "Tutto arriva a chi sa aspettare" ( lo sapeva bene lei che aveva aspettato anni e polverizzato ostacoli insormontabili per coronare il suo sogno d'amore e sposare il papà).
Io ho sempre odiato aspettare, ma è quello che spessissimo mi è toccato fare. Aspettare arrivi, telefonate, eventi. Ancora oggi è così.  Sono arrivata alla conclusione che ci sono persone che aspettano più di altre. Non so perché. So solo che a me è toccato essere di questa schiera. Con il tempo ho dovuto cercare di venir a patti con questo "destino". Conviverci. Imparare ad aspettare... senza aspettare. E nel frattempo semplicemente vivere quello che avevo davanti.

Cosa voleva dire dunque mia madre?
Cosa vuol dire saper aspettare?
Io credo significhi aspettare con fiducia.
Aspettare senza figurarsi un risultato particolare.
Aspettare amando il proprio presente così com'è.

Io sto cercando di praticare questa disciplina, e posso farlo perché la mia attuale realtà è colma di parecchie cose davvero buone, ma ci sono dei momenti  e delle persone per cui la vita è così dura che il presente, può essere dignitosamente sopportato, non certo amato. Forse i santi ci riescono, chissà.

Ci sono state delle spiacevoli circostanze nella mia vita da cui temevo non sarei mai uscita. Tristi binari che sembravano destinati a srotolarsi sempre uguali. E invece
E invece:

"Sai qual è uno degli errori che si fa sempre? Quello di credere che la vita sia immutabile, che una volta preso un binario lo si debba percorrere sino in fondo. Il destino invece ha molta più fantasia di noi. proprio quando credi di trovarti in una situazione senza via di scampo, quando raggiungi il picco della disperazione massima, con la velocità di una raffica di vento tutto cambia, si stravolge, e da un momento all'altro ti trovi a vivere una nuova vita."
(Susanna Tamaro - Va' dove ti porta il cuore)

Se mi guardo indietro posso vedere le raffiche di vento che hanno stravolto, Dio le benedica, il mio cammino. Perciò tra qualche giorno farò la mia valigia e partirò cercando di non immaginare nulla, e tenendo bene a mente che il magico vento non si lascia imporre scadenze, ma soffia sempre. Eccome se soffia. 

postato da: Ihadadream alle ore 09:57 | Permalink | commenti (20)
categoria:riflessioni
martedì, 25 luglio 2006

IL GATTO E LA LUNA
MoonCat

Indietro
e avanti andava il gatto,

e la luna girava e rigirava,
e il gatto che le stava proprio sotto,
quel gatto strisciante, la guardava.

Il nero Minaluse la osservava
perché per quanto facesse lamento,
la fredda e pura luce lo turbava,
e rendeva il suo sangue scontento.


Tu balli, Minaluse? Fai una danza?
All'incontro di chi si somiglia,
che c'è di meglio di un'altra cadenza?
Forse la luna, una nuova quadriglia,
stanca dei suoi solenni movimenti,
potrà imparare. Ora striscia nel prato,
vaga qua e là nella luce lunare:
lassù la luna ha un volto mutato,
in una nuova fase vuole entrare.


E lo sa che i suoi occhi, Minaluse,
di volta in volta, anch'essi cambieranno,
e che da piene sfere luminose
dei sottili crescenti si faranno?
Scivola Minaluse nel buio verde,
tutto solo, importante e sapiente,
e sulla luna mutante disperata disperde
il suo sguardo cangiante.


The Cat and the Moon

 

The cat went here and there

And the moon spun round like a top,

And the nearest kin of the moon,

The creeping cat, looked up.

Black Minnaloushe stared at the moon,

For, wander and wail as he would,

The pure cold light in the sky

Troubled his animal blood.

Minnaloushe runs in the grass

Lifting his delicate feet.

Do you dance, Minnaloushe, do you dance?

When two close kindred meet,

What better than call a dance?

Maybe the moon may learn,

Tired of that courtly fashion,

A new dance turn.

Minnaloushe creeps through the grass

From moonlit place to place,

The sacred moon overhead

Has taken a new phase.

Does Minnaloushe know that his pupils

Will pass from change to change,

And that from round to crescent,

From crescent to round they range?

Minnaloushe creeps through the grass

Alone, important and wise,

And lifts to the changing moon

His changing eyes.

 

William Butler Yeats

 

postato da: Ihadadream alle ore 09:44 | Permalink | commenti (19)
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sabato, 22 luglio 2006
Passatempi.
 
Ho avuto un periodo che potrei definire “cinese”.
Avevo 15 anni e dopo aver letto il romanzo “La buona terra” di Pearl S. Buck, m’innamorai di quell’universo misterioso e lontano che era la Cina descritta in quelle pagine. Lessi tutti i romanzi della scrittrice e saccheggiai la biblioteca alla ricerca di quanti più romanzi di ambientazione cinese potessi reperire. Nonostante all’epoca potessi vantare la proprietà del famoso libretto rosso di Mao, che portavo a scuola più per provocare un poveretto di professore di italiano che per convinzioni politiche, io ero attratto dall’antica Cina con le sue meraviglie e i suoi orrori, e non dalla sua versione “moderna che mi appariva del tutto priva difascino.
Ecco perché, quando mi cadde l’occhio su un saggio dal titolo “Dinastie Cinesi” mi ci immersi come in un romanzo d’amore. La faccenda si presentò subito assai intricata. Per fare ordine nel guazzabuglio decisi che avrei disegnato degli alberi genealogici e per un po’ mi ci dedicai con passione. Trascorso un tempo ragionevole per una quindicenne a rispolverare legami più o meno legittimi tra i vari Ming, Tang e Vatelaping, decisi che ne avevo abbastanza.
Non essendo dominata da alcuna “ansia di completamento”, accantonai l’intera faccenda e mi dedicai ad altro, perdendo forse l’occasione di diventare la massima esperta mondiale in fatto di dinastie cinesi.
Di lì a poco, la lettura di un libro completamente diverso, “I segreti dei Gonzaga” di Maria Bellonci, scatenò nuovamente la necessità di fare ordine nelle parentele gonzaghesche tracciando alberi genealogici.
Adesso può sembrare che io sia proprio fissata con ‘sti benedetti alberi, ma non è proprio così. E’ vero che l’albero mi piace molto come verde creatura e come simbolo e che sono anche una di quelle che va in giro abbracciando alberi (senza farsi vedere da nessuno però), ma non è che la storia di disegnare genealogie sia una mia fissa. Mi dispiace, quello sì che le notizie sulla mia famiglia ad un certo punto si perdano nel nulla, perché quello è un albero genealogico che davvero mi piacerebbe avere.
(A proposito, qualcuno di voi ha mai contattato quelle società araldiche che fanno a pagamento ricerche sulle famiglie? Sarei curiosa di avere notizie circa l’attendibilità delle loro informazioni)
Tornando alle mie dinastie e arrivando al dunque di questo post, dal momento che alcune delle persone che conosco troverebbero questi miei passatempi adolescenziali un po’ da fuori di testa, mentre a me paiono assolutamente normali, mi interesserebbe sapere, se vi va di rispondere, se avete avuto anche voi da ragazzi degli insoliti trastulli che i vostri coetanei non condividevano. E se magari li avete mantenuti fino ad ora.  
postato da: Ihadadream alle ore 10:25 | Permalink | commenti (16)
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martedì, 18 luglio 2006

Eredità

La zia Maddalena era la sorella della mia nonna materna.
Come lei aveva cominciato a lavorare da piccola andando a servizio nelle famiglie dei ricchi. La zia Maddalena però, sapeva cucire, era intelligente e aveva delle ambizioni, nonché uno spiccato senso degli affari.
Con i primi risparmi mise su un piccolo laboratorio. In seguitò lo ampliò e assunse delle ragazze per lavorare alle macchina da cucire. Riuscì ad annetterci un negozio e  con il tempo e duro lavoro, coadiuvata anche dalla nonna Margherita, i negozi diventarono quattro.
La zia cominciò a togliersi delle soddisfazioni. Comprò parecchi pregevoli gioielli e una villa sul lago d'Orta,  luogo ove ora fanno bella mostra di sè le magioni di alcui rubinettai della zona. 
Aveva sposato un uomo simpatico che le faceva da aiutante, lo zio Virgilio. Dopo una sfortunata gravidanza, i due, non potendo avere altri figli,  si erano affezionati in modo particolare a mia madre, che era orfana di padre e la portavano spesso in vacanza con loro in lussuosi alberghi al Sestrière o a Salsomaggiore.
In pratica, la mamma e la nonna vivevano sotto l'ala della zia  e lavoravano per lei, tollerando bonariamente i suoi modi un po' bruschi che erano comunque il suo modo per esprimere l'affetto che aveva per loro.
Di questa impresa familiare la zia era l'anima e il comandante in capo, lo zio il fido luogotenente e la nonna, più dolce e conciliante, gestiva nelle retrovie il laboratorio e i rapporti con le ragazze che  volevano un gran bene a lei e temevano la zia. La mamma lavorava nel negozio come commessa pur avendo a suo dire scarsissima attitudine alla vendita (caratteristica che ha poi trasmesso a noi figli attraverso il latte materno).
La zia amava ripetere che alla sua morte i gioielli sarebbero andati alla mamma, che di queste cose non voleva sentir parlare. Ciononostante questa dei gioielli destinati alla mamma era una cosa che sapevano anche i sassi.
Con il sopraggiungere dei primi acciacchi,  la zia vendette i negozi, uno dopo l'altro e si accinse a godere di un'alquanto agiata vecchiaia. Sfortunatamente, poco dopo i settant'anni la zia si ammalò gravemente. Sentendosi avvicinare la fine disse a mia madre di andare a prendere i gioielli, cosa che ovviamente  la mamma non fece, sostenendo che c'era tutto il tempo. Valutazione errata, perché la zia passò a miglior vita. 
Occorre precisare che la mia mamma era forse la persona più disinteressata del mondo e che dei gioielli non gliene importava una cippa. Era inoltre una di quelle creature che pensano sempre bene delle situazioni e degli altri per cui non si scompose minimamente quando lo zio le disse che i gioielli, sì, glieli avrebbe dati, non c'era fretta. Ora se qualche valore avevano quei preziosi per la mamma, era solo di carattere affettivo, dal momento che tanto cari erano stati alla zia Maddalena.
Se ne dimenticò.

Passato qualche anno  (in cui lo zio  pareva non perdere occasione per lamentare il suo presunto stato di povertà) l'arzillo vegliardo si presentò a casa con una pimpante signorina di quarant'anni le cui mire sarebbero state evidenti anche a un cieco, ma non allo zio che, innamorato come un ragazzino, sembrava aver perso anche quella poca capacità di giudizio che possedeva.
Ero piccola, ma ricordo anch'io l'arrivo della bizzarra coppia in casa che omaggiò me mia sorella di due micro catenine con medaglietta, forse in sostituzione dei famosi gioielli, ormai evidentemente fuori portata. La signorina era una patita del gioco d'azzardo (i due si erano conosciuti, guarda un po', a San Remo dove lo sio aveva una casa e dove c'è un casinò) e volle che compilassi la schedina del totolcalcio per lei.

Seppi solo molti anni dopo che in quell'occasione mio zio disse a mia madre una frase che, con relativa e ugualmente lapidaria risposta è rimasta da allora nella storia orale della mia famiglia. Disse, testuali parole:
"Tal sè ca tzè pu la me nivoda?!"  (lo sai che non sei più mia nipote?)
Al che mia madre esterrefatta (e ferita) rispose:
"Sa tal disi ti..."  (se lo dici tu...)
(E' curioso come negli ultimi anni della sua vita, mia madre non facesse che rievocare questa  conversazione)

Come prevedibile lo zio sposò la prosperosa signorina e si trasferì a Sanremo non prima di aver fatto parlare di sè tutto il paese. Mia madre si astenne dal prendere qualsiasi misura legale contro di lui, sostenuta fermamente da mio padre che aveva perdonato, ma non dimenticato, che gli zii avevano in un primo tempo ostacolato il loro matrimonio sospettandolo di essere un cacciatore di dote.

Andò così. Pochi anni dopo mio zio morì lasciando la suo nuova signora erede della sua fortuna. Costei però,  non ebbe modo di godersela per molto perché rese l'anima pochi anni dopo di lui. Alla sua morte si scoprì che si era venduta tutto, lenzuola comprese e che viveva in uno stato di precarietà nonostante fosse ancora proprietaria della casa di Sanremo e di un appartamento sul lago Maggiore. Cosa questa che ci fece sospettare che non ci stesse più tanto con la testa. Quel che restava, comunque, fu ereditato da una sorella della donna.

Dei gioielli della zia non si seppe più nulla. 

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categoria:ricordi
venerdì, 14 luglio 2006

Futili curiositàalassio e dintorni

Qualche giorno fa ho trovato nella cassetta della posta un volantino che pubblicizzava una gita ad Alassio. Qualcuno chiama questo tipo di escursioni le gite delle pentole per far capire subito di che cosa si tratta.
Conosco un'attempata coppia di coniugi che spesso aderisce a questo tipo di iniziative. Sono due persone molto semplici e buone. Lui preferisce parlare solo dialetto e lei traduce quando serve. ( Fulminanti i suoi lapidari ed azzeccati commenti quale ad esempio quello rilasciato a definizione del cognato del mio compagno: “L’è mia tant nurmal” - non è mica tanto normale”)
Quei due sono andati in un sacco di posti in questo modo. Viaggiano in pullman, non devono preoccuparsi di nulla, li portano  a mangiare e poi a visitare qualche spaccio dove fare acquisti. Nel caso della gita in Liguria, un frantoio.
Il pegno da pagare consiste in un paio d’ore in qualche sala d’albergo ad assistere alla dimostrazione, in pratica, l’illustrazione dei prodotti più diversi. Quello è il momento in cui chi vuole può acquistare qualcosa che, in linea di massima, gli serve come un buco in testa.
Ho chiesto ai miei amici se si è costretti a comprare e loro mi hanno assicurato di no, però, sai com'è - ha spiegato lei - quando sei lì qualcosa compri sempre. E' ha fatto una faccia che voleva dire sembra brutto non farlo. Poi mi ha mostrato con orgoglio il loro ultimo acquisto: un apparecchio stile rococò che fa da stufa, condizionatore d'aria, e cura per i reumatismi agli infrarossi.
Queste gite costano molto poco. Il volantino che ho davanti parla di 16 euro e 90, di cui 8 sono per il ristorante e il resto per l’organizzazione. Personalmente riesco a pensare a poche cose più deprimenti di questa, ma mi rendo conto che per molte persone, di solito anziane e semplici, questi viaggetti sono un’occasione di svago e socializzazione molto apprezzata.
A rendere più appetibile l’escursione, l’organizzazione offre ai partecipanti dei doni non disprezzabili, da cui si può anche trarre qualche acuta osservazione sui tempi che cambiano. Il mio volantino assicura che LUI riceverà in omaggio:

servizio composto da bottiglia + 6 bicchieri in vetro pregiato finemente decorato (produzione italiana) + 500gr. di gnocchi di patate + 250 gr. di ravioli freschi sottovuoto + 250 gr. di caffè

Mentre per LEI ci sarà:

tavolino carrello in legno con cassetto + 3 cestelli estraibili – multiuso. Altezza76 cm –largh. 36 cm. – profond. 36 cm.
imballato in comoda confezione

Non è stupefacente? Solo vent’anni fa i leziosi bicchieri e le vettovaglie sarebbero spettati a lei, mentre il rude tavolino con carrello sarebbe stato proposto a lui quale ricettacolo di attrezzi per domestiche riparazioni.

Detto questo,  non essendo minimamente interessata né al gossip dei rotocalchi, né ai test demenziali proposti dagli stessi,  trastullo il mio cervello accaldato con alcuni futili interrogativi.

- qualcuno di voi ha mai partecipato ad una di queste gite, magari nel corso di uno studio antropologico?
- sono effettivamente redditizie per chi le organizza?
- quale dei due doni sopra illustrati preferireste ricevere?
- quali doni, diversi da questi, renderebbero questo tipo di gita appetibile per voi?

Grazie a chiunque voglia collaborare ad accendere una luce di comprensione. 

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categoria:amenità
martedì, 11 luglio 2006

Catastrofi domestiche

Per chi, volente o nolente (per me, la seconda che ho detto), si dedica alla casa, ci sono poche cose peggiori di una lavatrice che si rompe. La mia ha scelto di impiantarsi nel momento di massimo accumulo di indumenti da lavare. Nell'istante preciso in cui il penultimo paio di slip e l'ultimo boxer sogghignano dal cassetto, e sembrano dire "la prossima volta non aspetti l'ultimo momento".
E' andata che il marchingegno lavante si è ostinatamente rifiutato di centrifugare, producendo un gorgoglìo strozzato al posto del celestiale rumore tipo jet in fase di decollo.
Ho la fortuna di avere in casa un uomo che sa fare un po' di tutto e che è quindi riuscito senza difficoltà ad evacuare tutta l'acqua senza versarne una goccia e che si è pure prestato a strizzare vigorosamente i pantaloni inzuppati, visto che io di forza nelle mani ne ho pochina.
Va detto infatti che tra le cose peggiori di cui parlavo prima ha un posto di rilievo la rottura di lavatrice con spargimento d'acqua,  iattura che potrei giusto augurare al mio peggior nemico, se ne avessi uno.
Essendomi stata risparmiata questa complicazione, avrei potuto improvvisare una giga scozzese per festeggiare il mancato accanimento della cattiva sorte, ma il tempo incalzava e così ho consultato il manuale delle istruzioni.
La vista di un capitolo su "come eliminare da soli alcuni inconvenienti" ha ringalluzzito il mio ottimismo circa la possibilità di rimediare facilmente alla situazione. Aggiugete che, neppure troppo velatamente, il manuale mette in guardia dal convocare il tecnico per una sciocchezza tipo spina staccata o tasto di esclusione della centrifuga premuto, pena esborsi favolosi e, forse,  pubblico ludibrio. Abbiamo dunque seguito le istruzioni punto per punto: controllo dei tubi di scarico e riavvio del programma senza detersivo. Niente da fare. 
 
Ieri, dunque, alle otto e trenta del mattino ho chiamato con trepidazione il centro assistenza. Ho lasciato con voce ferma i miei dati  alla segreteria telefonica dove un messaggio registrato mi ha assicurato che sarei stata presto richiamata.
Oggi il telefono è ancora tragicamente muto.
Sto pensando di richiamare  in lacrime.
Ditemi che funzionerà. Vi prego.

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giovedì, 06 luglio 2006

Di trama in trama

Oggi qui piove. Voglia di far qualcosa zero. Pensieri nella testa pochi e sonnacchiosi. Tra questi, uno si è fatto strada senza alcuna difficoltà e questo ovviamente non significa che sia una genialata.
Avendo qualcuno fatto notare che l'incipit di mia modestissima creazione ospitato più sotto si presta a diverse continuazioni, mi chiedo se abbiate voglia e tempo da perdere per azzardare brevissimamente una trama.
Vogliate credere che non è un modo per sfruttare le idee altrui e farne il libro del secolo. Non ho né il fegato, né le energie, né la disciplina necessaria (lasciamo stare poi il talento) per scrivere nemmeno il libro del giorno.
Consideratelo un giochino da giorno di pioggia o da caldo pomeriggio, se siete al sole.  Sono ammessi tutti i generi. Dal poliziesco al demenziale.

Se riporto nuovamente il mio incipit qui non è per smodato protagonismo, ma per evitarvi di andare a rileggerlo più sotto.

C’è gente che muore senza far rumore.

Se i loro corpi evaporassero con abiti, effetti personali e tutto, forse si perderebbe traccia della loro esistenza. Per lo più sono vecchi. Senza più un’anima che ne reclami la compagnia. Soli.

Questo lo abbiamo trovato su una panchina del parco. Seduto composto, le mani in grembo, la testa appena reclinata sul petto. Come se dormisse, si dice sempre così, no? Era un vecchio ossuto con i capelli bianchi ancora folti e le sopracciglia cespugliose. Lo abbiamo sollevato e deposto sulla lettiga. Pesava quanto un ramoscello secco. Gli abbiamo composto le mani sul petto, così per una parvenza di dignità. Lo facciamo sempre, anche se poi ci sarà l’autopsia. E’ stato allora che ce ne siamo accorti. La sinistra era chiusa ostinatamente attorno a qualcosa. L’abbiamo aperta piano, un dito dopo l’altro finché sul palmo aperto non è apparso un bottone di madreperla azzurro ancora cucito ad piccolo brandello di seta dello stesso colore. Quel che restava di un vestito da donna. 

 

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categoria:giochi di scrittura
domenica, 02 luglio 2006
Incipit n.2
Recentemente mi è ricapitato tra le mani un libro letto anni fa dal titolo A occhi chiusi. L’autrice è Kaye Gibbons, un’americana del North Carolina, classe 1960. Avevo già apprezzato altri due suoi romanzi, Una donna virtuosa e Un rimedio per i sogni, quest’ultimo forse il mio preferito.
A occhi chiusi (vado saccheggiando dal risvolto di copertina del libro che è edito da Baldini e Castoldi)) è un duplice ritratto di madre e figlia ambientato in una cittadina del North Carolina. Una madre sempre in bilico tra profonda depressione e incontrollabile euforia, tendenze suicide e vortici di iniziative subito piantate a metà. Faticosamente inseguita da un marito paziente e un suocero cedevole ai suoi capricci.
Una figlia costretta a crescere troppo in fretta, ma incapace di smettere di sognare una mamma che, come nei film, venga a rimboccarle le coperte raccontandole una favola.
Il tutto raccontato con grande lucidità, senza mai cedere al rancore o al sentimentalismo.
L’incipit mi piace e ve lo propongo.
 
Se avessi saputo che per otto lunedì consecutivi mia madre era stata sottoposta a elettroshock mentre mi vestivo per andare a scuola, non credo che sarei riuscita ad abbottonarmi la camicetta, ad allacciarmi le scarpe o a ritrovare i quaderni. Mi immagino intenta ad armeggiare con il bottone automatico della gonna, nel tentativo di unire le due parti, girando su me stessa come un gatto che si morde la coda. Avevo dodici anni, ritenuta troppo giovane per essere informata di quanto le accadeva, e in effetti troppo ingenua per nutrire il minimo sospetto.
C’era una strana forza nella sua guarigione che da bambina non riuscivo a comprendere, proprio come oggi, non sono in grado di afferrare la vastità dell’universo, il numero delle stelle che lo compongono, il calore del sole o la velocità della luce. Non arrivavo a immaginare come una donna così gravemente malata potesse ristabilirsi.
 
Chi segue questo blog di tanto in tanto forse sa che l’idea che accompagna i post sugli incipit è quello di invitare chi lo desidera a postare un incipit di suo gradimento o di scriverne uno che contenga una certa parola. Quella di oggi, che estrapolo dal brano di cui sopra, è bottone (ammesso anche il plurale).
Grazie a chiunque vorrà cimentarsi.
Nel frattempo, questo (niente di che) è il mio.
 
C’è gente che muore senza far rumore.
Se i loro corpi evaporassero con abiti, effetti personali e tutto, forse si perderebbe traccia della loro esistenza. Per lo più sono vecchi. Senza più un’anima che ne reclami la compagnia. Soli.
Questo lo abbiamo trovato su una panchina del parco. Seduto composto, le mani in grembo, la testa appena reclinata sul petto. Come se dormisse, si dice sempre così, no? Era un vecchio ossuto con i capelli bianchi ancora folti e le sopracciglia cespugliose. Lo abbiamo sollevato e deposto sulla lettiga. Pesava quanto un ramoscello secco. Gli abbiamo composto le mani sul petto, così per una parvenza di dignità. Lo facciamo sempre, anche se poi ci sarà l’autopsia. E’ stato allora che ce ne siamo accorti. La sinistra era chiusa ostinatamente attorno a qualcosa. L’abbiamo aperta piano, un dito dopo l’altro finché sul palmo aperto non è apparso un bottone di madreperla azzurro ancora cucito ad piccolo brandello di seta dello stesso colore. Quel che restava di un vestito da donna.  
postato da: Ihadadream alle ore 12:36 | Permalink | commenti (27)
categoria:giochi di scrittura