Incipit n.2
Recentemente mi è ricapitato tra le mani un libro letto anni fa dal titolo A occhi chiusi. L’autrice è Kaye Gibbons, un’americana del North Carolina, classe 1960. Avevo già apprezzato altri due suoi romanzi, Una donna virtuosa e Un rimedio per i sogni, quest’ultimo forse il mio preferito.
A occhi chiusi (vado saccheggiando dal risvolto di copertina del libro che è edito da Baldini e Castoldi)) è un duplice ritratto di madre e figlia ambientato in una cittadina del North Carolina. Una madre sempre in bilico tra profonda depressione e incontrollabile euforia, tendenze suicide e vortici di iniziative subito piantate a metà. Faticosamente inseguita da un marito paziente e un suocero cedevole ai suoi capricci.
Una figlia costretta a crescere troppo in fretta, ma incapace di smettere di sognare una mamma che, come nei film, venga a rimboccarle le coperte raccontandole una favola.
Il tutto raccontato con grande lucidità, senza mai cedere al rancore o al sentimentalismo.
L’incipit mi piace e ve lo propongo.
Se avessi saputo che per otto lunedì consecutivi mia madre era stata sottoposta a elettroshock mentre mi vestivo per andare a scuola, non credo che sarei riuscita ad abbottonarmi la camicetta, ad allacciarmi le scarpe o a ritrovare i quaderni. Mi immagino intenta ad armeggiare con il bottone automatico della gonna, nel tentativo di unire le due parti, girando su me stessa come un gatto che si morde la coda. Avevo dodici anni, ritenuta troppo giovane per essere informata di quanto le accadeva, e in effetti troppo ingenua per nutrire il minimo sospetto.
C’era una strana forza nella sua guarigione che da bambina non riuscivo a comprendere, proprio come oggi, non sono in grado di afferrare la vastità dell’universo, il numero delle stelle che lo compongono, il calore del sole o la velocità della luce. Non arrivavo a immaginare come una donna così gravemente malata potesse ristabilirsi.
Chi segue questo blog di tanto in tanto forse sa che l’idea che accompagna i post sugli incipit è quello di invitare chi lo desidera a postare un incipit di suo gradimento o di scriverne uno che contenga una certa parola. Quella di oggi, che estrapolo dal brano di cui sopra, è bottone (ammesso anche il plurale).
Grazie a chiunque vorrà cimentarsi.
Nel frattempo, questo (niente di che) è il mio.
C’è gente che muore senza far rumore.
Se i loro corpi evaporassero con abiti, effetti personali e tutto, forse si perderebbe traccia della loro esistenza. Per lo più sono vecchi. Senza più un’anima che ne reclami la compagnia. Soli.
Questo lo abbiamo trovato su una panchina del parco. Seduto composto, le mani in grembo, la testa appena reclinata sul petto. Come se dormisse, si dice sempre così, no? Era un vecchio ossuto con i capelli bianchi ancora folti e le sopracciglia cespugliose. Lo abbiamo sollevato e deposto sulla lettiga. Pesava quanto un ramoscello secco. Gli abbiamo composto le mani sul petto, così per una parvenza di dignità. Lo facciamo sempre, anche se poi ci sarà l’autopsia. E’ stato allora che ce ne siamo accorti. La sinistra era chiusa ostinatamente attorno a qualcosa. L’abbiamo aperta piano, un dito dopo l’altro finché sul palmo aperto non è apparso un bottone di madreperla azzurro ancora cucito ad piccolo brandello di seta dello stesso colore. Quel che restava di un vestito da donna.