venerdì, 30 giugno 2006

Lascio la parola...

a mio fratello Achillle, diventato prete-missionario dopo aver abbandonato l'attività di ingegnere aerospaziale in erba (vedi post "Razzi" poco più sotto). Dopo aver trascorso vent'anni in Bangladesh è ora in Italia dove in mezzo ai numerosi impegni trova il tempo di collaborare alla rivista del Pime "Venga il tuo Regno" con una rubrica fissa. Trascrivo qui il suo ultimo pezzo.bilancia

Bilancia

La stadera e le bilance giuste appartengono al Signore, sono opera sua tutti i pesi del sacchetto .
(Pv.16,11)

A volte può capitare di parlare di giustizia e dimenticare di esaminare la propria bilancia...
Ero arrivato da poco in Bangladesh quando venne pubblicato un libretto veramente interessante: raccontava di un villaggio che era riuscito a cambiar nome.
Si chiamava Jhograpur (Villaggio delle Litigate), ed è facile immaginare quale fosse il problema principale di quel luogo. Ebbene, alla fine del cammino intrapreso per trasformare la situazione, il nome nuovo scelto da tutti fu Daripalla, che significa Bilancia!
In quel testo non si parlava del segno zodiacale, né si facevano oroscopi più o meno azzeccati: si parlava delle bilance vere e proprie usate nei rapporti quotidiani di compravendita, per passare a riflettere su quella bilancia invisibile che è nel cuore di ognuno di noi e che si chiama coscienza.
Si sa, i pesi sono una convenzione che può cambiare da luogo a luogo, ma si sa anche che i vari pesi devono essere rapportati a un modello riconosciuto da tutti per non continuare a vivere tra liti e contese e  si sa pure della fatica che si deve affrontare quando un sistema di misurazione viene sostituito da un altro.
Recentemente ne abbiamo fatto esperienza quando dalle lire siamo passati agli euro. Quanti di noi, accanto alla cifra in euro, ricordano quella in lire per avere un'idea più chiara della somma che si deve sborsare!
Mi è anche capitato di sentire di una persona che superava la paura della somma da dare, pensandola in euro piuttosto che in lire!
Il vero problema è più profondo del semplice confronto tra sistemi di misurazione: occorre risalire a Chi è all'origine dei pesi e delle misure, in modo da verificare costantemente come funzioni quella bilancia che è nel cuore di ognuno di noi.

P.Achille B. - Pime
www.atma-o-jibon.org

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venerdì, 23 giugno 2006

Cognomi e soprannomi

A casa nostra, quando ero piccola, all'insorgere di problemi di natura elettrica ricorrevamo ad un signore noto come Pumìn (nel nostro dialetto "piccola mela"). Tale soprannome, che contrassegnava la sua famiglia quasi fosse un casato, non aveva in realtà nulla a che vedere con l'aspetto dell'uomo che, alto e corpulento ma di aria mite,  a me ricordava piuttosto l'orso Yoghi.
Il Pumìn si spostava prevalentemente in bicicletta con indosso un grembiule da lavoro e  sulla testa un piccolo basco nero, con un purillo sulla sommità. Era un uomo gentile che accorreva non appena lo chiamavi e risolveva in un batter d'occhio una quantità di problemi, compresi anche quelli che esulavano dalla sua competenza di elettricista quali ad esempio la sostituzione delle cinghie delle tapparelle o il montaggio di un armadio.
Quando mio zio si trasferì da Roma al nostro paesello con la famiglia tutta, sua moglie, donna elegante e raffinata,  cominciò anche lei ad avvalersi dei servigi del nostro uomo ma, male addicendosi a lei l'uso del dialetto e ignara che si trattasse di un soprannome,  gli si rivolse chiamandolo con sussiego signor Pomino. Tale egli restò per sempre, tanto che anche noi, dopo averne riso,  cominciammo a trovare la cosa del tutto normale.

I problemi di natura idraulica invece, richiedevano  l'intervento dello Spillario*, un ometto segaligno con la voce stridula e una cortesia d'altri tempi. Se un rubinetto perdeva, un termosifone si rompeva e cose simili, in casa risuonavano queste parole :"Chiamiamo lo Spillario".
Forse sarà stato per quell'articolo posto davanti al nome, ma io vissi alcuni anni nella convinzione che lo spillario fosse un mestiere. Una definizione più precisa di idraulico. Il velo dell'ignoranza si squarciò quando un giorno, dopo una visita dell'uomo, chiesi a mia madre quale fosse il suo nome. Quando lei,  sorpresa, rispose "Spillario, naturalmente", mi sentii molto, molto sciocca.  
Raccontai l'accaduto a mia sorella, e lei ammise con un sospiro che le avevo tolto un peso dal cuore. Ora poteva smettere di ritenersi l'unica grulla della famiglia.  Rivelò quindi che il momento della verità per lei era venuto quando aveva domandato alla sua compagna di banco delle elementari, così parlando del più e del meno, chi fosse il suo spillario. Lo sguardo interrogativo dell'amica e la successiva domanda "Cos'è uno spillario?" le avevano svelato l'arcano.
Il vantaggio che avevo avuto  rispetto a mia sorella era che lo svelamento della mia stupidità non era avvenuta in pubblico.

Della serie "a volte ritornano", parecchi anni dopo ricapitò una cosa analoga. Scuole superiori, lezione di diritto, il professore, che andava spiegando con voce monocorde della figura del ragioniere dello stato, fece una piccola pausa quindi aggiunse con una certa solennità: "il Ragioniere dello Stato è lo Stammati". 
La parola "stammati" mi piacque. Aveva un che di sussiegoso che mi faceva pensare a cariche importanti come, che so, il Guardasigilli o il britannico Cancelliere dello Scacchiere. Pensai anche che, se avessi avuto una benché minima propensione per i conti, alla domanda "Cosa vuoi fare da grande?", sarebbe stato bello rispondere con orgoglio "Credo che  diventerò stammati".
Quel pomeriggio a casa,  chiacchierando con mio fratello Gigi  della lezione, gli chiesi se sapesse chi detenesse la carica di Stammati. Per un momento sembrò non capire poi cominciò a ridere e per alcuni minuti non fu possibile cavargli una spiegazione. Ci volle un po' prima che mi dicesse che Stammati, Gaetano Stammati (buonanima) era il nome del Ragioniere dello Stato dell'epoca e non una carica pubblica.
Inutile dire che in quell'occasione mio fratello non mancò di rievocare la faccenda mai sepolta dello Spillario.

*Il nome è stato leggermente (ma proprio leggermente) cambiato.

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mercoledì, 21 giugno 2006

Liste (a gruppi di cinque)

5 cose che amo fare
vivere con I.
ridere
ballare
recitare
cantare

altre 5 cose che amo fare (perché solo 5 sono poche e comunque sarebbero più di dieci, a dirla tutta)
leggere
viaggiare
vedere film
cenare fuori
stare con gli amici

5 cose che vorrei imparare
tango argentino
giapponese
ceramica raku
tai chi
truccarmi bene

5 abilità che vorrei avere
nuotare bene
resistenza alla fatica (soprattutto in montagna)
scrivere benissimo
cucinare benissimo
parlare molte lingue (benissimo)

5 cose che vorrei cambiare nella mia vita
casa
lavoro
paese
guardaroba
arredamento

5 cose folli che vorrei provare almeno una volta nella vita
trekking in Nepal
viaggio avventura
vivere in mezzo alla natura senza elettricità e via dicendo
parapendio
vincere l'oscar

5 cose che non farei mai, ma mi sembrano divertenti
schiaffeggiare ripetutamente un allievo/a impertinente
fracassare il cellulare di un allievo/a che continua a messaggiare
appiccicare un chewing gum da mezzo chilo sui capelli di una allievo/a distratto
appiccare fuoco al cappellino che l'allievo/a di turno rifiuta di togliersi 
spingere un allievo/a berciante giù per le scale.

 

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sabato, 17 giugno 2006

Razzi

I miei quattro fratelli erano appassionati di astronomia.
L'oggetto a cui tenevano di più in assoluto era un telescopio e lo trattavano con grande cura.
Quando in estate ci trasferivamo in campagna dalla nonna, il telescopio faceva bella mostra di sè sul balconcino della casa. Lo spazio, che di là osservavano ammirati, avrebbero voluto anche raggiungerlo in qualche modo. Se non altro in scala minore.
Si diedero dunque, in quelle calde estati della loro adolescenza, a costruire razzi e a "spararli" con ostinato entusiasmo verso il cielo, registrando gli alterni risultati su un quadernetto.
Ho pensato di riesumare uno di quegli elenchi dalla polvere dell'oblio, per tributare in qualche modo onore  non solo a loro, ma anche ad un tempo in cui l'immaginazione e poco altro bastavano a divertirsi.

razzi

X1 - Posato su rampa di lancio inclinata, con effusore di legno, non è partito. E' stato usato carburante:60...17...13.

X2 -  Rimodernato nell'accensione avvenuta in cima alla carica e nella rampa di lancio, dopo un volo di 90 cm. è caduto infuocato al suolo. Carburante 75...13...12.

X3 -  Rimodernato nell'effusore e privo di alettoni, è esploso salendo infuocato ad un'altezza di circa 9 metri.

X4 - Il razzo, molto pesante ed avente un effusore molto piccolo, alcuni secondi dopo l'accensione è esploso lanciando l'ogiva che subito cadeva, impiantandosi al suolo, da un'altezza di circa un metro.

X5 - come il precedente.

X6 - Il razzo bistadio, per un piccolo errore di accensione, è bruciato non senza comunicare l'accensione al secondo stadio che è stato fatto partire senza successo in seguito. E' stata usata una modernissima rampa di lancio.

X7 - Sul tipo dell'X3. Il lancio è fallito in seguito allo scioglimento dell'effusore.

X8 - Sul tipo dell'X4. Il razzo, dopo un'accensione regolare, è rimasto alcuni secondi senza che mandasse fumo. In seguito si è innalzato con un ruggito dalla rampa di lancio della base segreta Il volo, durato alcuni secondi, ha portato il razzo ad un'altezza di 5 metri.

X9 - Tipo bomba. Il metallo non ha resistito al calore e si è sciolto subito provocando un grande incendio, subito domato dagli addetti.

(Qualcuno in paese ricorda ancora gli echi delle esplosioni provenienti dalla campagna. Se poi capitava che  un forestiero di passaggio domandasse  allarmato cosa mai stesse succedendo, la risposta noncurante era invariabilmente:
"Ah...niente, sono i razzi dei fratelli B.")

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giovedì, 15 giugno 2006
Reperto n.1
 
Una quindicina di anni fa ebbi l’occasione di frequentare un laboratorio di scrittura creativa tenuto da un famoso scrittore. Uno dei primi “compiti a casa” che ci fu assegnato consisteva nello scrivere un racconto breve che partisse dal seguente spunto: in metropolitana qualcuno scorge poco lontano una persona che conosce, prova a raggiungerla ma, per qualche ragione, non ci riesce.
Avendo fortunosamente ritrovato il mio compito, già dato per disperso, lo affido alla vostra benevolenza.
 
Metrò
 
E’ scandaloso. Dieci minuti che sei qui e ancora non si è visto un taxi libero. Per colmo di sfortuna sei carica di pacchi ed è tardi. Spaventosamente tardi. A malincuore decidi per il metro, sperando che non sia maledettamente affollato.
Eccoti dunque su un sedile scomodo, stretta a destra da una signora grassa e a sinistra da una ragazzetta scipita dai capelli spettinati. Davanti a te un muro umano appeso alle maniglie.
Ti barrichi dietro borsa e sacchetti: Che crepino di invidia leggendo i nomi dei più eleganti negozi del centro. Che capiscano bene che non hai niente a che vedere con questa folla che fa la spesa, va al lavoro o ci torna (chi lo sa), circola in vestiti da quattro soldi.
Controlli l’ora sul tuo Cartier e con la mano discretamente ingioiellata sistemi la gonna del tailleur sportivo firmato Chanel (non c’è che Chanel per i tailleurs). Tuo marito è ancora in viaggio e tu hai in programma una cena con Giulia in quel nuovo ristorante sui Navigli.
La tua grassa vicina si alza: Vorresti accomodarti meglio, ma un giovinastro foruncolosi si catapulta sul sedile rimasto libero. Appoggi prudentemente una mano sulla chiusura della borsa. Non si sa mai.
Continui il viaggio osservando questa umanità dolente che ti circonda. Ti senti confortata al pensiero di non appartenervi e per saperlo ti basta la sensazione che ti dà la stoffa pregiata del tuo vestito, la linea esclusiva delle scarpe, la L e la V che si ripetono sulla borsa.
Non manca molto alla tua fermata. Ti sposti faticosamente verso l’uscita, maledicendo il momento in cui ti sei infilata in quest’inferno. D’un tratto il tuo sguardo si ferma per caso su un viso che ti sembra di riconoscere.
Non è possibile che sia Elena.
Ti sporgi per vedere meglio oltre le teste e i corpi che ti separano da quella donna all’estremità opposta della carrozza. Non c0è dubbio, è proprio lei. Non sembra molto cambiata dai tempi della scuola. Porta ancora i capelli lunghi. Incredibile. Stello stile: jeans e maglione.
Sta proprio davanti alla porta e l’espressione mite che le ricordi sembra increspata da una nota di impazienza.
Saranno vent’anni che non la vedi e sei improvvisamente curiosa di sapere che cosa ha fatto della sua vita quella ragazzina silenziosa che non veniva mai invitata alle feste. Ancora di più, sei ansiosa di mostrarle cosa hai fatto tu della tua.
Il metrò si arresta. Si aprono le porte e un po’ di gente si riversa fuori, lei compresa. Non è la tua fermata, ma ormai hai deciso di parlarle e tu sei abituata ad ottenere quello che vuoi. Dopotutto, sei certa che le farà piacere. Però se non ti sbrighi la perderai di vista. Di chiamarla non se ne parla. Non sei il tipo che si può mettere a gridare in un luogo pubblico.
Elena è già in cima alle scale e tu ancora in fondo. Un piccolo sforzo e riuscirai a raggiungerla.
Che disdetta! Adesso c’è un uomo vicino a lei. La sta abbracciando teneramente. Questo ovviamente cambia le cose. Non hai nessuna voglia di stupide presentazioni. Però vorresti riuscire a vederlo quest’uomo. Vedere su chi è riuscita a mettere le mani la piccola Elena.
Ti tieni ancora un poco in disparte a metà della scala, fingendo di cercare qualcosa nella borsa. Finalmente l’uomo solleva la testa che teneva affondata nei suoi capelli. Tu lo spii di sottecchi e improvvisamente ti rendi conto che non c’è proprio niente, nemmeno Chanel, che ti salverà dal sorriso innamorato con cui tuo marito sta accarezzando la tua insignificante compagna di scuola.
Se ne vanno subito, mescolandosi tra la folla e tu resti lì con le mani strette attorno ai sacchetti.
Solo più tardi scendi lentamente le scale.
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lunedì, 12 giugno 2006

Soste.

Abbiamo tutti il nostro modo di fermarci.

Un luogo nostro. Un momento personalissimo in cui deponiamo il peso che portiamo sulle spalle, ci permettiamo di  guardarlo come se non ci appartenesse e tiriamo il fiato.

Un riposo della mente e del cuore che ci consente di riprenderlo nuovamente, quel peso, e  di continuare a camminare.

La mia sosta si chiama San Giuseppe, una chiesetta posta lungo uno dei corsi della mia città. Non è un edificio particolarmente bello o d’atmosfera. E’ una chiesa, penso ottocentesca, come ce ne sono tante. Lì vicino c’è la Parrocchia, che è la più grande, e, proprio dall’altra parte della strada,  la chiesetta della Santissima Trinità.

Io vado a san Giuseppe, non so perché.

Cerco di andarci il giovedì perché è il giorno in cui viene esposto il Santissimo Sacramento, ma sostanzialmente ci vado quando ne ho bisogno.

Quando mi occorre una sosta.

Entro e mi siedo in uno dei primi banchi, non perché pensi di meritare una pole position, ma perché mi sembra stupidamente di stargli più vicino, al Signore, intendo.
Poi prendo le  ansie, le delusioni, i dolori del momento e li metto ai Suoi piedi.

Prendo tutta la mia stanchezza e la distendo come un tappetino davanti ad un antico crocifisso dove un Cristo intagliato nel legno conserva solo due monconi di gambe.

Davanti all’ostia che risplende bianca nell’ostensorio.

E’ tutta lì davanti la mia vita. Un mucchietto un po’ così, ma insomma, è il mio mucchietto. Poi, finalmente mi affloscio leggera sul banco tarlato.

Pensaci tu per un momento –gli dico –pensaci tu.

Sto lì più che posso cercando di svuotare la mente (la mia mente che benedetta, non si ferma mai, macina, macina in continuazione problemi e relative soluzioni).

Cercando di ascoltare la Sua voce.

Qualche volta mi sento così esausta che mi sembra di non riuscire a formulare un pensiero e sono i momenti migliori. Quelli in cui lì dentro mi sento come quando mettevo la testa sulle ginocchia della mamma; lei  mi accarezzava i capelli e mi diceva che tutto sarebbe andato bene.

C’è da andarci in una chiesa come quella e guardare la gente.

Spiare con tenerezza lo sguardo che fanno quando accendono una candela e la affidano alla Vergine. Seguire quel gesto impastato di fiducia e attesa. Cogliere un bacio con la mano fatto alla croce. Capire l’indugio di una genuflessione.

Terra di tutti la chiesa, porto franco dove si incontrano persone che non diresti. Il professionista in giacca e cravatta chino sulle sue mani giunte. L’anziano signore. Il ragazzo in meditazione. E donne. Tante donne.

Una di queste l’ho vista una volta conversare animatamente con la statua del Cristo risorto. Parlava gesticolando con grande naturalezza.  Se da una parte si intuiva la presenza di un qualche disagio mentale, dall’altra era invidiabile quella capacità di percepire Dio come un compagno con cui chiacchierare amabilmente.

Qualche giorno fa mi trovavo alla chiesa di San Giuseppe in un momento di grande stanchezza fisica e mentale. Seduta, la testa abbandonata sulle mie braccia incrociate sul banco davanti,  pensavo a quanto mi mancava la tenerezza di mia madre. La sua presenza amorevole. Ero lì da una decina di minuti quando ho sentito una mano sulla mia. Ho alzato gli occhi:  davanti a me stava la vecchietta più candida e composta che possiate immaginare. Aveva pensato che fossi triste e si era fermata a confortarmi.

Si è fermata con me qualche minuto raccontandomi qualcosa di sé, e raccomandandomi di avere fiducia. Non ricordo tutto quello che mi disse, ma quel contatto, quella mano sorprendentemente forte  che per tutto il tempo della nostra conversazione non ha lasciato la mia, avrei voluto trattenerla il più possibile.  

Come faccio a non dirvi che ho pensato l’avesse mandata la mia mamma per guadare un momentaccio? Lo penso e lo dico. sosta

Sarebbe bello che le chiese fossero aperte anche di notte.

Sarebbe bello se oltre a bar, discoteche, negozi ci fossero in ogni centro abitato spazi sacri  ove fermarsi, non necessariamente cattolici. Luoghi di silenzio e meditazione ove sostare e tornare a respirare regolarmente.

Ove cominciare a imparare che,  dal momento che Dio stesso non disdegna di abitare il nostro cuore, imperfetto e dolente com'è, ogni spazio può essere reso sacro. 

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martedì, 06 giugno 2006

Ritagli

Da "La mente del gatto" di Bruce Foglemerlin

Durante la guerra nel Vietnam, qualche intelligentone che quasi sicuramente possedeva dei coon hound , e che non aveva mai dato un ordine a un gatto in tutta la sua vita, decise che l'esercito avrebbe dovuto provare a utilizzare i gatti come guide notturne per i soldati.
Dopo tutto, deve essersi detto i cani hanno ottimi sensi e li utilizziamo per fiutare materiale militare. I gatti hanno un'ottima vista notturna perciò dovremmo utilizzare anche loro. Dimenticò, o forse non l'aveva mai saputo, che addestrare i gatti è facile - finché si sceglie qualcosa che si divertono a fare.
In questo programma i gatti vennero forniti di bardature e venne detto loro di condurre i soldati attraverso la giungla, di notte. Dopo un mese di manovre notturne venne trasmesso un rapporto, eccone alcui brani:

Una squadra a cui era stato ordinato di partire, è stata condotta dai gatti in direzioni totalmente diverse...In molte occasioni gli animali hanno guidato di corsa le truppe nella folta boscaglia, all'inseguimento di topi di campagna e uccelli... le truppe han dovuto costringere i gatti a seguire la direzione della pattuglia; spesso l'esercitazione portava gli animali ad appostarsi e ad attaccare le cinghie pendenti dallo zaino del soldato che marciava direttamente davanti all'animale...
Se il tempo era inclemente, o se anche solo minacciava di potersi mettere al brutto, i gatti non si trovavano mai da nessuna parte.

Il programma venne sospeso.

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