mercoledì, 31 maggio 2006

Tempi andati

Qualche tempo fa ho chiesto alle ragazze e ai ragazzi di una seconda di intervistare  persone che avessero  più di sessant'anni circa le loro vite. Dopo aver stilato una lunga lista di domande, ognuno di loro ha realizzato una corposa intervista con  il soggetto prescelto.
Successivamente hanno trascritto il materiale così ottenuto sotto forma di lungo monologo. Nel farlo ho chiesto loro di rispettare il linguaggio e la sintassi degli intervistati.
Al ritorno a scuola ognuno ha letto il suo monologo in prima persona, creando un effetto decisamente suggestivo.
C
he io mi sia commossa ascoltando i racconti di queste vite vissute non fa testo. Ho già avuto modo di dire che basta un niente e parte la lacrima. La sorpresa è stato vedere questi scanzonati adolescenti ammutoliti dalle vicende di queste persone (nonne, nonni, vicini di casa), così incredibilmente diverse dalla realtà quotidiana loro nota.
Ho pensato che, magari, una di queste interviste poteva interessare anche voi. Eccola.

INTERVISTA A  LUIGIA M. di Marina M. (IIBT)

 

Mi chiamo  Luigia, sono nata il 28 settembre del 1928. Mi chiamo così perché ho ereditato il nome da mio nonno che si chiamava  Luigi. Sono nata in casa alla Cascina Valazzeta di Santa Cristina, un piccolo paese nel comune di Borgomanero. Mia mamma si chiamava  Angela e il mio papà  Natale.

La mia era una famiglia di contadini molto numerosa, eravamo in undici: c’era mamma, papà, nonna Fiorenza, sette sorelle ed un fratello. Io ero la più grande poi sono arrivati Elsa, Luigi, Rosina, Sandra, Piera, Fiorenza e Silvana.

Ho sempre vissuto nella casa dove sono nata. Ho avuto un’infanzia serena non avevamo molto ma quel poco che c’era si è imparato ad apprezzarlo assai. i nostri giochi erano semplici e all’apparenza anche banali ma ci divertivamo molto: la mia palla era fatta da tante patate legate insieme e giocavamo con dei semplici sassolini. I miei giochi preferiti erano “campana” e nascondino. Si giocava con tutti i bambini della cascina. Eravamo proprio tanti. La mamma e la nonna ci avevano fatto delle bambole di pezza. Non c’erano né televisione né radio.

La sveglia alla mattina suonava molto presto perché bisognava andare a scuola in paese e siccome non c’erano mezzi di trasporto si andava a piedi e si impiegava una mezz’oretta.

La classe era formata da sole femmine, eravamo divisi dai maschi perché eravamo circa settata bambini. Le principali materie che si studiavano a scuola erano l’aritmetica e l’italiano, inoltre un pomeriggio a settimana le bambine imparavano a fare la maglia. Si andava a scuola tutto il giorno fino alle quattro di pomeriggio.
D’inverno si tornava a casa che era già buio e quindi si facevano solo i compiti mentre in primavera, quando le giornate erano più lunghe bisognava andare ad aiutare i genitori nei campi o a lavare i panni alla roggia. Se non si facevano i compiti la maestra ci metteva dietro la lavagna e ci dava le bacchettate sulle mani come punizione.

Sono andata a scuola fino alla  5^ elementare.  Mi sarebbe piaciuto continuare gli studi, ma non si poteva perché finita la scuola dell’ obbligo si doveva andare a lavorare per portare a casa dei soldi.

Finita la scuola, in estate, si andava a pascolare i tacchini e le mucche. Quando si era a casa si aiutava la mamma e la nonna a fare i lavori domestici e a curare le sorelle più piccole.

Non c’era molto cibo, si mangiava ciò che produceva la terra, il pane era di granoturco e si faceva in casa. Si era soliti mangiare riso , fagioli, patate, uova sode, insalata e formaggio. Gli unici dolci che avevamo era una frittata fatta con lo zucchero e dei tortelli che faceva la nonna.

A pranzo solitamente quando si andava a scuola  si mangiava un pezzo di pane di granoturco e un uovo sodo, quando tornavamo a casa la nonna per merenda ci scaldava un po’ di minestra avanzata.

In cascina c’era un pozzo dove si prendeva l ‘acqua. In casa non c’era il riscaldamento, ma la stufa a legna e in inverno le camere erano ghiacciate; per scaldarci di notte usavamo un mattone che riscaldavamo nel forno della stufa. Ancora non avevamo l’elettricità e illuminavamo con lumi ad olio e successivamente con candele. Alla sera si recitava il rosario e si andava a letto presto.

I miei genitori erano piuttosto severi e una delle cose più importanti che mi hanno insegnato è il tener da conto sia soldi che cibo.

Anche il nostro abbigliamento era semplice ed umile. Per tutti i giorni usavamo zoccoli e un vestito il più delle volte rattoppato mentre, per la festa, avevamo un vestito e un paio di scarpe che mettevamo per andare alla messa delle sei del mattino e dopo pranzo all’oratorio, al catechismo e al vespro.

La festa più bella era il giorno di Natale perché si mangiava la carne. Gesù Bambino ci portava i doni che erano noci, mandarini, uva. Alla vigilia si preparava l’albero addobbato con mandarini, caramelle, biscotti a forma di animali che mangiavamo poco alla volta perché dovevano durare fino all’epifania.

Finite le elementari sono andata a lavorare nei campi con i miei genitori e all’età di quindici anni sono andata a fare la monda e la raccolta del riso. Si andava fuori a dormire e non si tornava a casa per circa un mese. Io sono andata a Carisio in provincia di Vercelli e a Ponzana in provincia di Novara. Finito il periodo della monda del riso la vita riprendeva normalmente.

Noi giovani non uscivamo mai alla sera perché c’erano da fare quattro chilometri a piedi per andare a Borgomanero e poi i genitori non volevano, erano piuttosto severi soprattutto con noi ragazze.

Quando avevo diciotto anni, il giorno di San Rocco, ho conosciuto Giovanni, aveva ventotto anni ed era appena tornato dalla guerra. Abitava in Via Coco Martinale a S.Cristina, me ne sono innamorata subito e dopo un mese ci siamo fidanzati in casa. I miei genitori erano d’accordo anche se c’erano molti anni di differenza. Lo vedevo circa una-due volte a settimana, lui veniva a casa mia e dopo tre anni all’età di vent’uno anni mi sono sposata. Siamo andati in chiesa a piedi, poi abbiamo fatto il pranzo in casa. Non avevamo soldi per fare il viaggio di nozze. A ventiquattro anni ero già mamma due volte. I miei figli li ho chiamati Giuseppe, nome ereditato da mio suocero e Piero Luigi perché i miei nonni si chiamavano così.

A ventotto anni sono andata a lavorare in fabbrica. Purtroppo sono rimasta vedova presto, ho dovuto lavorare sodo per tirare avanti la famiglia e con molti sacrifici sono riuscita a sistemare bene i miei due figli. Ho lavorato fino a quando sono diventata nonna.

Della mia vita non cambierei nulla, la giudico una vita serena, e anche se non si aveva nulla si era sempre contenti, quel poco che si aveva bastava, lo si apprezzava molto e non si avevano grilli per la testa.   

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categoria:scuola
venerdì, 26 maggio 2006

E io che credevo che...

- il gatto di Paperino si chiamasse Malàchia
- sarei riuscita a volare come Mary Poppins, se solo avessi avuto abbastanza fede
- il giovanotto magro e riccioluto che era mio padre nelle vecchie foto si fosse trasformato nell’uomo calvo e pingue che conoscevo nell’arco di una sola notte (e come la mamma non ne fosse rimasta traumatizzata, Dio solo lo sa)
- nel periodo tra Natale  e l'Epifania le statuine dei  Re Magi si spostassero da sole, giorno dopo giorno fino ad arrivare davanti alla capanna;
- una volta buttata la pasta nella pentola non fosse necessario mescolare
- l'espressione "zona cesarini" fosse un eufemismo per indicare un luogo del campo adiacente alle toilettes

- il mio primo bacio sarebbe stato bellissimo
- avrei studiato biologia
- il mio primo rapporto sessuale sarebbe stato bellissimo
- non avrei mai detto parolacce
- avrei lavorato in questa scuola solo un paio d'anni per poi salpare verso nuove mirabolanti avventure
- avrei potuto fare a meno del computer
- il mio talento sarebbe stato riconosciuto e valorizzato
- mi sarei sposata con l’abito bianco e tutto quanto con l'unico amore della mia vita  
- avrei fatto e adottato un sacco di figli
- il mio amico Giuseppe non sarebbe mai venuto meno alla nostra amicizia
- non avrei mai avuto problemi economici
- avrei sposato P.
- non sarei mai stata infedele a P.
- sarei riuscita a perdonarmi l’infedeltà a P.
- P. non mi avrebbe mai perdonato
- non sarei mai riuscita a lasciare R.historique_exvoto
- la storia con I. fosse una pazzia
- la storia con I non sarebbe durata più di qualche mese e invece, ringraziando Dio
- avrei dovuto rassegnarmi al dolore (di schiena) cronico e invece, ringraziando Dio
- non fosse possibile affezionarsi a qualcuno via internet e invece, ringraziando Dio
- ecc.

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categoria:liste
giovedì, 18 maggio 2006

Il nodo della cravattaAnna piccola

Da bambina avrei voluto essere un maschio.
Le bambole non mi interessavano. Insieme ai miei cugini ed altri amici, costruivo capanne, organizzavo cacce al tesoro, guidavo assalti all'arma bianca.
Portavo i capelli corti. Un taglio che i miei fratelli definivano affettuosamente alla carciufin (carciofino).
Leggevo moltissimo. Mi appassionavano soprattutto le storie piene di avventure. Leggevo Salgari e sognavo di essere Sandokan e del resto cosa faceva mai di interessante la Perla di Labuan, a parte essere rapita?
Avrei voluto diventare uno scout come due dei miei fratelli, ma nella mia cittadina c'era all'epoca solo una sezione maschile. Avevo implorato i miei genitori di mandarmi ugualmente, sostenendo che avrei potuto benissimo passare per un maschio, ma non ne avevano voluto sapere.

Quando, dopo qualche anno, il maschiaccio lasciò il posto ad una ragazzina con la minigonna e i capelli lunghi, compiaciuta delle attenzioni dei ragazzi, continuai tuttavia ad apprezzare particolarmente la franchezza dei maschi, la loro camaraderie, i modi forse un po' ruvidi, ma diretti e sinceri.
Avevo una sola vera amica  e tanti amici maschi. Le ragazze mi sembravano "lontane" dal mio modo di sentire. Non mi piacevano i pettegolezzi, le invidie, le alleanze improvvise e i subitanei voltafaccia.
Quando scoprii che una ragazza che credevo amica, ci provava con il mio ragazzo mi convinsi che, tranne poche eccezioni, le ragazze erano incapaci di lealtà.  (Ci vollero un po' di anni prima che imparassi acoltivare e ad apprezzare le amicizie femminili).

Avevo forse sedici anni o poco più quando volli imparare a fare il nodo della cravatta. Me lo insegnò mio padre  e non perché volessi indossarla davvero quella benedetta cravatta. Volevo semplicemente essere capace di annodarla. Non c'era un vero motivo.
Provai e riprovai finché venne fuori un nodo decente. Niente di raffinato, per carità. Un semplice, dignitoso nodo di cravatta.
La prima volta che mi capitò di mettere in pratica la mia abilità fu ad una festa di carnevale in cui mi vestii da gangster stile anni '30, con cappello a Borsalino e tutto quanto.
In seguito ebbi una lunga relazione con un fidanzato che vestiva prevalentemente casual e (udite, udite!) non sapeva fare il nodo della cravatta. Nelle rare occasioni in cui era costretto a metterla il nodo lo facevo io, cosa che mi faceva sentire  stupidamente fiera di me.
Il fidanzato successivo, invece, indossava la cravatta tutti i giorni quindi il nodo se lo faceva benissimo da solo. In verità faceva benissimo un mucchio di altre cose, compreso cucinare,  e tendeva ad assistermi in ogni incombenza anche banale. Se mi accingevo ad aprire una scatola di pelati, si avvicinava, osservava i miei primi movimenti e sussurrava: "vuoi che lo faccia io?". Cosa volete che vi dica? O gli tiravo in testa i pelati o lo lasciavo fare. Sbagliando, scelsi la seconda opzione e presto mi sembrò di non essere più capace di fare niente. Nemmeno sapevo più quanto sale si dovesse mettere nell'acqua della pasta, per dirne una.
Messa così, la relazione non viaggiava certo verso un roseo futuro. Infatti ci lasciammo, io recuperai con qualche fatica la mia autostima e dopo un periodo di "silenzio stampa" riuscimmo anche a diventare buoni amici.

Non ebbi più occasione di fare il nodo di una cravatta fino ad una fredda notte di dicembre di 17 anni fa, quando mio padre morì per aneurisma dell'aorta.
Erano le quattro del mattino quando il medico e i volontari della Croce Rossa se ne andarono. Arrivò mia sorella e insieme, lei, mia madre e io, lo vestimmo con gesti lenti e sereni.

Solo io sapevo fare il nodo della cravatta.
Lo feci come se fosse la cosa più importante del mondo.
Come se solo per questo avessi, tanti anni prima, imparato a farlo.
Decidemmo di aspettare che si facesse giorno prima di avvisare i fratelli, che abitavano lontano e lo vegliammo come si usava fare una volta.
Recitammo il rosario e poi restammo lì a inanellare piano ricordi di lui. Ridendo qualche volta sottovoce nel ripensare ad una sua battuta.

Al mattino arrivarono i fratelli tranne uno (sono in quattro) che non poteva lasciare il Bangladesh per motivi di visto (rischi del mestiere di missionario).
Due giorni dopo si presentarono al suo posto una decina di padri del PIME* dalle lunghe barbe. Il  pittoresco drappello concelebrò in pompa magna la funzione e diede ai miei concittadini qualcosa di cui parlare.

Se ne andò così mio padre.
Accompagnato dall'unica donna che aveva amato, dai suoi figli e da una folla di gente tra cui alcuni perfetti sconosciuti che ci rivelarono quante cose buone quel benedetto uomo aveva fatto senza dirci nulla, come nel suo stile.
Se ne andò con il suo abito migliore e la cravatta annodata da me.
Mi piace pensare che fosse un nodo perfetto.

 

*Pontificio Istituto Missioni Estere

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categoria:ricordi, aneddoti personali & c
mercoledì, 10 maggio 2006

Incipit. Della serie: "giochi di scrittura".

Leggere il paragrafo di inizio di un romanzo fa parte del mio personale rito della scelta di un libro. Del resto ho già detto del fascino che gli incominci e i ricominci esercitano su di me, quindi non serve aggiungere altro.

Mi piacerebbe invece inaugurare oggi  una "rubrica" di incipit letterari abbinata ad un esercizio-gioco di scrittura creativa.

Funziona così. Ogni tanto proporrò un incipit che mi piace. I naviganti di passaggio potranno, se lo desiderano, lasciare un  incipit famoso di loro gradimento o, in alternativa, scriverne uno di loro pugno contenente la parola da me scelta quel giorno. Il tutto un po' per far venir voglia di leggere il seguito di un libro amato, un po' per giocare.

(A questo proposito esiste un sito bellissimo dedicato solo agli incipit: www.incipitario.com)

Pronti, attenti, via.

Uno dei miei eroi letterari è Arto Paasilinna, autore finlandese i cui romanzi è riduttivo definire irresistibili. Non sono brava a scrivere recensioni. In giro per il web ce ne sono molte. Vi dico solo che i suoi romanzi mescolano sapientemente fantasia, mito, ironia (a piene mani) e tragedia. Sono storie spesso on the road,  avventure quasi surreali che contengono però anche temi impegnativi come la morte, la malattia, la fine del mondo, trattati con leggerezza e humor.

Qui trovate due recensioni:

http://www.railibro.rai.it/stampa.asp?tb=2&id=197
http://www.girodivite.it/antenati/xx3sec/_paasilinna.htm

Qui un'intervista con l'autore:

http://www.cafeletterario.it/interviste/paasilinna.html

L'incipit di oggi è tratto da "Lo smemorato di Tapiola"  di Arto Paasilinna edito da Iperborea.

La Finlandia intera entrava nella stagione estiva. Le acque si erano liberate, gli umani risvegliati. Il sole splendeva raggiante, una brezza leggera turbinava nell'aria. Dalle parti di Lestijärvi, in campagna, una madre di famiglia sfornava brioches alla cannella, a Kokkola, sulla costa, un automobilista ubriaco provocava un incidente mortale. Insomma, era cominciata l'estate. 

La sfida di oggi consiste nello scrivere un incipit che contenga la parola "becchime". 

Intanto (velocemente) ci provo io:

Lo ucciderò. Ho deciso. Sono stanca dei suoi gesti studiati. Della cura maniacale con cui ripiega il tovagliolo. Della lentezza esasperata con cui raccoglie con un dito umido le briciole dal tavolo. Come un pollo meticoloso che non vuole veder sprecato neanche un granello del suo prezioso becchime. Lo ucciderò mentre conta i soldi che mi lascia per la spesa, forse. Gli pianterò nel petto questo coltello da cucina con il manico d'osso  e starò a guardare la vita sfuggirgli piano dalla bocca aperta.

Grazie anticipate a chiunque vorrà lasciare un incipit "famoso" o  cimentarsi nel gioco.

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categoria:giochi di scrittura
lunedì, 08 maggio 2006

A scuolaAnna

Poco fa alcuni bricconcelli della  IB hanno estratto il mio fegato senza anestesia e lo hanno allegramente macinato sul tavolo. Successivamente, elementi della IIB sono apparsi vagamente delusi che il lavoro che si erano proposti di fare fosse già stato (sapientemente) eseguito da altri.

Io-sono-stanca. Punto.

Oggi va così.

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categoria:scuola
mercoledì, 03 maggio 2006

Gary LarsonCose che mi fanno pensare (a volte) di essere sull'orlo della follia.

1. Che quando sistemo delle bottiglie  mi trattengo a stento dal metterle in modo che le etichette si guardino (perché così si parlano)

2. Che dopo aver chiuso il rubinetto dell'acqua passo la mano sotto per essere sicura che non ne esca più (sarà forse per controbilanciare il mio compagno che a volte lascia l'acqua aperta?)

3. Che non voglio che il mio compagno  parli di cambiare la nostra auto quando ci siamo dentro (se no si intristisce)

4. Che chiamo i nostri gatti con tanti nomi diversi oltre a quelli ufficiali (Miki e Merlin), Alcuni di questi ciclicamente cambiano e riguardano entrambi indifferentemente. Tra quelli in uso attualmente: Trappola, Tripudio, Tripode, Frugolo, Frantume, Piccolo Circo Equestre. Poi esistono alcuni nomi strettamente personali su cui ognuno di loro può contare. Merlin è anche detto Merlone, Merlottino, Merl, Merlinelli, Sciaun, Sciaunino, Merlinsciaun.
Miki (nome completo "Miki Quei Topi") è detto anche Topix, Pixolino, Pixinelli, Pixino, Pix, Mikisciaun.
La cosa inquietante è che ogni gatto sa esattamente a quali nomi rispondere e lo fa senza scomporsi.

5. Che non riesco a dormire senza lasciare filtrare un po' di luce dalle tapparelle, perché se mi sveglio di notte e non vedo nulla mi viene in mente che potrei essere diventata cieca.

Chi, dopo aver letto, non ha preso la decisione di disertare questo blog, lasci se vuole (magari per solidarietà) una suo follia.

postato da: Ihadadream alle ore 14:54 | Permalink | commenti (47)
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