Tempi andati
Qualche tempo fa ho chiesto alle ragazze e ai ragazzi di una seconda di intervistare persone che avessero più di sessant'anni circa le loro vite. Dopo aver stilato una lunga lista di domande, ognuno di loro ha realizzato una corposa intervista con il soggetto prescelto.
Successivamente hanno trascritto il materiale così ottenuto sotto forma di lungo monologo. Nel farlo ho chiesto loro di rispettare il linguaggio e la sintassi degli intervistati.
Al ritorno a scuola ognuno ha letto il suo monologo in prima persona, creando un effetto decisamente suggestivo.
Che io mi sia commossa ascoltando i racconti di queste vite vissute non fa testo. Ho già avuto modo di dire che basta un niente e parte la lacrima. La sorpresa è stato vedere questi scanzonati adolescenti ammutoliti dalle vicende di queste persone (nonne, nonni, vicini di casa), così incredibilmente diverse dalla realtà quotidiana loro nota.
Ho pensato che, magari, una di queste interviste poteva interessare anche voi. Eccola.
INTERVISTA A LUIGIA M. di Marina M. (IIBT)
Mi chiamo Luigia, sono nata il 28 settembre del 1928. Mi chiamo così perché ho ereditato il nome da mio nonno che si chiamava Luigi. Sono nata in casa alla Cascina Valazzeta di Santa Cristina, un piccolo paese nel comune di Borgomanero. Mia mamma si chiamava Angela e il mio papà Natale.
La mia era una famiglia di contadini molto numerosa, eravamo in undici: c’era mamma, papà, nonna Fiorenza, sette sorelle ed un fratello. Io ero la più grande poi sono arrivati Elsa, Luigi, Rosina, Sandra, Piera, Fiorenza e Silvana.
Ho sempre vissuto nella casa dove sono nata. Ho avuto un’infanzia serena non avevamo molto ma quel poco che c’era si è imparato ad apprezzarlo assai. i nostri giochi erano semplici e all’apparenza anche banali ma ci divertivamo molto: la mia palla era fatta da tante patate legate insieme e giocavamo con dei semplici sassolini. I miei giochi preferiti erano “campana” e nascondino. Si giocava con tutti i bambini della cascina. Eravamo proprio tanti. La mamma e la nonna ci avevano fatto delle bambole di pezza. Non c’erano né televisione né radio.
La sveglia alla mattina suonava molto presto perché bisognava andare a scuola in paese e siccome non c’erano mezzi di trasporto si andava a piedi e si impiegava una mezz’oretta.
La classe era formata da sole femmine, eravamo divisi dai maschi perché eravamo circa settata bambini. Le principali materie che si studiavano a scuola erano l’aritmetica e l’italiano, inoltre un pomeriggio a settimana le bambine imparavano a fare la maglia. Si andava a scuola tutto il giorno fino alle quattro di pomeriggio.
D’inverno si tornava a casa che era già buio e quindi si facevano solo i compiti mentre in primavera, quando le giornate erano più lunghe bisognava andare ad aiutare i genitori nei campi o a lavare i panni alla roggia. Se non si facevano i compiti la maestra ci metteva dietro la lavagna e ci dava le bacchettate sulle mani come punizione.
Sono andata a scuola fino alla 5^ elementare. Mi sarebbe piaciuto continuare gli studi, ma non si poteva perché finita la scuola dell’ obbligo si doveva andare a lavorare per portare a casa dei soldi.
Finita la scuola, in estate, si andava a pascolare i tacchini e le mucche. Quando si era a casa si aiutava la mamma e la nonna a fare i lavori domestici e a curare le sorelle più piccole.
Non c’era molto cibo, si mangiava ciò che produceva la terra, il pane era di granoturco e si faceva in casa. Si era soliti mangiare riso , fagioli, patate, uova sode, insalata e formaggio. Gli unici dolci che avevamo era una frittata fatta con lo zucchero e dei tortelli che faceva la nonna.
A pranzo solitamente quando si andava a scuola si mangiava un pezzo di pane di granoturco e un uovo sodo, quando tornavamo a casa la nonna per merenda ci scaldava un po’ di minestra avanzata.
In cascina c’era un pozzo dove si prendeva l ‘acqua. In casa non c’era il riscaldamento, ma la stufa a legna e in inverno le camere erano ghiacciate; per scaldarci di notte usavamo un mattone che riscaldavamo nel forno della stufa. Ancora non avevamo l’elettricità e illuminavamo con lumi ad olio e successivamente con candele. Alla sera si recitava il rosario e si andava a letto presto.
I miei genitori erano piuttosto severi e una delle cose più importanti che mi hanno insegnato è il tener da conto sia soldi che cibo.
Anche il nostro abbigliamento era semplice ed umile. Per tutti i giorni usavamo zoccoli e un vestito il più delle volte rattoppato mentre, per la festa, avevamo un vestito e un paio di scarpe che mettevamo per andare alla messa delle sei del mattino e dopo pranzo all’oratorio, al catechismo e al vespro.
La festa più bella era il giorno di Natale perché si mangiava la carne. Gesù Bambino ci portava i doni che erano noci, mandarini, uva. Alla vigilia si preparava l’albero addobbato con mandarini, caramelle, biscotti a forma di animali che mangiavamo poco alla volta perché dovevano durare fino all’epifania.
Finite le elementari sono andata a lavorare nei campi con i miei genitori e all’età di quindici anni sono andata a fare la monda e la raccolta del riso. Si andava fuori a dormire e non si tornava a casa per circa un mese. Io sono andata a Carisio in provincia di Vercelli e a Ponzana in provincia di Novara. Finito il periodo della monda del riso la vita riprendeva normalmente.
Noi giovani non uscivamo mai alla sera perché c’erano da fare quattro chilometri a piedi per andare a Borgomanero e poi i genitori non volevano, erano piuttosto severi soprattutto con noi ragazze.
Quando avevo diciotto anni, il giorno di San Rocco, ho conosciuto Giovanni, aveva ventotto anni ed era appena tornato dalla guerra. Abitava in Via Coco Martinale a S.Cristina, me ne sono innamorata subito e dopo un mese ci siamo fidanzati in casa. I miei genitori erano d’accordo anche se c’erano molti anni di differenza. Lo vedevo circa una-due volte a settimana, lui veniva a casa mia e dopo tre anni all’età di vent’uno anni mi sono sposata. Siamo andati in chiesa a piedi, poi abbiamo fatto il pranzo in casa. Non avevamo soldi per fare il viaggio di nozze. A ventiquattro anni ero già mamma due volte. I miei figli li ho chiamati Giuseppe, nome ereditato da mio suocero e Piero Luigi perché i miei nonni si chiamavano così.
A ventotto anni sono andata a lavorare in fabbrica. Purtroppo sono rimasta vedova presto, ho dovuto lavorare sodo per tirare avanti la famiglia e con molti sacrifici sono riuscita a sistemare bene i miei due figli. Ho lavorato fino a quando sono diventata nonna.
Della mia vita non cambierei nulla, la giudico una vita serena, e anche se non si aveva nulla si era sempre contenti, quel poco che si aveva bastava, lo si apprezzava molto e non si avevano grilli per la testa.











Cose che mi fanno pensare (a volte) di essere sull'orlo della follia.