Signori si nasce
Sto attraversando un periodo di vacche magre.
E' già un progresso rispetto all'anno scorso, quando i miti quadrupedi erano davvero deperiti.
Non che le mie vacche siano mai state davvero grasse, al massimo leggermente in carne. Io però mi comportavo come se lo fossero, da signora.
Pur non appartenendo alla categoria di quelli che spendono più di quello che guadagnano, ho sempre considerato il denaro un mezzo per rendere la vita un po' più agevole e non qualcosa da tesaurizzare con accanimento. Vero è che non avendo prole da mantenere, questo stile di vita era molto più facile da condurre. C'era un tempo, lo ricordo ancora bene, in cui potevo permettermi un viaggio all'anno, qualche volta anche oltre oceano e, se mi serviva un vestito o un paio di scarpe, uscivo e lo compravo. Andavo in libreria e potevo uscirne (udite, udite) anche con due libri!
Oggi le cose sono un po' cambiate, causa eventi che è superfluo rievocare qui.
Io che, quando andavo a fare la spesa, sceglievo esclusivamente in base al capriccio del momento, ora soppeso ogni acquisto come se da esso dipendesse il futuro dell'umanità. Sono diventata un'attenta lettrice dei "quotidiani" dei supermercati, un'esperta del tre per due, una vestale dell'offerta speciale.
All'inizio la cosa mi è parsa francamente deprimente. Ancora di più lo era aggirarsi nelle corsie del centro commerciale e rendersi conto che le cose che non potevo permettermi superavano di gran lunga quelle alla mia portata. Ricordo di avere ruminato a lungo e in più occasioni su una confezione di tè Twinings al cocco, prima di decidermi a fare la pazzia di acquistarla. Questo rito si è ripetuto e si ripete sempre per altre cose. Ora so cosa vuol dire prendere in mano un prodotto, rigirarlo tra le mani e poi rimetterlo a posto con un sospiro. So cosa vuol dire riporlo nel carrello e poi farsi a ritroso tutto il supermercato per sistemarlo nuovamente nello scaffale giusto (quanto mi secca trovare cose abbandonate qua e là come relitti!).
Ho anche scoperto che la schiera cui, mio malgrado, appartengo di soppesatori di acquisti, scaricatori di relitti e rassegnati sospiratori, è assai numerosa. Provate, così per curiosità, a farvi un giro per le corsie di uno di questi templi del consumismo e ascoltate le conversazioni. Cogliete brandelli di frasi. Vedrete coppie aggirarsi guidate dalla bussola dello sconto, famigliole smarrite in cerca dell'occasione unica, single all’assalto del tre per due. E su tutti aleggiare un unico interrogativo "è in offerta?".
Ho la tendenza a vedere le cose in positivo e quindi sento che quello che sto attraversando è solo un periodo e che le vacche torneranno a star bene, ma lasciate che vi dica una cosa. Non è demagogia, e nemmeno un contentino che mi do per digerire un momento non esaltante. Questa indesiderata situazione economica mi sta insegnando molto. Sui bisogni reali e quelli fittizi, sulle cose davvero importanti e soprattutto sul concetto di povertà. Quando mi sento di lamentarmi perché non posso, che so, comprare i pantaloni Jeckerson che desidero tanto, penso alle mie piccole fortune materiali: un appartamento che, magari non è quello dei miei sogni, ma di cui non devo pagare l'affitto, un lavoro con relativo stipendio più quello del mio compagno (e pazienza se adesso ci stiamo dentro stretti stretti). La povertà è un'altra cosa. E' la disperazione della mia amica del Ghana quando rischiava lo sfratto. Povertà è stringere, cinghie, denti, tutto quanto si può stringere perché sennò a tavola pane e cipolle (del discount). E in altri paesi la povertà e molto peggio di così, è fame, ignoranza, malattia e morte.
Ho imparato, che comunque vadano le mie finanze in futuro, voglio vivere una vita più semplice, e che non voglio consegnarmi mani e piedi all'ansia di comprare tutto quello che mi capita davanti solo per il fatto che posso farlo.
Ho imparato, vedendo qualcosa che mi attira in una vetrina (e che, magari, potrei anche permettermi) a resistere a precipitarmi dentro. Vado oltre, faccio un giro, ci penso e dopo un po’ finisco quasi sempre per realizzare che quella cosa mi serve come un buco in testa. Mi accorgo anche di avere la mente come snebbiata, più leggera. Cammino più spedita, dopo.
Da ragazzina conoscevo una signora di mezzi assai scarsi il cui metodo era quello di ripassare ogni giorno davanti alla vetrina dove era esposto l’oggetto del suo desiderio, fintantoché questo finiva per perdere ogni attrattiva. Se poi veniva venduto, amen. Non aveva più la tentazione.
Immagino che chiunque si trovi nella necessità di marcare stretto il saldo del proprio conto corrente, adotti sistemi di questo tipo. Sarebbe anche interessante farne un inventario. Così, per darsi reciprocamente una mano.
Quando e se la mia situazione migliorerà, so che avrò sempre i miei capricci (i viaggi, gli alberghi carini), ma ora, lo spreco fine a se stesso mi fa un po' vergognare.
Credo persino che tutti quanti, una volta nella vita dovrebbero provare a vivere in ristrettezze. Per affratellarsi ai poveri, in primo luogo. Quelli di casa nostra, tanto per cominciare. Quelli che comprano tarocco per una male indirizzata voglia di essere come gli altri, i supposti vincenti. Quelli che magari passano la domenica pomeriggio al centro commerciale a inseguire sogni di latta e lustrini. Quelli che rimettono a posto i prodotti negli scaffali dopo avergli fatto fare un giro turistico in carrello. Quelli che guardano le vetrine, o hanno smesso di farlo perché tanto…
C’è dell’altro. Credo che il detto “signori si nasce, ricchi si diventa” sia profondamente vero. Mi duole dirlo, ma ho conosciuto pochi veri signori tra i cosiddetti ricchi. Ho incontrato gente che il poco che aveva lo divideva volentieri e chi, invece, restava aggrappato disperatamente ad un superfluo che per altri avrebbe significato una vita decente.
Mi chiedo che gusto ci sia ad essere ricchi se non si è signori. Se non si tratta il denaro con intelligente generosità. Con leggerezza e stile (che non significa sperperare). Mio padre che, nonostante un lavoro di un certo prestigio, non si è mai arricchito (6 figli da mantenere fino all’università!), era un maestro di quest’arte.
Io non contesto ai ricchi la loro ricchezza, anch’io vorrei avere denaro sufficiente per togliermi tutti gli sfizi (che sono tanti), ma l’indifferenza verso chi è povero, quella mi dà fastidio. Certo mi guardo bene dal fare generalizzazioni, ho conosciuto persone molto abbienti che la pensavano diversamente, per fortuna. Persone che non si limitavano alla beneficenza asettica della donazione a questo o a quell’ente, ma entravano in contatto realmente con le persone che aiutavano.
Io sono per una cultura del dono. Quello che a me non serve più, magari a te torna utile quindi te lo cedo. Forse tu hai qualcosa che serve a me e da cui ti puoi separare. Certo, c’è chi è capace di compiere passi giganteschi. Dar via tutto, scegliere il servizio ai poveri. Sono pochi. Sono santi, Dio li benedica (e perdoni me che, confesso, vorrei essere ricca!) Ma c’è qualcosa che noi, comuni mortali, possiamo fare senza sforzo, donare almeno quello che non ci serve e che invece risolve il problema di un altro. Cosa che si può fare anche tra amici. Tempo fa, per fare un esempio concreto, una mia amica mi ha regalato un paio di suoi pantaloni, praticamente nuovi che non le entravano più.
Sembra facile, ma c’è un sacco di gente che non molla quello che ha, manco morto. Anche se si copre di muffa in una cantina. Perché “non si sa mai”.
Amo fare regali. La cosa che mi cruccia di più in questo periodo è non poter fare sorprese alle persone che amo. Certo, i veri doni sono altri, ma qualche volta mi piacerebbe proprio tornare a casa con un regalino inaspettato e invece non posso. Allora compilo mentalmente delle piccole liste di cose che acquisterò quando sarà possibile.
Nel frattempo, mi consolo pensando che, se signori si nasce, anch’io come Totò, modestamente lo nacqui.