giovedì, 30 marzo 2006

Simone Gandolfo e Pierfrancesco FavinoNon una recensione  

Nelle serate di domenica 26 e lunedì 27 ho visto su Rai 1  “Gino Bartali, l’intramontabile”, regia di Alberto Negrin.

Gente, mi è piaciuto proprio. Mi è venuto anche il magone. Dalle nostre parti diciamo così quando vengono i lucciconi e dentro la gola si ferma dispettoso un nodo di pianto. Insomma avete capito.
Normalmente alla tele vedo solo film e documentari. Evito le vicende a puntate. Succede sempre che salta fuori qualche impegno o un programma che mi convince di più e finisco col perdermi la conclusione.
Questa volta ad agganciarmi era stato il trailer trasmesso nei giorni precedenti. Personaggi, atmosfera, attori, stralci di battute: tutto l’insieme mi aveva fatto venire una gran voglia di vedermi il film. Sarà stato anche perché quella era l’epoca dei miei genitori o forse perché, anche se ignorante in materia di ciclismo, quei due nomi, Coppi e Bartali, li conoscevo anch’io. Così me le sono guardate quelle due puntate. Godendomi, dopo la prima, anche l’attesa della seconda.
Mi è piaciuto perché mi piacciono le storie e quella era una bella storia. Con un eroe come si deve e poi sudore, lacrime, amore,  rivalità. Due nemici-amici capaci di lealtà vera. Vittorie, sconfitte, piccoli e grandi gesti. E su tutto quell’aria canticchiata a mezza voce “vivere senza malinconia…” 
Ma lasciatemi dire due parole sugli attori a  cominciare dal protagonista, Pierfrancesco Favino (Bartali). Lasciatemi dire: finalmente una faccia vera, non un bambolotto. Una faccia un po’ da contadino con linee marcate e occhi che ci puoi andare a fondo. 
E’ stato bravo Pierfrancesco; è diventato Bartali a dispetto di una somiglianza fisica appena accennata, dettaglio non così importante alla fine. Si vede che ha lavorato duro per regalarci quel ruolo di  uomo semplice, leale, ruvido e dolcissimo. Non ho visto la sua interpretazione in “Romanzo criminale”, ma già in altre occasioni avevo avuto modo di notare che, diversamente da altri suoi colleghi italiani  (naturali e tutto quanto, chi lo nega), che sembrano però recitare sempre lo stesso ruolo, lui riesce a trasformarsi. 
Gli altri interpreti non sono stati da meno. Simone Gandolfo, bravissimo, ha dato a Coppi, cui somiglia in modo quasi inquietante, un accento di  grande tenerezza. Nicole Grimaudo, ( anche lei una faccia vera) ha reso palpabili la forza e la fragilità di Adriana, moglie di Bartali. Francesco Salvi, asciutto nel ruolo del manager (non so se è il termine adatto), Franco Castellano, in una significativa partecipazione straordinaria e tutti gli altri.


Non so se lo avete notato, ma è un momento in cui gli eroi scarseggiano. Parlo degli eroi veri, magari nascosti, capaci di onestà, dedizione a una causa (anche minima), rispetto della parola data, aiuto disinteressato.  Quando parlo con i miei allievi adolescenti, mi dicono disincantati della necessità di adeguarsi al mondo, di farsi furbi, di badare agli affari propri. Poi quando capita che in classe si legga o si veda qualcosa che racconta di un uomo o una donna che hanno dato magari anche la vita per qualcuno, rimangono per qualche istanti muti, interdetti. Ammirati per qualcosa che li incanta, ma che,allo stesso tempo, appare inesorabilmente troppo lontano da quanto hanno intorno. Tutto questo è molto triste.
Personalmente, quello che so di lealtà, dignità, amore, l’ho imparato dai miei genitori. Molto semplicemente. Dal modo in cui vivevano la vita di tutti i giorni. Dalle scelte che facevano, piccole e grandi. Da quel loro accogliere gli altri con disponibilità e rispetto. Dalla loro fedeltà ai principi che avevano scelto di seguire. Dalla sincerità di ogni loro parola. 
Io non dico che la soluzione stia nel mostrargli un film come questo, magari fosse così semplice. Ma se dei modelli devono avere, che non siano solo quelli dei reality, per favore.  Una volta metà dei miei allievi maschi voleva fare il calciatore. Oggi molti degli stessi ambiscono a essere fotomodelli, o ad un vago “andare in televisione” , magari per essere i nuovi Costantino e Daniele. (Allenarsi tre volte la settimana costa fatica e poi, il sabato sera,  chi ha voglia di andare a letto presto  per la partita della domenica?) Il fatto è che questo gli viene proposto e sono soprattutto i più culturalmente e socialmente deprivati ad abboccare. 
Eppure vi garantisco che le storie affascinano anche loro.Se la televisione gliene propone troppo poche bisogna leggergliele. Raccontargliele con passione. 
Io sono cresciuta con i teleromanzi a puntate. “La cittadella”, “David Copperfield”, “I fratelli Karamazov”. STORIE, non so se mi spiego. E tutta la famiglia a vedere le puntate davanti all’unica televisione in bianco e nero. E poi,  naturalmente,si leggeva. Anzi, soprattutto. 
Ora colgo ogni occasione per leggere qualcosa ai miei ragazzi: E. A. Poe, John Fante, Dickens, persino Shakespeare. C’è solo l’imbarazzo della scelta e a loro piace. In una classe c’è sempre almeno uno di loro che poi comincia a leggere per conto suo. E’ una vittoria piccola, ma importante.

Qualche giorno fa una collega ha chiesto ad un gruppo di ragazzi quali fossero i loro sogni. Uno di loro ci ha pensato un po’ e poi ha detto solo questo: “io sogno di avere un sogno.” Capite? sono così sperduti e insicuri che non si concedono nemmeno il lusso di un sogno. Nessuno gli ha fornito materiale per costruirlo quel sogno. Somigliano un po’ a dei bambini con il naso schiacciato contro i vetri di una vetrina piena di irraggiungibili giocattoli.  

Il giorno successivo alla trasmissione del film in due puntate su Bartali, ho sentito due signori anziani rievocare il tempo in cui, bambini, seguivano le imprese dei due ciclisti. Uno dei due commentava stizzito il fatto che la guerra avesse impedito loro di gareggiare per sei anni. “Pensa a tutte le gare che avrebbero potuto vincere!”  ha detto guardando davanti a sé, come se li stesse vedendo tagliare il traguardo proprio in quel momento. 
Ecco, la guerra fa schifo per molti e più nobili motivi, ma tra questi, magari un po’ in disparte c’è anche quello di aver privato di ansie, emozioni ed esultanze due bambini di allora.
Di aver rubato un po’ dei loro sogni.

(Per chi fosse interessato sul sito: www.ufficiostampa.rai.it c'è un resoconto del regista Alberto Negrin "Gino Bartali, l'intramontabile. Un'avventura sportiva, ma soprattutto umana").

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lunedì, 27 marzo 2006

Scrittoi e tastiere

Sono molto contenta che la lettera dello scoiattolo alla formica sia piaciuta. 
Per ben cominciare questa settimana, ve ne propongo un'altra che mi fa in qualche strano modo venire in mente il bellissimo post sulla tastiera scritto da Colfavoredellenebbie. (chi non lo ha ancora fatto vada a leggerlo!)
Ecco qua, senza ulteriori commenti.

Da “LETTERE DELLO SCOIATTOLO ALLA FORMICA” di Toon Tellegen 

 

Lo scoiattolo se ne stava nella sua casa sul faggio. 
Era inverno e pioveva. 
Raffiche di vento soffiavano contro la sua finestra, e la formica era in viaggio.
Lo scoiattolo appoggiò i gomiti sul suo scrittoio e disse con un profondo sospiro, senza voler dire niente di particolare: “Certo, certo…”. 
Lo scrittoio scricchiolò. Era un rumorino qualsiasi, ma fu come se lo scrittoio volesse dire qualcosa. Lo scoiattolo capì: “Eh già…”. Due lente, esitanti parolette di una cosa che era sempre stata zitta. 
In effetti non penso mai a lui” pensò lo scoiattolo. “Non gli dico mai niente, non lo porto mai in viaggio con me, non festeggio mai il suo compleanno, non gli faccio mai regali, Non gli chiedo mai cosa gli piace. Sta qui e basta!” 
Lo scoiattolo sospirò: “Devo fare qualcosa per lui qualche volta” concluse. “Ma che cosa?” 
Dopo averci pensato a lungo decise di scrivergli una lettera. Prese un pezzo di corteccia di betulla, lo mise sullo scrittoi e cominciò:


Carissimo scrittoio, 
posso fare qualcosa per te?


Poi posò la penna. “Che altro posso scrivergli?” pensò “Cosa posso avere da raccontargli? Secondo me sa già tutto quello che so io”. 
Rifletté profondamente, ma non riuscì a inventare nient’altro. Così scrisse a grossi caratteri il suo nome in fondo alla lettera.

E’ per te” disse, e fece scivolare la lettera al centro dello scrittoio. 
A quel punto una forte ventata spalancò la finestra, afferrò la lettera, capovolse con enorme fracasso lo scrittoio, che rimbalzò almeno cinque volte, e richiuse la finestra sbattendola con violenza. 
Stordito, col pelo arruffato, lo scoiattolo era rimasto immobile. Lo scrittoio giaceva di traverso in un angolo. La lettera era scomparsa. 
Dopo un po’, lo scoiattolo si alzò e rimise in piedi lo scrittoio. Il cassetto era caduto sul pavimento, e lo scoiattolo vide che c’era dentro una lettera con gli orli accartocciati che non aveva mai visto. 
L’aprì e lesse:  

 

Carissimo scoiattolo,
non è stata una caduta, sai, 
è stata una danza. Per te. 
Perché hai pensato a me.
Non c’è bisogno che tu faccia di più. 

    Il tuo aff.mo scrittoio 

 

Lo scoiattolo non si chiese come avesse fatto lo scrittoio a scrivergli quella letterina. Posò le zampe davanti sullo scrittoio, ci appoggiò sopra la testa, e in quella posizione si addormentò

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sabato, 25 marzo 2006

Lo scoiattolo e la formicaA. Scheffler illustratore

Ho un debole per i libri per bambini. Mi piace la loro prosa semplice ed essenziale in cui ci sta il possibile e l'impossibile, la realtà e la magia. Mi piacciono le parole, rotonde come arance, semplici come anelli (grazie Neruda). Parole come scope di saggina che spazzano le ragnatele dagli angoli bui della mente, così che poi non rimane più un solo posto dove non ci sia luce.
Darei non so cosa per saper scrivere parole come quelle. E storie che quando le leggi ti fanno sentire bene. Con la voglia di ridere insieme a qualcuno.

Uno dei miei eroi è Toon Tellegen, autore olandese di una raccolta di storie di animali insolite e delicate. In Italia sono usciti due volumi: "Lettere dello scoiattolo alla formica", illustrata da Axel Scheffler e "Il compleanno dello scoiattolo", illustrata da Kitty Crowther, entrambi editi da Feltrinelli.
Gli animali di Tellegen, scoiattolo e formica in testa, si scrivono una gran quantità di lettere che vengono, per lo più portate a destinazione dal vento. C'è la talpa che, sentendosi sola, scrive a se stessa, la lucciola che invita la farfalla notturna  a meditare insieme sul crepuscolo e tutte le cose oscure, l'elefante che chiede alla chiocciola se vuole danzare con lui sul tetto della sua casetta e il passero che decide di dare lezioni di scrittura di lettere.

Io credo che leggere ai propri figli sia una  dimostrazione di amore non piccola.
Queste sono le storie che avrei letto ai miei bambini se ne avessi avuti.
Per chi ne ha e fa ancora in tempo a sedersi sul bordo del letto di un bimbo affamato di meraviglie,  un piccolo assaggio di questa prosa illuminata e leggera.

Un giorno d’inverno lo scoiattolo scrisse una lettera alla formica:

 

Carissima formica 

formica formica formica formica formica 
formica formica formica formica 
carissima formica 
formica formica formica formica 

carissima formica 
carissima formica 
formica. 
 
  Lo scoiattolo  

 

Era una lettera strana, e lo scoiattolo non sapeva neanche perché l’avesse scritta. Siccome faceva freddo le infilò un cappottino, le mise in testa un berretto di lana, le spiegò dove andare e le aprì la porta. 
La lettera uscì con prudenza, scese lungo il tronco del pioppo, s’incamminò tra la neve e bussò, tic tic, alla finestra della formica

“Chi è?” domandò la formica

“La lettera” rispose la lettera

“La lettera?” si stupì la formica, e aprì la porta.
“Sono per lei” disse la lettera con una piccola riverenza, togliendosi il berretto di lana.
La formica la esaminò da tutti i lati, poi l’aprì con cautela.
 “Adesso ti leggo” disse
“D’accordo” disse la lettera. 
Quando ebbe finito di leggerla, la formica si sfregò soddisfatta le zampette e disse: “Siedi, lettera, siedi. Cosa posso offrirti?”.
“Mah…” disse esitando la lettera “Non saprei…”
“Qualcosa di dolce?” insisté la formica.
“D’accordo!” disse la lettera, frusciando di contentezza.
La formica prese la penna e scrisse qualcosa di dolce in cima alla lettera e, dopo averci pensato un po’, anche qualcosa di caldo in fondo alla lettera. Per sé prese del miele.
La lettera crepitò e arricciò gli angoli dal gran piacere.
Stettero ancora a lungo sedute insieme. Di tanto in tanto la formica si alzava e scriveva qualcosa ai lati della lettera.
All’imbrunire la lettera si congedò. Nevicava. La lettera tornò lentamente al pioppo nella neve alta, si arrampicò fino alla cima e si infilò sotto la porta dello scoiattolo.
“Ah” disse lo scoiattolo “Eccoti di ritorno”
“Sì” disse la lettera, e mentre lo scoiattolo stava chino su di lei, gli raccontò cosa aveva fatto a casa della formica, e infine che cosa la formica pensava di lui, lo scoiattolo.
“E poi?” chiese lo scoiattolo
“Leggi” disse la lettera.
Lo scoiattolo la lesse, e quando ebbe finito di leggerla, le chiese se gli permetteva di metterla sotto il suo guanciale.
“D’accordo” disse la lettera.
Fuori infuriava la tempesta, la casa dello scoiattolo scricchiolava, i fiocchi di neve cadevano sempre più fitti e il mondo diventava sempre più bianco.
Ma lo scoiattolo e la lettera non lo sapevano. Dormivano sognando parole di inchiostro dolce.  

 

(Da “LETTERE DELLO SCOIATTOLO ALLA FORMICA” di Toon Tellegen)

 

 

 

 

 

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mercoledì, 22 marzo 2006

Tecniche di vendita*

Qualche giorno fa, preceduti da una festosa scampanellata, sono apparsi sulla soglia di casa mia due venditori di aspirapolveri, marca Gnometto (nome di fantasia scelto per confondere le acque). Con aria soave, hanno  detto di essere venuti a far visita ad una loro creatura da lungo tempo risiedente a casa mia.
Prima che potessi replicare, uno dei due, alla vista del mio parquet, è parso cadere in deliquio, per lanciarsi subito dopo in lodi sperticate dello stesso. Ora va detto che il mio pavimento si è classificato nei primi cinque posti del concorso internazionale per il Parquet Più Rigato  Del Mondo, cosa che però, non  ha turbato affatto l'intrepido venditore.  Con la scusa di osservarlo meglio, mi sono penetrati dentro casa, ansiosi anche di esaminare lo Gnometto acquistato da mia madre dieci anni prima.

Parentesi. Non so voi, ma quando qualcuno mi capita in casa all'improvviso, io sono sempre (ma proprio sempre) al mio peggio. Maglietta oversize, pantaloni della tuta macchiati, capelli sporchi.  Una volta ci si è messa anche la Bimbi (cane) che, per la contentezza di vedere gente, ha fatto un lago di pipì  a pochi millimetri dai piedi di un'amica.
Questa visita non faceva eccezione, con l'aggravante che i due erano invece agghindati e lindi come tacchini. Giacca, cravatta, discreto sentore di dopobarba.
Che fare? Ho cercato come potevo di darmi un tono e gli portato lo Gnometto.
Mentre il più esperto lo esaminava con la stessa attenzione di un archeologo per un prezioso reperto, il suo più giovane compagno mi ha parato davanti la foto dell'ultimo esemplare fornito dalla casa madre, con un compiaciuto "Eh! Guardi che meraviglia!"
La mia assenza totale di interesse è sembrato turbarlo non poco.
Ora, per quello che ne so io, i venditori di aspirapolveri hanno poche ma definite certezze. Tra queste:

a) nessuna donna può resistere ad un aspirapolvere nuovo;
b) due complimenti bastano a far perdere a una donna ogni raziocinio;
c) le donne NON leggono le istruzioni per l'uso. ( a prova di ciò posso raccontare che qualche anno fa, un venditore della stessa ditta cercò di appiopparmi un elemento da aggiugere al mio aspirapolvere, appositamente studiato per il parquet. Peccato che le istruzioni raccomandassero con un certo allarme di non usarlo su pavimenti di legno!)

Ho spiegato loro, che nonostante lo sconto del cinquanta per cento proposto, non ero intenzionata a fare alcun acquisto, stante la paurosa magrezza del mio portafoglio e l'assoluto disinteresse circa la presenza di un altro marchingegno pulitore in casa mia. Ho anche snocciolato loro una piccola lista di cose che, in presenza di  un conto corrente più collaborativo avrei di gran lunga preferito comprare. L'aspirapolvere non figurava nemmeno all'ultimo posto.
Quest'ultima affermazione è sembrata intristirli, ma si sono ugualmente offerti di rifarsi vivi di lì a qualche giorno per rifornirmi dei nuovi profumini per lo Gnometto. Per non deprimerli ulteriormente (e anche per via della loro  cortesia che non ha sconfinato nell'insistenza fastidiosa) ho detto che era un'idea fantastica e che non vedevo l'ora.
Se ne sono andati complimentandosi ancora per il pavimento e dandomi un appuntamento per il sabato successivo alle due del pomeriggio.
Io c'ero, ma loro non si sono presentati.

*Questo post s'intenda senza rancore per tutti coloro che, nel nobile intento di mettere insieme il pranso con la cena, vendono aspirapolveri (o qualsivoglia oggetto) porta a porta.

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sabato, 18 marzo 2006

Turpiloquio alternativo

Sto conducendo una personale battaglia contro le parolacce. Le mie s'intende.
Quando ero una ragazzina consideravo gli epiteti "scemo" e "cretino" troppo violenti. L'unico insulto che mi permettevo era "sciocco", pronunciato con maggiore o minore veemenza a seconda dei casi. Successivamente, grosso modo intorno ai vent'anni,  introdussi nel mio turpiloquio: stupido, scemo, cretino, idiota e imbecille,  compiendo quella che mi sembrava già  una discreta trasgressione.
Non so come e quando cominciò a farsi strada tra le mie parole quella di  cinque lettere (con due zeta). Non fu una scelta cosciente. Un bel giorno me la ritrovai lì a sostituire un più innocente "cavolo" e siccome sembrava più decisa ed efficace di quella, finì col prenderne il posto.
L'espressione "non rompermi le scatole" con tutte le possibili variazioni riferite a scatole più o meno piene, mi apparve da un giorno all'altro piatta e inefficace. Senza pensarci troppo, la sostituii con la nota variante che allude, come tante, a organi genitali maschili che, di volta in volta, si riempiono, cadono, si rompono. L'abitudine fece il resto.
In questi ultimi tempi sono tornata a riflettere sul mio linguaggio e ho pensato che un'operazione di pulizia non farebbe male. Avendo  il turpiloquio terminato la  "funzione liberatoria" dei primi momenti, credo sia opportuno che io diventi più leggiadra e creativa anche nelle parolacce. (Con qualche concessione al quando ce vo'  ce vo')
Ho deciso di tenermi, come esclamazioni: porca trota e, per ragioni sentimentali, merda secca (imparato da un film molto amato, Soldato blu).
Ho coinvolto anche i miei sboccati ragazzi e ragazze a cercare, almeno in classe, di adottare esclamazioni più fantasiose e meno volgari.  

Nel frattempo mi sono data la briga di consultare il dizionario dei sinonimi e dei contrari e ho avuto un mucchio di suggerimenti. Ecco quello che ho trovato nell'ambito degli insulti (in grassetto i miei preferiti):

scellerato, mascalzone, carogna, farabutto, cialtrone, furfante, manigoldo,ribaldo, mariolo, canaglia, delinquente, furfante, lestofante, filibustiere, briccone, teppista, malfattore, gaglioffo, maramaldomalandrino,losco o tristo (figuro), pirata, predone, bandito, brigante ecc.

Per rimarcare manchevolezze nell'intelligenza di qualcuno, il suddetto ineffabile dizionario, oltre ai titoli più noti, propone:

scimunito, stolto, tonto, balordo, babbeo, ebete, scervellato, insensato, grullo, beota, citrullo,rapa, bischero, bietolone, ecc

Il passo successivo è inventare nuovi e più efficaci epiteti senza coinvolgere la sfera genitale o il mestiere più antico del mondo. (Tempo fa mia sorella e io coniammo "sporca frittata"  e "putridume". )
Ogni contributo a questa nobile causa sarà più che benvenuto.

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giovedì, 16 marzo 2006

Nonostante l'aviaria

Il balcone di casa mia è poco più di una striscia. Non ci si può mangiare d'estate né fermarcisi fuori sparapanzati a prendere aria. E' davvero piuttosto triste e il panorama non è il massimo.
Balconi simili non hanno un gran senso e dovrebbero essere proibiti per legge. Un balcone che si rispetti dovrebbe essere almeno minimamente abitabile, ma dal momento che c'è chi non può nemmeno vantare la disponibilità di un simile spazio aperto, cerco di non lamentarmi.
Non pensate che io viva in mezzo al cemento. La piccola città in cui vivo è, a tutti gli effetti a misura d'uomo. Purtroppo però io abito in un condominio e l'unico legame con la natura (cui invece anelo con tutto il cuore) è una gigantesca pianta di araucaria che svetta nel micro giardino del palazzo e gli uccelli che la abitano.
Alla faccia dell'aviaria e di chi, non solo schifa  terrorizzato il pollo, ma sta cominciando a guardare con sospetto anche i felini, ho allestito sul suddetto balcone un posatoio dove servo ai miei alati amici  semi di girasole e altre prelibatezze. Le cinciallegre sono le più assidue frequentatrici del mio piccolo locale all'aperto, ma qualche volta arrivano tortore dal collare, gazze, cornacchiespaghettidinner e merli (quanto mi piacciono i merli! stamattina c'era giusto una femmina).
Io mi limito a spiarli dalla finestra, non perché tema qualche contagio, ma perché alla mia sola vista spariscono. Sono abbastanza saggi da capire che razza di pericolo sia  l'uomo per loro (altro che aviaria!).
Li osservo beccuzzare e comincio la mia giornata tutta rinfrancata, pronta ad affrontare gli unni che mi attendono in classe.

P.S.  il Gatto Piccolo e il Gatto Grosso, veri signori della casa, naturalmente non possono accedere a quel balcone. Ne hanno un altro simile a disposizione.

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mercoledì, 15 marzo 2006

La mamma di Nina
(in cui la nostra eroina rivive malinconicamente i fasti passati e i trascorsi fallimenti)

Il mio primo ruolo in televisione non aveva un nome. Era piuttosto definito da una parentela, "la mamma di Nina" , appunto.
Naturalmente era già stato di per sè un miracolo essere ingaggiata, quindi figuratevi se mi mettevo a far questioni su una bazzeccola del genere. Tanto più che la parte, per quanto piccola era piuttosto intensa: una madre alla disperata ricerca della figlia di dieci anni allontanatasi con il padre (ed ex marito).  Il tutto in una fiction che sarebbe andata in prima serata: molto più di quanto osassi sperare.
In realtà il provino era andato piuttosto bene. Avevo avuto circa 20 minuti scarsi per imparare la parte, ma io rendo meglio sotto pressione e  davanti all'aiuto regista ero riuscita a  dare il meglio.  Era un giovane di nome Nicola. Un tipo davvero gentile, che spero stia facendo la carriera che merita.
Il giorno delle riprese ero talmente emozionata che temevo non mi sarebbe uscita la voce o che avrei dimenticato le battute. Cosa insolita, visto che in genere ho un ottima memoria.
Per un attore che ha fatto solo teatro l'impatto, non tanto con la telecamera, ma con il modo di lavorare per la telecamera, è piuttosto traumatizzante. Personalmente, la difficoltà maggiore che  incontrai fu mantenere la stessa intensità emotiva ripresa dopo ripresa. Continuavo a pensare alle battute, cosa che non avevo mai fatto prima. All'ultimo ciak, mentre io ero convinta di non aver fatto nulla di buono, i registi (un uomo e una donna davvero gentili e in gamba) erano molto soddisfatti. Questo fatto avvalorò la mia sensazione di non avere un'idea chiara della situazione, ma se erano contenti loro vuol dire che andava bene così.
Tutti mi facevano i complimenti e, benché io non riuscissi a capacitarmi del perché, mi godevo la mia piccola gloria.
Qualche giorno dopo tornai sul set per un'altra scena (sembra che voglia metterla giù dura, in realtà ne avevo due in tutto) e trovai anche il coraggio di esprimere tutta la mia ammirazione a Remo Girone che era tra i protagonisti. E' un uomo educato e cordiale, oltre che un ottimo attore. (Sullo stesso set c'era un giovane di belle speranze che invece faceva il sostenuto e adesso ha fatto pure carriera.)
Mentre mi trovavo al trucco mi diedero la ferale notizia. Era necessario ripetere la scena girata qualche giorno prima perché la pellicola si era danneggiata (come non chiedetemelo). Al momento la cosa sembrò più che altro una seccatura. Fissarono la ripetizione di quella e altre scene per il mese successivo.
Ora non so come dirlo, ma quando ci rivedemmo per girare tutto sembrò andare storto. A me sicuramente. La mia interpretazione sembrava non funzionare più. Anche qui non seppi capacitarmi del perché. Va detto che i registi furono davvero gentili. Come prima esperienza non poteva toccarmi gente migliore.
Andai a casa con le pive nel sacco.

Qualche mese dopo trasmisero la fiction in televisione e quando mi vidi scoppiai in lacrime. Credo onestamente che non avrei potuto fare di peggio. Allucinante! Quando riuscii a razionalizzare decisi che avevo bisogno di imparare ancora. Un corso breve e intensivo dove trovare delle dritte sicure su come recitare per la telecamera. Lo trovai  a New York e decisi che valeva la pena spenderci dei soldi. Mi iscrissi al corso  di film acting e partii. Ma questa è un'altra storia.

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categoria:a proposito di anna
lunedì, 13 marzo 2006

112220911Solo per oggi.

Oggi è una giornata gnucca*. Mi sfugge l'aneddoto arguto, non mi riesce l'ironia.
A pensarci bene non mi riesce un bel nulla.
In classe, dopo aver combattuto con i più riottosi e scarnificato le mie corde vocali, mi sono afflosciata sulla sedia. 
Adesso che il "dovere" è finito, sono qui a contemplare la mia blogcreatura senza ispirazione alcuna se non quella della mia malinconica gnuccaggine.
Al momento è l'unica cosa cui posso dar voce.
Abbiate pazienza.

*(dizionario di questo blog: noiosa, priva di stimoli o di qualsivoglia emozione).

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categoria:a proposito di anna
venerdì, 10 marzo 2006

Youssuf Karsh, Anna MagnaniLe mani di Anna.

O voi che sostate seppur brevemente su questo blog, un consiglio: guardate, se non lo avete ancora fatto, il film "La rosa tatuata".
E' quello con cui Anna Magnani vinse l'Oscar.
Chi lo ha già visto, lo riveda in lingua originale. Anche se non capisce. 
Datemi retta. Fatevi incantare dall'estrema naturalezza di ogni sua parola, gesto, sguardo.
Ma soprattutto seguite le sue mani. Bastavano quelle sole ad esprimere tutto.
(Glielo disse anche Eduardo che andava a teatro solo per vedere lei.)
Guardatele quelle mani benedette.
Piuttosto grandi. Forti e belle.
Unghie curate, ma corte. Non quelle inquietanti appendici di plastica che vanno di moda oggi.
Guardate come se ne porta una alla bocca per frenare il pianto.
Seguitele mentre se le asciuga con uno strofinaccio o si accarezza stancamente la fronte.
Quelle sua mani piantate sui fianchi sembravano tenere insieme il mondo.
Era semplicemente grandissima. Nessuna al suo livello dopo di lei.
Scrissero i giornali americani: "al suo confronto le altre attrici sembrano morte". Ci pensate?

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categoria:cinema, attori, tv
giovedì, 09 marzo 2006

A proposito di provini

Sono una che i provini li patisce. Se mi fanno recitare è ok, ma il più delle volte quello che devi fare è presentarti. Io proprio non ne sono capace. Mi verrebbe voglia di scavarmi una buca e sotterrarmi, invece metto su un sorriso scemo, cerco di darmi un tono e snocciolo le solite quattro cose. Va da sè che non faccio un'impressione memorabile.
Uno dei primi provini che ho fatto era per "Un posto al sole".  Ero talmente emozionata che parlai con un tono di voce bassissimo. La responsabile del casting mi chiese di alzare il volume, cosa che, unita al gentile sguardo di compatimento, mi mandò in palla completa.
Una volta, invece, si teneva a Milano il casting per un film cinese che avrebbe avuto per tema le fiabe o qualcosa di simile. Sembrava di essere alla stazione centrale. C'era un mucchio di gente, ma veniva smaltita in fretta. Via uno, sotto un altro. "Presentati in 30 secondi" ti dicevano. Io non li sfruttai nemmeno tutti.
Dopo di me fu il turno di un ragazzo che conoscevo, bravo, carino. Se la cavò bene, ma nemmeno lui sembrò aver fatto una grande impressione. Ci fermammo a guardare il provino di una ragazza che disse di essere lì per caso. Non faceva l'attrice, ma l'impiegata. Sembrarono molto colpiti e le fecero improvvisare delle cose. Ce ne andammo mesti. Del film cinese non sentii mai parlare comunque.
Escludendo quelli per la pubblicità, furono ben pochi i provini in in cui mi fu chiesto di recitare qualcosa. Uno di questi, un provino su parte, andò bene perché mi presero per un piccolo ruolo in una miniserie che sarebbe andata in prima serata. Un altro mi fruttò una micropartecipazione a "Vivere". Insomma, quando recito mi sento a mio agio, quando devo presentarmi mi sento un imbecille. (e forse sembro un imbecille, visto che non mi prendono).

Ai casting per la pubblicità invece ti chiedono quasi sempre di recitare. Micro parti che impari qualche minuto prima di entrare, niente di che, ma servono per fare esperienza. Io ne ho fatti un certo numero, poi ho detto basta. Era difficile per loro collocarmi in una categoria. All'epoca avevo i capelli corti, l'età per interpretare una mamma, ma nessuna delle caratteristiche della tipica mamma della pubblicità. Un ruolo da mamma fricchettona non mi è mai capitato. Magari per quello sarei andata bene. A volte mi opzionavano per parti di professoressa (!) acida, segretaria petulante o moglie rompiballe. Tutti ruoli da caratterista. Peccato che io non sia una caratterista.
Comunque io non  mi ci trovavo proprio a far la scema per la pubblicità. Intendiamoci, sul palcoscenico o davanti alla macchina da presa posso interpretare anche la pazza isterica, ma non per vendere un prodotto. Non è che voglio fare la preziosa, ma ho bisogno di una diversa motivazione. E' un mio limite. Lo so.

Nell'ultimo provino di pubblicità che ho fatto, quello che mi ha fatto decidere di smettere di provarci in quell'ambiente, mi chiesero di fingere di essere posseduta tipo Linda Blair nell'Esorcista. Bisognava prodursi in urli, smorfie e risate sataniche e poi improvvisamente recuperare per qualche seconda la compostezza e fare la telecronaca di una partita (sì, avete letto bene). Non so come riuscii ad arrivare in fondo, ma decisi che non faceva per me e di questo informai il mio agente. Dal momento che non ero mai stata per lui una gran fonte di guadagno lui non ne fece un dramma. Oggi, anche se da qualche parte risulto nelle sue liste, è probabile che non si ricordi di me. Del resto, avendo ripreso il mio vecchio lavoro, non mi era più possibile andare ai casting, quindi la responsabilità è mia.

Al corso che frequentai a New York ci raccomandavano di aver sempre pronti non meno di due monologhi, uno comico e uno drammatico. Ci dissero che a Los Angeles a volte ne chiedono di più. In Italia non ho mai avuto modo di recitarne nessuno. Né in inglese, né in italiano.

postato da: Ihadadream alle ore 14:18 | Permalink | commenti (1)
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